Era il trillo di un registratore di cassa, erano colpi di pistola, era il suono di un mondo giovane e cazzuto che veniva a bussare al nostro vecchio e stanco. Era il 2008 e Paper Planes era una delle cose più fighe in circolazione. M.I.A. non aveva grande talento musicale o canoro, quello forse lo si poteva capire già allora, tutto il resto sì: 30 e qualcosa anni, bella e pericolosa, ambasciatrice venuta dal basso per propagandare la globalizzazione buona della musica e della società, per di più con un padre Tamil rivoluzionario vero. Sotto Paper Planes c’era Straight to Hell dei Clash, ma la retorica a muso duro del rock era sostituita dalla consapevolezza che il mondo stava cambiando e i confini stavano cedendo. L’unica era arrendersi ed era facile farlo ascoltando l’album Kala e il precedente Arular.
Da allora e per alcuni anni M.I.A. ha fatto solo cose buone tra cui il singolone Bad Girls, inno di tutte le ragazze cattive come lei, video notevoli, grafiche ispirate alle guerrilla art, il dito medio alzato metaforicamente verso l’industria discografica e letteralmente verso la telecamera durante il Super Bowl ospite di Madonna, un gran casino che l’ha resa agli occhi del pubblico diciamo così alternativo ancora più fuorilegge, ma le ha causato non pochi guai. E poi l’album Maya, più elettronico e specchio di una società sempre più informatizzata e controllata.
Poi qualcosa è andato storto, o forse no, dipende dai punti di vista. Non le accuse di essere una rivoluzionaria al tartufo dell’articolo di Lynn Hirschberg sul New York Times con in apertura una foto leggendaria di Ryan McGinley, ma l’abbinamento micidiale tra religione e complottismo, due fedi diverse ma unite dalla certezza incrollabile dell’esistenza di forze superiori e invisibili che controllano gli eventi del mondo. Si è messa a twittare della gloria di Dio, arrivando a dire che Rosalía le ha rubato il lavoro per via di Lux, come no, e ha cominciato a prendere sul serio certe canzoni distopiche che cantava. Ha prodotto la linea di abbigliamento Ohmni che ferma i campi elettromagnetici offrendo «la protezione che viene dagli antichi giacimenti di rame del deserto del Sinai, della Valle dell’Indo e della Mesopotamia trasportata in questa timeline», nientemeno. E così la balaclava in edizione limitata è accompagnata dalle parole dell’Apocalisse di Giovanni: “Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne”. Che le svergognate si rivestano, non per senso del pudore, ma per proteggersi dal 5G.
Di recente la si è vista al Coachella dove ha cantato Paper Planes con Diplo vestita da logo di Telegram, il social più amato dagli sciroccati. Non è la chiusura di un cerchio, ma un modo come un altro per tornare in giro e far notizia in concomitanza con l’uscita del suo nuovo album che al Coachella non credo sarebbe stato granché popolare visto che è una sorta di concept gospel, o meglio il gospel secondo M.I.A. che sarebbe poi un mix di collage musicali questa volta non esattamente eccitanti e testi mossi dal fervore religioso che la anima ormai da molti anni.
Pubblicato per l’etichetta della cantante OhmniMusic, ispirato all’Apocalisse secondo Giovanni e al Libro del Thiruvalluvar, testo Tamil composto da 1330 brevi distici formati ognuno da sette parole, M.I.7 è stato registrato in sette luoghi differenti nel mondo, Etiopia, Egitto, India, Regno Unito, Grecia, Australia e Stati Uniti nel corso di sette session ognuna di sette giorni di durata. Il 7 come numero di perfezione divina, il 777 contro il demoniaco 666. Le canzoni sono inframmezzate da sette (quante sennò) Trumpet, brevi interludi che rimandano alle sette trombe del giudizio e danno al disco un senso di direzione e un contesto narrativo. E però non c’è alcunché di apocalittico nell’album, ma anzi ci sono inviti ad arrendersi alla luce, appelli ad essere salvata intonati con l’aiuto del Sunday Service Choir di Kanye West, preghiere pop, rime come “il tuo corpo è esterno, il tuo spirito è eterno” e un mood spesso rilassato, spezzato qua e là da pochi pezzi come Money che rimandano alle costruzioni schizzate di Maya.
M.I.7 somiglia ad altri patchwork musicali dell’artista inglese, ha lo stesso fascino e gli stessi limiti di certi suoi dischi che sembrano fatti in casa, come se fossero sempre emendabili o migliorabili, come se la spontaneità del messaggio non potesse aspettare una definizione più ordinata e pop, un ritornello migliore, una spinta musicale rafforzata. Non è un gran disco, ma trasmette nei momenti migliori un senso di pace e compiutezza che è tra gli scopi di queste 16 tracce. Mancano il senso di ribellione che ha reso interessante M.I.A. e la sovreccitazione che la sua musica migliore trasmette.
Nonostante passaggi come “combatto i signori delle tenebre, i demoniaci e i privi di cuore” e “nel nome di Gesù, ordino al Diavolo di allontanarsi da te immediatamente”, M.I.7 non è il disco di una fanatica religiosa, né contiene sparate paranoiche, ma mette assieme i due aspetti della M.I.A. degli ultimi anni: l’apocalisse passa attraverso il capitalismo della sorveglianza e la manipolazione, la fede orienta i comportamenti virtuosi. In ogni caso, sia l’album che l’abbigliamento di Ohmni, che ora promette protezione dal 10G, sono tra gli oggetti più anti-pop in circolazione. In un periodo di canzoni basate sull’autonarrazione, M.I.A. fa uscire un disco in cui canta che “quando pensi che M.I.A. sia finita e Satana mette un punto, Dio mette una virgola e dice: continua” e afferma con orgoglio di non essere stata sconfitta dal Sistema, “too global to be local, too real to be loco”. Mi chiedo se qualcuno riesca a credere fino in fondo a roba del genere.
In un’epoca in cui mostrare il corpo delle popstar è considerato segno di avanzamento e liberazione, lei dice che non è il momento di indossare abiti succinti e che va evitata ogni forma di sovrastimolazione. Bisogna nascondere i corpi, i dati sensibili e sé stessi per arrivare al finale glorioso di Everything: la settima tromba non annuncia la fine dei tempi, ma delle tribolazioni e l’arrivo dell’agognata salvezza, è da vedere se in questo o nell’altro mondo. Seguono 30 minuti di silenzio – forse un riferimento al passaggio dell’Apocalisse che dice “quando l’Agnello ebbe aperto il settimo suggello, si fece silenzio nel cielo per circa lo spazio di mezz’ora” – e una ghost track, come negli anni ’90, quando c’erano i compact disc. Morale: “Esci di casa, senti l’erba sotto i piedi e la brezza sul viso”.
Con questi 64 minuti di musica allo stesso tempo ambiziosi e ingenui, M.I.A. sfida la contemporaneità rifugiandosi in una sorta di mistica pop. È un disco strambo e purtroppo blando, fra tablas e breakbeat, canti da musical e trombe del giudizio elettroniche, in cui il boasting tipico del rap si trasfigura nel mistico e al posto di rivali e pistole e ci sono Satana e in Prayer 777 una spada di fuoco, anzi una «spada de foco» (cit. Mario Brega). Se in passato la sua musica voleva essere il canarino nella miniera del sovraccarico informativo, specialmente ai tempi del mixtape Vicki Leekx, se un tempo le canzoni sempre erano più immerse nel mondo di zeri e uno in cui viviamo, M.I.7 e Ohmni rappresentano una fuga in una realtà in cui il Bene trionfa, basta avere fede. Rassegniamoci: nel vocabolario di M.I.A. oggi “fight” fa rima con “light”.
















