Chiedi chi era Paul McCartney | Rolling Stone Italia
Il passato è presente

Chiedi chi era Paul McCartney

Chi vuol sentire le memorie di un Beatle? La recensione di ‘The Boys of Dungeon Lane’, una collezione di ricordi in cui c’è fortunatamente più vitalismo che nostalgia

Chiedi chi era Paul McCartney

Paul McCartney all’ascolto dell’album coi fan ad Abbey Road il 5 maggio

Foto: Sonny McCartney/MPL Communications

Di cosa puoi cantare a 80 e passa anni di età? Che cosa ti resta da dire di significativo, di vero, di sentito dopo aver scritto tutto, dopo aver suonato tutto? Puoi guardare in faccia il dolore e la fine, come ha fatto Leonard Cohen in un paio di dischi serenamente funebri usciti poco prima e dopo la morte. Puoi annullare la distanza fra passato e presente e convocare nelle canzoni un cast immenso di personaggi come ha fatto Bob Dylan in Rough and Rowdy Ways. Oppure puoi farla facile e cantare del passato, il tuo personale tesoretto di facce, di storie, di luoghi.

È quel che fa Paul McCartney in The Boys of Dungeon Lane, che potrebbe essere il suo disco migliore da una ventina d’anni a questa parte (uso il condizionale perché mi è stato concesso un solo ascolto). Non è solo un esercizio della memoria, non è una semplice collezione di ricordi e nemmeno uno sguardo nostalgico a un mondo che non c’è più. Certo, si percepisce qua e là un filo di malinconia ed è naturale parlando delle memorie di un uomo di 83 anni, che a giugno saranno 84. Il passato remoto è presente, ma McCartney non lo canta per rimpiangerlo. Lo canta per fare quel che ha sempre fatto, che sarebbe poi il suo mandato artistico, direi addirittura la sua funzione storica: incarnare col suo vitalismo l’entusiasmo di esserci. Le storie che racconta nel disco sono figlie di una certa allegria del vivere. E anche quando canta di esistenze che sembrano scritte in minore, McCartney le risolve in maggiore.

Questa volta la spalla musicale di McCartney è Andrew Watt, che negli ultimi anni si è ritagliato il ruolo preminente di produttore di musicisti e band con storie decennali alle spalle. Non ha uno stile, ha un metodo: recupera il sound del passato facendo sì che suoni bene nell’era dello streaming e quindi restituisce ai grandi del rock la loro classicità facendoli sembrare meno vecchi di quel che sono. È il produttore perfetto per chi si arrende a essere se stesso senza più cercare altro, senza tentare (spesso maldestramente) di suonare contemporaneo. Rispetto ad altri dischi recenti di McCartney che come questo erano suonati quasi interamente dal Beatle, Watt ha tirato fuori un piglio più rock che male non fa quando hai a che fare con un autore che scrive canzoni da una vita.

Quando Macca ha mostrato a Watt lo Studer a quattro piste con cui i Beatles hanno registrato A Day in the Life, oltre a restare probabilmente a bocca aperta come avremmo fatto tutti quanti, Watt l’ha voluto usare per We Two, una piccola canzone d’amore tipica di Macca in cui la voce ha una presenza vividissima. As You Lie There, da cui è partito il progetto e che apre il disco, alterna parti acustiche e impennate elettriche e come un paio d’altri pezzi rimanda al periodo degli Wings, di cui si è tornati a parlare dopo il documentario Man on the Run e il libro Una band in fuga. È una delle canzoni che pescano dai ricordi: il futuro Beatle passa sotto la finestra di una ragazza che gli piace, tale Jasmine, intravede la sua silhouette, non ha il coraggio di farsi avanti, fantastica su di lei. Anche Mountain Top, con le sue accelerazioni improvvise e gli echi di psichedelia, i suoni di clavicembalo e i tape loops, è una fantasia, solo più freak: parla di una ragazza che si fa di funghetti al Festival di Glastonbury.

Paul McCartney - Days We Left Behind (Lyric Video)

Il passato è presente, dicevo. Il singolo Days We Left Behind col suo tono tra l’incantato e il commosso e il passaggio “e nulla rimane com’era, nessuno deve piangere, nulla può ridarci i giorni che ci siamo lasciati alle spalle” riassume lo spirito dell’album: come dire, nostalgico, ma con giudizio. La canzonetta in coppia con Ringo Starr Home to Us racconta il periodo poveri-ma-belli dei futuri Beatles (dei quattro era John Lennon che stava in un quartiere più posh, dice Macca). Lost Horizon è recuperata letteralmente dal passato. McCartney aveva dimenticato di averla incisa, poi un giorno di molti anni fa il suo studio manager Eddie Klein (che è morto nel 2020) l’ha recuperata e ora con Watt è stata risuonata in una versione fedele a quella della cassetta. Anche Down South va dritta alla storia dei Beatles prima dei Beatles, essendo il ricordo, chitarra alla mano, dei viaggi in autostop che Paul McCartney faceva con George Harrison quando i due hanno imparato a conoscersi, “before we learned to twist and shout”.

Non c’è anziano che non torni con la memoria ai genitori. Quelli di McCartney sono al centro della folkeggiante Salesman Saint, immaginate un andamento marziale alla Masters of Wars di Dylan, ma con un tocco pop. È lo spaccato di un’epoca in cui i giovani occidentali non si definivano la generazione più sfortunata di tutti i tempi. L’Europa bruciava nel fuoco e i due si accontentavano di quel che avevano, “tè caldo e sigarette”, “risate e una canzone” come quella rievocata dall’orchestra diretta da Ben Foster. Il pezzo è collegato al successivo e finale Momma Gets By, storia inventata e vagamente ispirata a Porgy and Bess. È la descrizione di una famiglia come tante in cui la donna lavora, mentre l’uomo è un perdigiorno, “momma gets by, papa gets high”. Al posto di trasformarla in un’invettiva su un rapporto tossico come avrebbe fatto un autore con un terzo dei suoi anni, McCartney tira fuori il pezzo più romantico del disco, perché la donna ama quel disgraziato così com’è: “Cosa contano gli stupidi difetti di lui al confronto di quel che prova lei?”.

Non c’è alcunché di profondo in queste canzoni dai timbri più chitarristici che pianistici, a volte decisamente pop-rock (Ripples on a Pond, dedicata a Nancy Shevell, il solito “ti amo più che mai”, vabbè), a volte più spinti verso sul rock (Come Inside), in un caso ispirati dalla stagione del folk californiano di Laurel Canyon (Never Know, con un break inglesissimo però). Né ci sono canzoni che dopo un ascolto ci si ricorda. I pezzi leggendari stanno in altri dischi, com’è normale che sia. Oggi McCartney racconta storie semplici come quella di Life Can Be Hard, nata durante il Covid quando lui e la moglie ospitavano una pronipotina, o First Star of the Night, su una stella che spunta dopo un acquazzone in Costa Rica, poca roba.

Se molte comunque funzionano, se viene voglia di riascoltarle, se questo è davvero il disco migliore di McCartney dai tempi di Tony Blair è per il talento musicale, per gli arrangiamenti, per la convinzione che da tempo non si sentiva in un album di McCartney. Non sarà più l’autore di un tempo (grazie tante), ma si diverte ancora a far musica e questa cosa si sente ed è sempre positiva.

Paul McCartney - In Liverpool (Remastered Music Video) (Unreleased Song)

Dungeon Lane è un luogo fisico, ha le sue coordinate geografiche precise, ma simbolizza molti altri posti di Liverpool e dintorni e persino varie epoche. Ed è anche, questo lo dice McCartney, un luogo immaginario dove andare per stare bene con la musica per tre quarti d’ora. È un po’ memoria, un po’ fantasia e un po’ evasione. Sono del resto anni che McCartney gira attorno al tema della memoria, è per lui inevitabile tant’è che l’espressione “the boys of Dungeon Lane” era contenuta in un pezzo inedito titolato In Liverpool risalente almeno al 1988 in cui già raccontava della sua infanzia, della memoria in cui i luoghi si fondono ai visi dei ragazzi di Dungeon Lane con cui bighellonava e si metteva nei guai.

A me The Boys of Dungeon Lane sembra anche un disco sull’accettazione dell’impermanenza delle cose, sulla necessità di non trasformare la memoria nel funerale del presente e, perché no, sul carattere resistente di una generazione cresciuta nel secondo dopoguerra. Roba da vecchi, va da sé. Pochi ventenni o trentenni si appassioneranno a un album così poco sexy fatto di canzoni anti-contemporanee scritte seguendo canoni melodici e armonici classici, eseguite dal nonno di oggi che ricorda il ragazzo di ieri. Eppure col suo ottimismo della ragione abbinato a un filo di commozione asciutta parla anche a loro e a tutti noi che viviamo nel 2026 e pensiamo di essere più sfortunati di chi viveva in Europa nel 1946.