Nel pezzo che apre il nuovo album With Heaven on Top Zach Bryan si gode la vita in un posto dove non t’aspetti di trovarlo. Non è su una barca a pescare in un lago del Sud e nemmeno a scolarsi una birra in un bar di Philadelphia: corre per scappare dai tori a Pamplona. In Runny Eggs racconta l’esperienza in un montaggio degno di un film, in un diario di viaggio che lo porta da un road trip in California (“dove stanno le persone senza cuore”) a far serata a Brooklyn fino a un concerto in Colorado sotto la neve davanti a 10 mila persone, e poi ricordi di famiglia e conversazioni con Dio. Il significato è chiaro: quei tori non sono poi così diversi da quelli che si allevano dalle sue parti, nelle pianure dov’è cresciuto. Puoi cavalcarli, schivarli o farti travolgere. E che fortuna che Pamplona faccia rima con Oklahoma, lo Stato dove Bryan è cresciuto. “Ovunque vada, prego di riuscire sempre a trovare casa”, canta. A volte sembra che certe canzoni autobiografiche si scrivano da sole.
Essere un autore brillante con un talento per i significati profondi, in altre parole un cacciaballe di prima categoria, ha assicurato a Bryan un successo clamoroso negli Stati Uniti. Non è passato poi così tanto tempo da quando era un ex militare della Marina che suonava cover in un Potbelly. Oggi è una rockstar e un poeta del popolo in grado di riempire gli stadi di fan che cantano ogni singola parola delle sue storie vivide e ultra-riconoscibili in cui fa il conto degli errori commessi e dei rimpianti, nel tentativo di capire quale è il suo posto nella grande epopea americana dei cuori infranti. Il disco precedente The Great American Bar Scene era imponente (19 tracce) e aveva tutta l’aria d’essere un punto d’arrivo. Conteneva anche un singolo straordinario, Pink Skies, su quando si sgombera la casa dell’infanzia dopo la morte di un famigliare e si accetta di essere diventati diventare adulti, anche se i giorni scapigliati non sono certo finiti.
Nel 2025 Bryan non ha pubblicato un disco. Nell’intervista per la nostra serie Musicians on Musicians ha detto al suo eroe Bruce Springsteen che «mi sembra d’aver pubblicato tanta musica e che la gente ci abbia letto dentro tante cose, anche se in realtà stavo solo scrivendo canzoni. Ora voglio rallentare e mettere le cose a fuoco». Il suo viaggio è andato avanti a velocità supersonica: nel 2024 i media si sono occupati della fine della sua storia d’amore, nel 2025 ha smesso di bere e si è sposato. Ma è vero che ha messo a fuoco la sua carriera dal punto di vista musicale. Le 25 canzoni di With Heaven on Top passano dall’Americana di Sante Fe alla poesia folk di Cannonball, da stomp modello Mumford & Sons a pezzi con fiati e archi raffinati degni dei National. Cita un classico di Elliott Smith in Anyways, fa il verso a Elvis Presley in Rivers and Creeks, prende qualcosa dall’angoscia rurale della classe lavoratrice di Tyler Childers in Always Willin’. È il disco più pensato e compiuto che ha pubblicato finora, al punto che ha anticipato le lamentele su un presunto eccesso di produzione pubblicandone una versione acustica.
L’album è crudo dal punto di vista emotivo, nello stile tipico di Bryan. Skin è una canzone di rottura quasi disturbante per quant’è viscerale, mentre Slicked Back, che fa molto Tom Petty, rende omaggio alla moglie e alla influenza positiva che ha su di lui (“conoscevo gente che metteva tutto online, tu invece dipingi paesaggi la sera”). DeAnn’s Denim, altro pezzo dedicato alla madre scomparsa, fa i conti col lato luminoso e con quello oscuro dei passaggi generazionali. Temete che si sia adagiato nel suo status di celebrità viziata? Sappiate che si sente alienato e pieno di sensi di colpa. “Dire addio a quel che ero”, canta mentre sorvola l’America in Aeroplane. In Miles se la prende con gli amici altolocati della sua ex e affronta l’amarezza che deriva dal guadagnarsi da vivere trasformando le sue esperienze in una merce sfruttabile: “Hanno miglia di me alla radio”.
Molti brani parlano della decisione di smettere di bere. Say Why racconta per esempio di una ricaduta in un’area di servizio dell’Ohio come e la fa diventare una resa dei conti di proporzioni bibliche (porta anche letteralmente la sua croce fino al bar). “Tutti quelli che conosco sono invecchiati, hanno detto al mio culo ubriaco di diventare sobrio”, canta in Appetite dov’è un musicista che gira la provincia (“Nel nord-ovest dell’Arkansas? A suonare per gente a cui non importa niente”) e racconta l’incubo che può capitare a un artista quando le debolezze prendono il sopravvento sui sogni.
Venticinque canzoni tutte sulla vita di un solo uomo sono tante, sono dieci di troppo. Bryan riesce comunque a tenere alta l’attenzione scrivendo testi sinceri, in cui ti puoi riconoscere, che tu senta la lontananza da casa, che stia cercando di uscire un po’ meno la sera o che sia semplicemente turbato da quel che vedi sullo smartphone, come in Bad News. È un pezzo che ha creato polemiche l’anno scorso quando è apparso per la prima volta online visto che nell’elenco dei mali americani c’era un verso sugli agenti dell’ICE che ti sfondano la porta di casa. Ora è incluso in un album che è stato pubblicato due giorni dopo che un agente dell’ICE ha ucciso Renee Good a Minneapolis ed è dolorosamente calata nel presente come poche altre canzoni al mondo.
Bryan non predica ai convertiti. Come Springsteen ai tempi di 41 Shots, è una star con tanti fan repubblicani. Quando la Casa Bianca si è espressa contro la canzone lo scorso autunno, ha riempito il comunicato con riferimenti ad altri pezzi di Bryan, quasi a ricordargli che culturalmente è uno di loro e quindi un traditore. Non hanno tutti i torti. Le persone di cui Bryan canta in Bad News non gli somigliano, né somigliano al pubblico dei suoi concerti. Ironia della sorte, potrebbe essere la sua canzone più autenticamente americana.
