Gli U2 e il centro radicale dove nessuno vuole stare | Rolling Stone Italia
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Gli U2 e il centro radicale dove nessuno vuole stare

Vecchio pacifismo e zero aggressività, poeti israeliani e attivisti palestinesi, Leone XIV e Mussolini. Ascoltare l’EP politico ‘Days of Ash’ nell’epoca del pensiero binario e dell’influ-attivismo

Gli U2 e il centro radicale dove nessuno vuole stare

U2

Foto: Sam Jones

La prima cosa che si nota ascoltando il nuovo EP degli U2 è la chitarra di The Edge, quasi un richiamo alla controrivoluzione del 2000, quando i quattro hanno deciso che non era più tempo di svolte ardite, che bisognava tornare ad essere sé stessi. La prima immagine che si nota sfogliando il numero digitale di Propaganda che accompagna l’uscita del disco è il simbolo della pace unito in uno stucchevole sovrappiù a una colomba. La prima frase che salta all’occhio leggendo la conversazione con Bono inclusa nella fanzine è quella in cui dice che ha amici conservatori preoccupati per l’estrema destra e amici progressisti preoccupati per l’estrema sinistra. E quindi «abbiamo bisogno di incontrarci a metà strada, in un luogo politico che sia di centro, ma non moderato: un centro radicale».

Days of Ash è tutto lì, in quei riff che oggi suonano classici ma anche fatalmente datati, in quell’iconografia che sembrava superata già negli anni ’80, nell’evocazione di un centro radicale in cui far confluire il meglio dalle tradizioni politiche della destra (mugugni da sinistra) e dalla sinistra (mugugni da destra). Il centro radicale non l’ha inventato Bono. C’è una lunga tradizione di scritti sul radical centrism e sul radical middle e il concetto stesso è molto cambiato nel corso dei decenni, usato anche per definire idee contrastanti. Bono lo utilizza per indicare una rottura pacifica del sistema diviso in due fazioni che per prosperare si sono autorelegate agli estremi dello spettro politico. Alle posizioni urlate ed estremiste del bipopulismo, Bono ha sempre opposto un’alternanza di sintesi poetica, ovvero i dischi, e azione pragmatica, le iniziative benefiche. Quanti insulti si è preso per aver stretto la mano a George W. Bush? E però quante persone ha salvato il President’s Emergency Plan for AIDS Relief?

In Days of Ash gli U2 ribadiscono qual è la loro ragion d’essere dopo mezzo secolo di attività, così dice Larry Mullen Jr in uno scritto intitolato “Perché esistiamo”. Gli U2 hanno fatto conoscere l’attività di Amnesty International o l’esistenza della domenica maledetta del 1972 a una generazione di ragazzi che poco ne sapevano – hanno anche fatto credere loro che Martin Luther King è stato assassinato nelle prime ore del mattino, ma questo è un altro discorso. Days of Ash offre insomma quella che negli anni ’80 era la specialità della casa. A fine anno, quando pubblicheranno il nuovo album e sarà (forse) radicalmente diverso, si dimenticheranno momentaneamente del “perché esistiamo”, ma non importa, il primo a dirsi incoerente è Bono e poi sono rocker, mica capi di Stato.

U2 - American Obituary (Lyric Video)

Gli U2 sono irlandesi e (in maggioranza) cattolici, sanno cos’è un conflitto che sembra irrisolvibile e per il quale invece si può trovare una soluzione. Non scrivono canzoni per alimentare quel conflitto, ma per sopirlo. Cercano punti di contatto, non motivi di sfida. È uno dei motivi per cui nessuna delle cinque canzoni (più una poesia) di Days of Ash cita direttamente Trump, Netanyahu o Putin, anche se è ovvio di cosa stanno parlando e se non è chiaro c’è la fanzine che lo spiega nel dettaglio offrendo un contesto alle canzoni.

C’è il “popolo delle menzogne”, una certa destra americana e non solo, in American Obituary. È dedicata a Renee Good, la donna e madre di tre figli uccisa dall’ICE che tra le altre cose da ragazza era stata in Irlanda del Nord come parte di una missione cristiana giovanile. Proprio attorno all’idea di madre gira in parte la canzone, con quel “ti amo più di quanto l’odio ami la guerra” ispirata al dialogo di It’s Alright Ma (I’m Only Bleeding) di Bob Dylan. E ci sono un po’ ovunque del disco Israele, gli ebrei e la Cisgiordania, con un riferimento alla Shoah in The Tears of Things e la storia bella e inventata di Mussolini che porta Hitler a vedere il David di Michelangelo, la convinzione che è stata «la forza morale dell’ebraismo a plasmare la civiltà occidentale», la poesia di un autore israeliano, il dramma dell’attivista palestinese Awdah Hathaleen ucciso da un colono, che è poi la storia di chi “trova la mappa e perde la terra”.

Tutto insieme? Sì, tutto insieme, in un tentativo che non suona disperato, anche se sospetto che lo sia, di opporre la forza della ragione alle ragioni della forza, è la linea di chi crede ancora nell’idea di due popoli due stati e non nello scontro tra Grande Israele e tutta Palestina dal fiume fino al mare. Per Bono è folle considerare «tutti gli ebrei responsabili degli atti di Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir», ma è altrettanto sbagliato «accusare di antisemitismo chiunque critichi l’estrema destra del Paese». Nel saggio pubblicato sull’Atlantic poco più di un anno fa scriveva che «per quasi vent’anni il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha usato la difesa della libertà di Israele e del suo popolo come scusa per negare sistematicamente quella stessa libertà e sicurezza ai palestinesi, una contraddizione autolesionista e mortale che ha portato a un osceno azzeramento della vita civile che la gente di tutto mondo può vedere quotidianamente sul proprio smartphone. Deve esserci libertà per gli ostaggi israeliani, il cui rapimento da parte di Hamas ha scatenato questo cataclisma (Bono, mi deve promettere che questa cosa non la dice più, semicit). E deve esserci libertà per il popolo palestinese. Non ci vuole un profeta per prevedere che Israele non sarà libero finché non lo sarà anche la Palestina».

U2 - The Tears Of Things (Lyric Video)

Difficile dire se e quanto successo potrà avere questo tentativo di fare rock che affronta i temi della contemporaneità smarcandosi dal pensiero binario, dalla convinzione che la ragione sia sempre solo da una parte (la nostra, ovviamente) e il torto tutto dall’altra, che la realtà dei fatti possa essere piegata consciamente e inconsciamente alle idee preconcette che abbiamo, che la divisione in tifoserie opposte e violente sia il modo migliore per raccontare e persino migliorare il mondo. Di certo non gioverà il fatto che il disco è a tratti musicalmente blando e stilisticamente risaputo. Pare di avere già sentito nel repertorio della band frammenti di American Obituary, qualcosa dalle parti di Vertigo o Elevation (magari), ma se non altro la canzone ha una convinzione e un senso di urgenza che mancavano da anni al gruppo. E la voce di Bono non è mai stata così presente e teatrale come in The Tears of Things, l’unico altro pezzo dell’EP che vale la pena ascoltare.

Di tutto il resto si apprezza solo l’intenzione, da Song of the Future per Sarina Esmailzadeh e le ragazze iraniane di Donna, Vita, Libertà a One Life at a Time, che nel titolo cita l’espressione usata da uno dei registi di No Other Land al funerale di Hathaleen. L’ha detto per spiegare come gli israeliani cancellano i palestinesi, Bono rivolta la frase non per smentirla, ma per immaginare una pace costruita “una vita alla volta”.

Il pezzo peggiore è quello su cui gli U2 sembrano puntare, ovvero Yours Eternally, tipico caso in cui il tema e l’ospite, il musicista Taras Topolia diventato soccorritore militare dopo l’invasione dell’Ucraina, contano più della canzone in cui appaiono Ed Sheeran e il suo tocco normalizzatore. Se non è imbarazzante è solo per il senso dell’umorismo che vuole rappresentare, immaginandosi un soldato al fronte che, conscio del suo destino beffardo, scrive “se avete la possibilità di ridere, ridete di me”. La parola finale è invece serissima ed è l’ucraina “volia”, che riassume i concetti di libertà e forza di volontà. Il 24 febbraio, nel quarto anniversario dell’invasione russa, uscirà un video diretto da Ilya Mikhaylus girato al seguito dell’esercito ucraino. Sarà sicuramente più interessante di questa canzone su cui si sente l’influenza di Martin Garrix.

U2, Adeola & Jacknife Lee - Wildpeace (Lyric Video)

Dietro ai dischi degli U2 e certamente dietro a Days of Ash non c’è più alcun pensiero musicale. Farne una colpa a una band che è in giro da mezzo secolo e che ha fatto The Unforgettable Fire e Achtung Baby sarebbe eccessivo e ingeneroso. Chissà però che i temi non abbiano contato nel rendere un paio di queste canzoni un po’ più vivaci dello standard del gruppo degli ultimi anni, un po’ come è successo col Bruce Springsteen di Streets of Minneapolis. Ma se a guidare la canzone di protesta dell’americano erano evidentemente lo sdegno e la rabbia, e il richiamo alla grande tradizione di folksinger americani, quelle degli U2 si nutrono di un universo di segni, idee, citazioni, suggestioni ampie e un po’ più colte, non da cronachista. Si passa dall’egiziano Wael Ghonim autore del motto “The power of the people is stronger than the people in power” che appare in American Obituary al sacerdote francescano americano Richard Rohr e al suo libro su come esercitare la compassione e superare la rabbia in un’epoca violenta.

Sono ovviamente più sintonizzati col sentire contemporaneo i Kneecap che col volto coperto dal passamontagna inneggiano ad Hamas e a Hezbollah, simboli della rivolta contro il liberismo (che da anni ha i giorni contati). Loro non vogliono superare la rabbia e nell’ultimo singolo cantano “fanculo Keir Starmer, il lacchè di Netanyahu complice del genocidio, meglio usarlo come concime per gli agricoltori”. La collera che non conosce sfumature è decisamente più eccitante delle preghiere pop degli U2 che viaggiano sui 65 anni e fanno recitare ad Adeola (Amazones d’Afrique) una poesia dell’israeliano Yehuda Amichai. Si intitola Una pace selvatica e sono le stesse precise parole che Leone XIV ha letto nel suo primo messaggio urbi et orbi natalizio nella Loggia centrale della Basilica di San Pietro a proposito dei tanti conflitti in giro per il mondo: “Che venga come i fiori selvatici, all’improvviso, perché il campo ne ha bisogno: una pace selvatica”. È più forte ed efficace “lacchè di Netanyahu”, vero? Pochi vogliono stare nel centro radicale. Non è eccitante, non conviene, ci si copre di ridicolo. Bono ci sta comodo, ma lui è uno che i colpi li sa incassare.