Jack White, il rumore del presente | Rolling Stone Italia
La musica ringrazia

Jack White, il rumore del presente

‘Frozen Charlotte’ è la continuazione di ‘No Name’ con altre canzoni. Libero di essere se stesso, canta di autenticità e rappresentazione, incomunicabilità e solitudine, restando centrato ed eccentrico quanto basta. La recensione

Jack White, il rumore del presente

Jack White

Foto: David James Swanson/Goodfellas

Per quasi tutta la carriera solista Jack White è sembrato impegnato in una curiosa battaglia con il proprio passato. Non lo rinnegava, tutt’altro, ma dava l’impressione di voler dimostrare che i White Stripes erano stati soltanto un punto di partenza. Ogni disco ha spostato l’asticella un po’ più in alto, fra blues destrutturato, funk sghembo, elettronica analogica, collage sonori, improvvise deviazioni psichedeliche e un gusto per la sperimentazione che spesso rendeva l’ascolto tanto affascinante quanto impegnativo. Sembrava un musicista incapace di fermarsi, quasi terrorizzato dall’idea di ripetersi.

Frozen Charlotte racconta una storia diversa: quella di un artista che ha finalmente smesso di considerare il proprio passato come un avversario. È una differenza sostanziale, perché qui non c’è alcuna nostalgia, né il tentativo di replicare i White Stripes. C’è semmai la serenità di chi ha capito che le strade battute negli ultimi 15 anni potevano tranquillamente riportarlo al punto di partenza senza per questo fare un passo indietro. La cosa sorprendente è che proprio adesso, nel momento in cui White sembra meno interessato a stupire a tutti i costi, torna a essere il musicista più eccitante del rock contemporaneo.

Già nel precedente No Name le canzoni respiravano di quel rock americano che affonda le radici nel blues e ai grandi gruppi britannici degli anni ’70. Jimmy Page continua naturalmente a essere un riferimento soprattutto nel modo in cui White costruisce i riff trasformandoli in organismi vivi più che in semplici giri di chitarra. Ma sarebbe limitante fermarsi ai Led Zeppelin. Dentro queste canzoni convivono l’anarchia funk dei Funkadelic, il boogie abrasivo degli MC5, la libertà psichedelica di certa scena di Detroit e perfino quell’idea quasi garage-soul che attraversava molti dischi della Stax.

G.O.D. And The Broken Ribs

Eppure il risultato non assomiglia a un esercizio di semplice citazionismo. Ed è qui che probabilmente si misura la statura di Jack White, che appartiene a quella schiera di grandi musicisti che possono contenere influenze enormi senza diventarne prigionieri. Ha di fatto assorbito un linguaggio e lo ha lentamente riscritto fino a renderlo immediatamente riconoscibile. Esiste ormai un modo “jackwhitiano” di intendere il rock: riff nervosi, improvvise accelerazioni, cambi di prospettiva, chitarre che sembrano sul punto di deragliare ma restano miracolosamente in carreggiata, una produzione analogica che lascia spazio all’imperfezione e una voce che continua a oscillare fra quelle del predicatore, del bluesman e del punk.

In questo senso, il disco rappresenta quasi il punto d’incontro fra tutte le sue anime: l’energia primitiva dei White Stripes, la raffinatezza compositiva dei Raconteurs, la libertà espressiva della carriera solista e persino quella follia sperimentale che aveva caratterizzato lavori come Boarding House Reach vengono finalmente ricondotte a un equilibrio che sembrava impossibile. E nel complesso le canzoni sembrano più a fuoco che in No Name, che somigliava a una raccolta di splendidi abbozzi.

La sperimentazione smette di occupare il centro della scena e torna a essere uno strumento al servizio della canzone, non il contrario. I singoli pubblicati finora lo avevano lasciato intuire: G.O.D. and the Broken Ribs, Derecho Demonico e Dollar Bill raccontano un Jack White che torna a fidarsi del riff, della fisicità del suono, della forza elementare di una band che suona insieme dopo mesi di concerti. Non è un caso che il disco sia stato inciso proprio con il gruppo che lo ha accompagnato nell’ultimo tour: Patrick Keeler alla batteria, Dominic Davis al basso e Bobby Emmett alle tastiere. C’è un’affiatata naturalezza che raramente si costruisce in studio e che qui diventa parte integrante del risultato finale. Forse il cambiamento più importante, però, è un altro: per anni Jack White ha dato l’impressione di voler continuamente sorprendere l’ascoltatore, mentre oggi sembra interessato soprattutto a coinvolgerlo. Due approcci diametralmente opposti, in cui nel primo caso era l’artista ad essere al centro di tutto, mentre ora è tornata ad esserlo la musica, che è probabilmente il motivo per cui questo disco suona così libero.

C’è stato un periodo in cui Jack White sembrava il futuro del rock, oggi è diventato un classico contemporaneo, uno che ha creato un linguaggio talmente personale da non dover più dimostrare da dove proviene. Come i grandi autori che lo hanno preceduto, ha smesso di inseguire un canone perché, quasi senza accorgersene, è riuscito a costruirne uno tutto suo.

Dal punto di vista dei testi, pensando per esempio a Dollar Bill, sarebbe persino troppo facile bollare Frozen Charlotte come un disco politico, mentre in realtà appare più come un disco sul rumore del presente, sul tentativo di restare sé stessi in un’epoca in cui tutti parlano, giudicano, producono contenuti e nessuno sembra più ascoltare. E soprattutto è scritto da un Jack White che, a differenza di tanti rocker della sua generazione, non fa il vecchio che rimpiange il passato, ma osserva il presente con ironia, sarcasmo e perfino divertimento.

Se musicalmente Jack White sembra aver ritrovato il piacere di lasciar respirare il rock, come autore di testi scrive in modo sorprendentemente più lineare rispetto agli ultimi lavori. Pur non rinunciando alle immagini surreali che ne hanno sempre caratterizzato la scrittura, questa volta fa convergere tutto nella stessa direzione. C’è un filo rosso che attraversa quasi ogni brano ed è il rapporto sempre più complicato fra l’individuo e mondo contemporaneo, fra autenticità e rappresentazione, fra ciò che siamo e ciò che continuamente siamo costretti a mostrare. E così un titolo come Making Contact finisce per raccontare l’esatto contrario. White gioca sul doppio significato della parola content, che diventa allo stesso tempo stato d’animo e contenuto digitale: “Feeling content / Making content / Breaking contact”. In poche righe descrive un’epoca nella quale passiamo il tempo a produrre contenuti mentre perdiamo progressivamente il contatto con le persone, salvo poi affondare il coltello con versi che prendono di mira la disinformazione, le grandi piattaforme e la facilità con cui una bugia riesce a diventare verità se ripetuta abbastanza volte. È uno dei testi più apertamente contemporanei che abbia scritto negli ultimi anni. 

Ma il disco è attraversato anche da una costante sensazione di incomunicabilità. In There’s Nobody There il protagonista continua a lanciare segnali, razzi luminosi e messaggi nel vuoto senza ottenere alcuna risposta, fino ad arrivare a quel verso tanto semplice quanto devastante: “I’m sending smoke signals through the air, but there’s nobody there”. È l’immagine perfetta di un album pieno da persone che parlano continuamente senza riuscire davvero a comunicare. Persino quando White affronta temi più personali evita qualsiasi forma di vittimismo. You’ll Never Fix Me diventa così una dichiarazione d’indipendenza emotiva più che una canzone sulla fine di una relazione, mentre Nobody Knows trasforma il dubbio nella condizione naturale dell’essere umano, prendendo in giro l’ossessione contemporanea per le risposte immediate.

C’è poi un’altra caratteristica che colpisce. Nonostante il disco sia pieno di riferimenti al presente, White continua a scrivere come hanno sempre fatto i grandi autori rock: evita il commento diretto, preferisce le metafore, costruisce immagini apparentemente assurde che finiscono per dire molto più di qualsiasi slogan. In Raising the Grain il vino, il sangue, le catacombe e i materiali da falegnameria convivono nello stesso universo simbolico, mentre All Alone Again riflette sulla solitudine con un paradosso meraviglioso: “We are all alone together”.

Anche per questo Jack White rimane uno degli ultimi grandi autori rock in senso classico, perché come Dylan o Lennon scrive per allegorie, i suoi testi non chiedono di essere decifrati completamente. Continua a restare enigmatico, certo, ma meno criptico che in passato. Forse ha semplicemente smesso di voler dimostrare quanto è intelligente e ha ricominciato a voler scrivere grandi canzoni.