Shellac, la recensione di To All Trains | Rolling Stone Italia
Spingersi al limite

Che gioia e che amarezza sentire Steve Albini cantare di morte nel disco degli Shellac

Sarcasmo, sberleffo, divertimento. Nei 28 minuti di ‘To All Trains’ il trio cammina sul confine sottile che separa l’art rock dalla sua parodia. E che sound, persino ascoltato nel tanto detestato streaming. La recensione

Che gioia e che amarezza sentire Steve Albini cantare di morte nel disco degli Shellac

Shellac

Foto: Jim Bennett/WireImage

Macché ideale platonico, agli Shellac interessava l’ideale sardonico. Venerdì scorso il trio ha pubblicato To All Trains, il suo sesto e ultimo lavoro, in tutti i sensi giacché è uscito dopo la morte di Steve Albini. Contiene un pezzo bello sfacciato intitolato Chick New Wave dove Albini canta che ha chiuso “con la musica fatta da maschi, ora m’interessa solo la new wave fatta dalle pollastrelle”. E ovviamente lo dice come se la sua band non fosse formata tra tre uomini, come se il disco precedente del gruppo non fosse intitolato Dude Incredible, come se una ragazza, qualunque ragazza oggi gli permetterebbe di chiamarla pollastrella.

Spingersi al limite, del resto, è sempre stata la specialità di casa Albini, anche se in tempi più recenti ha fatto una mezza marcia indietro. Coi Big Black ha cantato di piromani annoiati che si davano fuoco e ha pubblicato album intitolato Songs About Fucking (c’è bisogno di traduzione?). Al confronto, Prayer to God, la canzone dal terzo album degli Shellac 1000 Hurts in cui chiedeva a Dio di uccidere con dolore l’uomo che gli aveva rubato la donna (e di annientare pure lei, ma senza infliggerle sofferenze) era robetta leggera.

E così quando dieci anni fa è uscito Dude Incredible il trio è sembrato sì interessato a divertirsi, ma con un filo in più d’ironia. Pure l’atteggiamento di Albini è cambiato negli ultimi cinque anni, quando ha cominciato a fare i conti con le provocazioni del passato. S’è dato quindi al sarcasmo e all’umorismo nero, evitando di ferire i sentimenti delle persone. Ecco, è questo il tipo di leggerezza che si ritrova in To All Trains.

Pare quasi di vedere Albini e il cantante-bassista Bob Weston che cantano buona parte dei pezzi con un sorrisetto sulle labbra. Per dire, ce n’è uno intitolato How I Wrote How I Wrote ‘Elastic Man’ (Cock & Bull) che prende in giro il pezzo dei Fall del 1979 che a sua volta prendeva in giro un fumetto del 1939. Ci sono poi Scabby the Rat, ode alla Wipers alla improbabile icona dei sindacati americani, e la frase “aspiro al bronzo, ma mi accontenterò del piombo” nel pezzo di apertura Wsod, una sorta di parodia del rock da stadio. Ehi, Albini e Weston si danno addirittura il cinque in Girl From Outside e non si tratta certamente di due tizi da high-five.

Forse il gusto per lo sberleffo serve per misurare il nostro grade di conoscenza degli Shellac, che si sono sempre mossi nella terra di nessuno che separa l’art rock dalla sua parodia. Parliamo di un musicista, Albini e forse anche i suoi compagni, che è stato influenzato in egual misura dai Fall e dai Cheap Trick, e che sul palco poteva sembrare una specie di Lenny Bruce.

To All Trains sta perciò sul confine tra il serio e il faceto, che è poi il campo in cui si sono sempre mossi gli Shellac. Coi suoi 28 minuti è più breve e divertente di un episodio di Young Sheldon e ha un gran suono, persino se lo sentite con le cuffiette collegate col Bluetooth allo smartphone – ok, questa cosa non sarebbe piaciuta ad Albini, ma ehi, è stato lui a registrare e masterizzare il disco in un modo che suonasse bene anche ascoltandolo nelle peggiori condizioni. I ritmi sono formidabili, il batterista Todd Trainer è una potenza in tutto il disco e c’è persino una specie di blues swingante, Scrappers, che sembra uscito da uno sfasciacarrozze. E sì, è uno spasso.

C’è un solo momento in cui l’ironia suona strana ed è nella canzone che chiude il disco, I Don’t Fear Hell. Albini canta “mi getterò nella tomba come ci si getta tra le braccia di un’amante” e “se il paradiso esiste, spero che si stiano divertendo, perché se esiste l’inferno, conoscerò tutti quanti”. La musica corre e poi si schianta su se stessa manco fosse una splendida tempesta sonora, ma sentire Albini cantare quelle parole pochi giorni dopo la sua morte è qualcosa di crudele. E però se c’è uno che si è sempre tenuto lontano dal sentimentalismo (come del resto dimostrano questa e tutte le altre canzoni degli Shellac), quello è proprio Albini. E allora To All Trains non sarà la dichiarazione definitiva degli Shellac, quella la si aveva ogni volta che salivano su un palco, ma con i suoi testi bellicosi e il suo sound notevole è un bell’esempio d’ideale albiniano.

Da Rolling Stone US.

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