Grazie e a Dio esiste (ancora) il midwest emo | Rolling Stone Italia
LP4

Grazie e a Dio esiste (ancora) il midwest emo

Ce lo ricorda il nuovo album degli American Football che contiene la loro migliore musica di sempre. Perché anche gli uomini piangono. La recensione

Grazie e a Dio esiste (ancora) il midwest emo

American Football

Foto: Alexa Viscius / Good Ones PR

Quando tra i banchi di scuola iniziava a ripetersi incessante il richiamo al fanciullino di Pascoli, il mio lettore cd prima, mp3 poi, indagava con cauto timore l’emo americano di fine anni Novanta, quello di Sunny Day Real Estate, Texas is The Reason, Mineral. In fondo cos’era più simile al concetto di fanciullino di questi ragazzi, diventati presto uomini, che guarda(van)o a se stessi con un’ingenuità emotiva così feroce? Il midwest emo, quello specifico sottogenere fatto di serpentini arpeggi di chitarra intrecciati e ritmi di batteria di stampo math rock, nella mia via sarebbe arrivato invece più tardi, ma credo comunque che il tema ricorrente del fanciullino sia stato il fantasma che ha perseguitato, e forse ancora tormenta, Mike Kinsella, leader degli American Football che di quel genere ne sono diventati, più per fortuna che per volontà, i massimi esponenti. A volte, addirittura, sineddoche.

Della strana, assurda, a tratti drammatica storia della band dell’Illinois ve ne abbiamo parlato nel 2024 (qui l’intervista), durante il tour celebrativo per i 25 anni dal loro folgorante esordio, l’album omonimo che la storia scritta dai fan ha rititolato LP1. Per sintetizzare: scioltisi malamente dopo un disco scritto durante l’università, gli American Football sono stati riscoperti grazie a internet quando di anni oramai ne avevano 40, diventando bandiere dell’emo alla soglia dei 50. Kinsella ce lo aveva sintetizzato con meno poesia: «Siamo dei musicisti di mezza età diventati popolari all’improvviso facendo canzoni tristi e noiose».

Ma poco importano le parole di Kinsella, che giustamente dopo decenni a suonare tra mille progetti un po’ si è scontrato con il successo globale della sua band universitaria, ma l’emo, e il midwest emo, colpiscono proprio perché toccano una parte irrazionale di noi. Che rimane al nostro fianco dalla giovinezza all’età adulta. Così da quel LP1 del 1999 al nuovissimo LP4, l’opera più adulta del gruppo, che riprende i temi cari alla band – il dolore, la perdita, la dipendenza, la depressione – e porta quel traballare incerto dell’adolescenza nel pieno dell’età adulta, tra matrimoni falliti, alcolismo, pensieri suicidali. In cui però, questa volta, si intravede della luce alla fine del tunnel. “Mi sono versato un bicchiere nel buio, ho accolto la morte nel buio, mi sono tagliato i polsi nel buio, non esistevo nel buio finché non ho trovato te nel buio”, canta in modo quasi preoccupante Kinsella nella seconda parte di quell’epopea sonica di Bad Moons prima che i suoi compagni di band esplodano in una crescita strumentale tra le migliori del loro repertorio.

American Football - Bad Moons [OFFICIAL MUSIC VIDEO]

E che lo voglia o no il buon Kinsella, che dalla reunion del 2016 ha litigato, e spesso boicottato a colpi di drink la band e le pressioni di questo successo, l’emo continua a parlare oggi come negli anni ‘90, a ragazzini e adulti, proprio perché parla in modo smaccatamente intimo di qualcosa che nell’universo maschile tutti vivono ma pochi condividono: le emozioni. L’emo funziona se devi superare la fine di un relazione, di un matrimonio, di un’amicizia, o di qualsivoglia importante rapporto. Funziona se si hanno problemi coi genitori o coi propri figli. Con il lavoro. O con alcool, droghe, dipendenze varie e struggenti. Funziona nel dialogo costante e contraddittorio coi propri traumi, nella conversazione con i pensieri più oscuri e solitari. E gli American Football, in quasi 30 anni di carriera (metà della quale trascorsa non esistendo), hanno costruito – rimettendoci a detta loro rapporti personali, matrimoni, salute mentale – il perfetto suono per la nostra tristezza più feroce. Loro ci hanno messo tutto. Hanno litigato, si sono presi, lasciati, abbandonati, come in una soap opera emo avvenuta lontana da social e telecamere. Ma, alla fine, seppur coi loro tempi, ci hanno sempre consegnato della musica bellissima. Uno spazio in cui piangere.

LP4, arriva a 7 anni dal precedente, esce per l’etichetta di sempre (la Polyvinyl) e dopo un ultimo tour non proprio impeccabile (chi c’era al Primavera, come il sottoscritto, ha potuto assistere all’annunciato tracollo del gruppo durante il festival, seguito però da una strepitosa esibizione intima nell’off-festival, sempre in città, ma in club più adatto alle paranoie di Kinsella), sembra aprire la band a una nuova fase della loro esistenza. Una fase dove il suono si arricchisce di struttura e trama (grazie a pianoforte, arpa, fiati, vibrafono), rimanendo pur sempre fedele al core emotivo della band. Brani come Bad Moons, No Feelings (con Brendan Yates dei Turnstile, uno della lunga serie di musicisti – da Hailey Williams a Matty Haley dei 1975 – che agli American Football devono molto), Wake Her Up, No Soul to Save, sono il midwest emo nella sua forma più completa e matura. Splendidamente e tragicamente così vicini a noi, da perforarci la pelle e sciogliersi in noi.

Se state affrontando la fine di una relazione, di un matrimonio, di un’amicizia, o di qualsivoglia importante rapporto, se avete problemi coi vostri genitori o coi vostri figli, con il lavoro, o con alcool, droghe, dipendenze varie e struggenti, o se continuate nel rimuginare nel dialogo costante e contraddittorio coi propri traumi, nella conversazione con i pensieri più oscuri e solitari, LP4 è l’abbraccio stretto che stavate aspettando. Grazie e a Dio esiste (ancora) il midwest emo.