Don’t Be Dumb è il primo album di A$AP Rocky dopo otto anni, anche se sembra che lo stia promuovendo da una vita (il titolo, ad esempio, lo ha annunciato nel 2022). Nel frattempo sono usciti alcuni singoli isolati, come Riot (Rowdy Pipe’n) del 2023 con Pharrell Williams e Tailor Swif del 2024, oltre ai consueti slot da headliner in varie edizioni di Rolling Loud e a una serie di leak su Discord e teaser di pochi secondi su Instagram e X tipici del marketing contemporaneo. Rocky in questi anni si è tenuto occupato in molti altri modi: come creative director, partner di Rihanna (con cui ha tre figli), e attore emergente in film come Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I’d Kick You) e Highest 2 Lowest, la pellicola del 2024 di Spike Lee in cui recita accanto a Denzel Washington.
Bisogna tornare indietro di quasi 15 anni per ritrovare il momento in cui il rapper di Harlem era capace plasmare il rap. Nei primi anni ’10 faceva parte di quelli che venivano chiamati leader del new cool, insieme a Kendrick Lamar e Drake, entrambi presenti (con 2 Chainz) nel suo singolo più famoso, la hit del 2013 Fuckin’ Problems. All’epoca la critica principale rivolta a Rocky era di non essere dinamico quanto i suoi colleghi affidandosi spesso alla cadenza vocale piuttosto rigida che aveva caratterizzato il disco con cui aveva svoltato: Live.Love.A$AP del 2011, un prodigio di cloud rap e logica Tumblr che resta tuttora il suo lavoro più intrigante. Vale però la pena tornare anche a Long.Live.A$AP, l’album d’esordio “ufficiale” che lo seguì e che conteneva proprio Fuckin’ Problems: le atmosfere nebulose, le incursioni EDM, così come le barre di 1 Train, hanno retto molto bene alla prova del tempo. Forse il paragone più azzeccato per lo stile di A$AP Rocky non è quello di animale da rime, come Kendrick, ma di visionario creativo come Travis Scott, un altro più interessato a creare una vibe piuttosto che liriche taglienti.
Ma è proprio questa vena di Rocky a impedire che Don’t Be Dumb si trasformi in un semplice diversivo tra un provino e l’altro. Il disco è sovraccarico, dall’artwork disegnato da Tim Burton ai cameo di Damon Albarn e del compositore premio Oscar Danny Elfman. Rocky si sforza di raccontare la propria evoluzione: dalle risse per strada ad Harlem alla beatitudine domestica del benessere e della celebrità. “La mia favola a lieto fine… la verità è che sono stato colpito da Cupido”, dice in Stay Here 4 Life in uno dei tanti riferimenti a Rihanna. Troppo spesso, però, finisce per rifugiarsi nella sua vecchia maschera del “pretty motherfucker”, inanellando rime sbruffone sulle proprie prestazioni sessuali, raccontate con il solito carisma, ma private di quella vivacità linguistica che animava rapper del passato come Cam’ron e Big L. Detto questo, sembra che A$AP si stia divertendo, e alla lunga questa attitudine riesce a trascinare anche l’ascoltatore.
Per gli amanti del gossip, comunque, c’è Stole Ya Flow, brano dove Rocky sembra lanciare frecciate all’ex amico Drake: “Mi hai rubato il flow, così io ti ho rubato la bitch” (Drake e Rihanna, com’è noto, hanno avuto una relazione in passato, mentre alcuni hanno fatto notare che è problematico che Rocky definisca Rihanna bitch). In No Trespassing aggiunge: “Potrei trasferirmi in Texas, girare con la protezione / Arrivare nel tuo quartiere, far fuoco” (pare che Drake si sia trasferito in Texas nel 2024).
Tutto questo può aver acceso delle chiacchiere sui social, ma non è la parte più interessante di Don’t Be Dumb. Più stimolante è il modo in cui Rocky rivendica il suo ruolo di padre dello stile rap moderno (i detrattori ribatteranno che gran parte di quello stile era già stato elaborato da figure di culto come Lil B, Main Attrakionz e dai membri della Odd Future). “Questi ragazzi alla fine mi daranno credito per aver lanciato tutte queste tendenze”, proclama in Whiskey, poco prima che Westside Gunn intervenga con i suoi ad-lib: “boom-boom-boom-boom-boom!”.
In Stop Snitchin, Rocky fa riferimento al suo processo e alla successiva assoluzione dall’accusa di aver minacciato con una pistola l’ex amico A$AP Relli. “Dai giovani ai veterani, non fate interviste / eri appena apparso su Say Cheese, parlavi come in una sala interrogatori”, rappa nel brano che vede la partecipazione del controverso rapper di Houston Sauce Walka. Nel complesso, questi momenti suonano come una testimonianza di un artista multi-platino che, nonostante tutto, sente di non aver ricevuto il giusto riconoscimento per i suoi meriti artistici.
Don’t Be Dumb potrebbe rimanere impantanato nello swag di A$AP, ma finisce per funzionare in brani come STFU, una traccia hardcore in cui Rocky canta insieme agli Slay Squad, band dell’Inland Empire che si autodefinisce ghetto metal. Punk Rocky, collaborazione emo con il cantante Cristoforo Donadi, richiama le allucinazioni liquide della svolta del 2015 LSD. In Air Force (Black Demarco) Rocky indulge in un cantato che ricorda il trip psichedelico shoegaze di Lil Yachty in Let’s Start Here. Nessuno di questi pezzi – tranne forse STFU – ha però la crudezza elettrica di Purple Swag e dell’epoca di Live.Love.A$AP. Ma è comunque difficile resistere a un brano come Robbery, dove Rocky e Doechii giocano a fare Bonnie e Clyde su un arrangiamento jazz di piano e batteria.
Don’t Be Dumb si chiude con The End, una riflessione attuale su un mondo sempre più cupo, che vanta la partecipazione di Will.i.am. “È dura cantare ‘sole e buongiorno’ col riscaldamento globale / Notizia flash, siamo in guerra, allarme globale”, rappa Rocky, prima che la cantautrice alt-folk Jessica Pratt aggiunga: “Così finisce il mondo”. Si può criticare Rocky per essere il classico spaccone che non sembra mai sapere quando smettere di vantarsi, ma almeno lui sa che, nel girone infernale che è la vita in America del 2026, ci sono questioni ben più importanti del suo beef con Drake.
