La recensione di ‘Carnaval De Luz’, gli U2 dalla parte giusta della storia, con qualche canzone sbagliata | Rolling Stone Italia
Credere nella luce

‘Carnaval De Luz’, gli U2 dalla parte giusta della storia, con qualche canzone sbagliata

La recensione di un disco che è manifesto del centrismo radicale di Bono e si riallaccia alle svolte virtuose della loro carriera, con alcuni pezzi minori com’è normale che sia per una band che è in giro dal 1976

‘Carnaval De Luz’, gli U2 dalla parte giusta della storia, con qualche canzone sbagliata

Gli U2 nel 2026

Foto: Michael Schwartz

Che cosa c’è di più antistorico di quattro ultrasessantenni che cantano di Dio mentre la gente in piazza dà fuoco alle camionette della polizia? Che nel momento in cui i ragazzi invocano “les ténèbres” e l’apocalisse fanno un disco sulla luce e il carnevale? Che dicono senza ironia che “ogni vita è gigantesca, immensa e romantica”? Carnaval De Luz è una scommessa: in un’epoca in cui paga essere settari e incazzati gli U2 ripartono all’assalto della cultura popolare con una dozzina di canzoni in cui dicono che il dolore del nemico non vale meno del nostro.

“Benvenuti a questa serata, un carnevale di luci”, dice Bono nella prima canzone. Si intitola Go (Carnaval De Luz) ed è la piccola Zoo Station di questo disco, dentro c’è pure Brian Eno. La luce e quindi il Bene sono al centro di quest’album che vuole essere un appello all’ottimismo e un motivo di svago in un periodo buio, una festa non per dimenticare il mondo reale, ma per non dare agli spietati & potenti la possibilità di controllare il nostro umore, o così almeno dice Bono. “Il catastrofismo è l’idealizzazione del dolore del mondo”, canta in Midnight Sunshine. “Se non vuoi rendere il diavolo ancora più grande, smetti di ripetere il suo nome”.

“Non esiste nulla di certo” canta Bono in If the World Is at War We Better Not Be, “ma lo canto senza avere dubbi: una luce ha penetrato l’oscurità, nessuna oscurità può spegnerla”. Per raccontare questa cocciuta ricerca di luce in un mondo che sembra diventare ogni giorno più cupo gli U2 hanno scelto di guardare avanti voltandosi indietro. L’hanno fatto con la complicità di Jacknife Lee, che è una specie di membro aggiunto visto che produce e mette le mani sulle tastiere in tutti i pezzi. Hanno tentato di ricatturare suoni ed energia di due delle loro svolte più virtuose, che sono paradossalmente di segno opposto. Da una parte il periodo in cui hanno “risognato tutto di nuovo” gettandosi nell’avventura di Achtung Baby e Zooropa, evocata nello spirito e in qualche suono, vedi ad esempio l’uno-due iniziale; dall’altra la resa felice alla loro natura di rock band ai tempi di All That You Can’t Leave Behind. Ci sono anche chitarre acustiche come non si sentono in altri dischi dei quattro e qualche deviazione dal copione, oltre ai consuenti chitarroni ultradistorti e alla classicissima infinite guitar di The Edge. Funziona bene quando i pezzi hanno la spinta che mancava negli ultimi anni, anche se nella seconda metà, dalle parti di Midnight Sunshine e di Can’t Stop Us Now sembra che i quattro esauriscano l’energia. È un lavoro discontinuo, ma è comunque la loro cosa migliore da molti anni. C’è anche Martin Garrix, ma non fa danni, è un miracolo e anzi Glorify non è una We Are the People, ma un bel pezzo quasi nello spirito di Songs of Surrender.

Nel calendario liturgico boniano Carnaval De Luz è un carnevale che non precede, ma segue la Quaresima di Days of Ash e la Pasqua di Easter Lily. È la risoluzione gioiosa dei drammi raccontati in quei dischi in attesa della celebrazione collettiva del tour 2027. In un certo senso e a causa di certi temi legati alla fede, gli U2 si sono fatti battere sul tempo da Rosalía e dal suo Lux. Proprio alla cantante spagnola e alla sua capacità di “reincantare il mondo” gli U2 dedicano The Mirror Maker (Rosalía), la canzone un filo imbarazzante in cui una rockstar di 66 anni idealizza una popstar di 34. “Mentre balli impariamo a pregare”, canta Bono in un pezzo in cui s’appella a Santa Cecilia, patrona dei musicisti, e in definitiva loda Rosalía per parlare degli artisti che non si limitano a guardarsi allo specchio, ma lo attraversano e ci mostrano cosa c’è dall’altra parte.

Bono è il solito adorabile buttadentro, l’imbonitore che vende idee, l’intrattenitore che le spara grosse. Esagera sapendo di esagerare perché sa che solo oltrepassando la soglia del pudore può tirare fuori qualcosa d’interessante, trasformare la mancanza di vergogna in spettacolo. In un paio di occasioni cancella credo volutamente il confine che separa il privato dal pubblico. È il caso di The Greatest Show on Earth, uno dei pezzi migliori del disco, che può essere ascoltata come una canzone su una relazione turbolenta, ma credo parli anche se non soprattutto del rapporto fra il gruppo e gli spettatori. “L’amore è un’azienda che lavora di notte, mi sono venduto per meno di quel che valevo”, canta Bono. E ancora: “Tu le chiami bugie, io la chiamo arte”. La canzone dà il nome al tour che vedremo a San Siro nel 2027 e che ha il compito di smentire l’imperfetto usato nel testo, “eravamo un tempo il più grande spettacolo del mondo”, anche se Bono canta quell’“eravamo” con la convinzione di uno che pensa di essere ancora il greatest show on earth.

Alla fine arriva Torn, il duetto con Dolly Parton, che ha registrato la sua parte quando era molto malata e si sente. Il contrasto tra la sua voce tremolante e senile e quella espressiva di Bono, che sembra che canti a mezzo metro da te, rende ancora più interessante la canzone che parla di una faida tra due fratelli raccontata da una cantante gigantesca che pur non avendo avuto figli è stata idealmente una delle madri più amate d’America. Accompagnata dalla pedal steel di Daniel Lanois, la storia ben s’adatta a qualsiasi conflitto, da quello nell’Irlanda del Nord che gli U2 conoscono bene a quello nei territori occupati da Israele passando per l’America divisa in due. “Condividiamo una casa divisa / e il sangue che scorre nelle nostre vene / I fratelli diventano estranei / e non riescono a percepire l’uno il dolore dell’altro”.

È una delle cose più importanti che gli U2 dicono in questo disco, che è complementare ai due EP usciti quest’anno e infatti inizia col suono che chiudeva Easter Lily. Se al posto di pubblicare 24 canzoni gli U2 avessero riunito le migliori in un solo album il risultato sarebbe stato meno discontinuo. Chi li ama troverà motivi per apprezzarlo, non ultimo la “presenza” della voce di Bono. Il piglio ritrovato non sarà sorprendente, ma spinge a dovere alcuni pezzi dando loro il senso di urgenza che ci vuole. Gli U2 vanno testardamente contro il loro tempo, sono centristi radicali che credono ancora nell’attivismo alla vecchia maniera e nei processi di riconciliazione. Sono dalla parte giusta della storia, con qualche canzone sbagliata. È il massimo che si può chiedere a un gruppo in giro da 50 anni.