Angine de Poitrine, la recensione di ‘Vol. II’ | Rolling Stone Italia
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Avanti tutta, Angine de Poitrine, trasformate il math rock in un’esperienza gioiosa

È uscito ‘Vol. II’ del duo di cartapesta, microtoni e loop più chiacchierato del pianeta. Missione: esplorare strani nuovi mondi e riportare divertimento e nonsense in una musica elitaria. Non è un laboratorio, è un parco giochi

Avanti tutta, Angine de Poitrine, trasformate il math rock in un’esperienza gioiosa

Angine de Poitrine

Foto: Constantin Monfilliette

Elenco dei riferimenti contenuti in una singola recensione di Vol.II degli Angine de Poitrine: Ruins, King Gizzard & The Lizard Wizard, Primus, King Crimson, Magma, Art Zoyd, Renaldo and the Loaf, Zoogz Rift, Forcefield, Yip-Yip, Lightning Bolt, Battles, Gentle Giant, John Scofield, Fred Firth, Wire, Helmet, Mushuggah, Arto Lindsay, Dawn of Midi, Frank Zappa, Glenn Branca, Focus, Gary Hoey, Guck, Gumby’s Junk, Chaser, Rhododendron, Spring Breeding. Manca solo Harry Partch.

Alcuni sono azzeccati, altri sono riferimenti così arcani che persino chi passa le giornate a sentire dischi deve googolarli. Ci si fa l’idea che sia musica per iniziati, massoneria sonora, un’esperienza per pochi. A me pare invece che gli Angine de Poitrine non facciano musica per gente che conosce band da 1500 ascoltatori mensili su Spotify. Al contrario, strappano il cosiddetto math rock dalle mani dei nerd seriosissimi e ci fanno sopra una risata. Non è un laboratorio, è un parco giochi. In Vol. II, che è uscito venerdì, non percepisco il senso di minaccia che molti hanno sentito. Sento la voglia di esplorare strani, nuovi mondi, come dicevano in Star Trek. Sento divertimento e nonsense. Il divertimento del nonsense. Vol. II non è cervellotico, parla la lingua della gioia. 

Prima però, un passo indietro. Una delle ultime vittime del loro fascino singolare è Dave Grohl. Durante un’intervista ha tirato fuori il telefono per assicurarsi di pronunciarne bene il nome e ha detto che gli Angine de Poitrine lo hanno mandato completamente fuori di testa. Prima di lui, Mike Portnoy dei Dream Theater, batterista mostruoso del gruppo prog metal più famoso della storia, ha scritto che da bambino immaginava che sarebbe stata così la musica del 2026, roba da fantascienza insomma, e che la visione della performance del duo filmata da KEXP è obbligatoria tanto quanto quella dei Pink Floyd a Pompei, roba da far infartare un sacco di rockettari. Intanto, Sean Lennon mette cuori a qualunque post li riguardi. Quando a inizio maggio uscirà il suo concept con Les Claypool, che a occhio e croce qualche affinità coi canadesi ce l’ha, non sarà circondato da questo clamore.

Una roba così non si era mai vista. Negli ultimi giorni i feed di Instagram si sono riempiti con le immagini dei due strumentisti di Saguenay, Québec di cui non si conosce l’identità, anche se è caccia aperta a nomi e facce. Vedo loro, solo loro, i loro pois, i loro costumi, la copertina di Dark Side of the Moon rifatta con la loro grafica, i due trasformati in personaggi del Lego e poi calati nella fashion week, disegnati in versione cartoon, scenette su come hanno o non hanno cambiato il rock, chitarristi che ne riproducono i fraseggi. E naturalmente infiniti commenti sul perché piacciono tanto. L’Internet che spiega cose si è scatenato, convergendo sulla convinzione che in un tempo di canzoni che sono fatte o che sembrano fatte con l’intelligenza artificiale abbiamo bisogno di stranezze che solo gli uomini possono inventare. In un’epoca di musiche standardizzate ci affascina chi parla un linguaggio alternativo.

Scommetto la mia copia di Sailing in the Seas of Cheese che il messaggio più digitato nelle ultime settimane nei sistemi di messaggistica degli appassionati è stato «ma li hai visti questi?» e sue varianti. Erano sconosciuti. Nel giro di poche settimane grazie ai 27 minuti del video di KEXP, al passaparola, alla forza di penetrazione degli algoritmi sono diventati il gruppo rock più chiacchierato al mondo. Gli U2 pubblicano a sorpresa un EP? E chi se ne frega se esce il secondo album di questi due fuori di testa che si esprimono facendo versi alieni. Non vogliamo più cantare in nome dell’amore, vogliamo muovere testa e piedi con pezzi che si intitolano Utzp e Angor, senza neanche sapere cosa significano i titoli, probabilmente niente, sicuramente niente.

Angine de Poitrine - Full Performance (Live on KEXP)

La musica di Vol.II, 36 minuti strumentali accompagnati raramente da versi bizzarri, è interamente suonata dai due che si fanno chiamare Klek de Poitrine e Khn de Poitrine. Il primo suona la batteria, il secondo basso e chitarra. Per riprodurre questa roba dal vivo usa uno strumento a doppio manico e pedali per il loop, ma questo già lo sapete se una tra le sette milioni e mezzo di visualizzazioni del video di KEXP è vostra. La sovrapposizione di parti messe in loop e suonate fa sì che nei loro pezzi, che sono piuttosto lunghi, ci sia un ampio uso di poliritmi. E però non c’è niente di veramente folle e sconsiderato nei loro strumentali. È musica avvincente, che cambia e che evolve pur essendo basata sul concetto di ripetizione, ma che ambisce a restare relativamente semplice, con uno spirito sorprendentemente positivo.

Nella bio di Instagram si definiscono orchestra rock microtonale dada-pitagorica-cubista. La cosa della musica microtonale ha attirato un sacco di attenzione e va spiegata. Nel temperamento equabile occidentale che sta alla base della musica che ascoltiamo l’ottava, ovvero l’intervallo tra due suoni la cui frequenza è una il doppio dell’altra come il Do centrale e quello immediatamente più basso, è divisa in 12 semitoni che corrispondono alle 12 note, le sette che tutti conoscono e quelle alterate coi diesis e i bemolle. Nella musica microtonale l’ottava può essere divisa in parti più piccole, tipicamente in quarti di tono, ovvero la metà di un semitono, quindi la metà della distanza che separa il Mi dal Fa. Siccome siamo abituati a sentire musica organizzata in tonalità che prevedono gerarchie tra note che ci sembrano “naturali” (anche se non lo sono), la musica microtonale suona strana o addirittura sbagliata.

Ovviamente non lo è di per sé e anzi in altre culture musicali l’uso di microtoni è perfettamente normale. È stato proprio il fascino per le musiche arabe e orientali che ne fanno uso che ha spinto Khn a misurarsi con microtoni e scale modali, un approccio ampiamente sperimentato nel jazz e nella musica contemporanea. Harry Partch era arrivato a dividere l’ottava in 43 microtoni, costruendo uno strumento in grado di riprodurli, Khn si è limitato ad aggiungere tasti (frets) alla chitarra fra quelli presenti. Molte parti delle canzoni degli Angine de Poitrine non fanno uso spinto di microtoni, ma il risultato comunque lo si sente chiaramente, con fraseggi che sembrano strani, sbagliati ma di poco, come se la chitarra si fosse lievemente scordata e poi nella nota successiva di nuovo perfettamente accordata. Ci sono echi dalla musica dell’Est europeo, ma calati dentro un’idea molto occidentale di groove e di rock frenetico, dissonante, sincopato. È musica su cui puoi fare headbanging e su cui puoi persino pensare di ballare, con passaggi che sembrano replicare il senso di abbandono estatico di certa elettronica.

La microtonalità fa quindi qualche differenza? In parte sì, perché crea una sorta di sfasamento armonico interessante anche se nel loro stile non è più importante delle scansioni ritmiche. E in parte no, non tutti quelli che ascoltano Vol.II colgono gli ultracromatismi e sono così sensibili alle altezze dei suoni. Di solito sentiamo però la lieve stonatura di certe note rispetto a quelle che ci aspetteremmo, ma allo stesso tempo trattandosi di scostamenti di quarti di tono siamo in grado di ricondurle a uno schema conosciuto. Sentiamo che c’è qualcosa di strano, ma non a tal punto da sembrare completamente sbagliato.

In ogni caso, presentarsi come band di rock microtonale ha aumento il fascino della band e ha alimentato una volta tanto una discussione su com’è fatta la musica e non su ciò che le gira attorno. E comunque arriva o dovrebbe arrivare a tutti l’intesa tra i due, l’interplay, il mondo in cui le loro personalità musicali s’incontrano, l’ingegnosità degli incastri rimtici, l’impatto, anche il carattere diciamo così primitivo del suonare solo in due (più il fantasma nella macchina, il loop). È l’altro prodigio degli Angine de Poitrine, è il loro paradosso: si presentano come alieni e ci ricordano che suonare assieme – e loro lo fanno da una ventina d’anni – è uno spasso umanissimo.

Angine de Poitrine – Mata Zyklek | Ubisoft Rooftop Session (Live - POP Montréal 2025)

Solo certi inguaribili ottimisti pensano che gli Angine de Poitrine sono diventati il gruppo di cui tutti chiacchierano grazie alla musica. Se non parliamo d’altro è perché sembrano degli alieni. Anzi, sembrano animali alieni. Senza i costumi a pois bianchi e neri, senza le maschere di cartapesta, senza quel naso che s’allunga verso la chitarra, senza il ciao ciao spaziale con le mani, senza il piede nudo di Khn che manovra i pedali degli effetti, senza il casco a campana di Klek i loro video non avrebbero tutte quelle visualizzazioni e Vol.II avrebbe fatto la fine del Vol.1 uscito due anni fa e ascoltato da pochi. Tirare un ballo altri gruppi mascherati spiega solo parzialmente il fenomeno e quel che si prova a vederli suonare, anche solo in un video. Come al cinema, scatta la sospensione dell’incredulità e per un attimo, la prima volta che te li trovi di fronte, sei disposto a credere che quei due non sono musicisti travestiti per fare una carnevalata o per nascondere la loro identità, ma tizi venuti da un altro mondo che non conoscono le regole della tonalità del nostro e che si divertono come pazzi a suonare assieme.

La musica però c’è e dice una cosa: gli Angine de Poitrine hanno reso divertente il math rock. Sentite l’inizio di Fabienk o il modo in cui i due sembrano sfidarsi portando i pezzi in posti inusuali, prestate attenzione al carattere esilarante di certi passaggi e di certi timbri, al nonsense delle rare parti cantate, ascoltate le progressioni che nonostante l’impatto hard non fanno brutto, ma strappano un sorriso, la polka spaziale di Utzp, il prog distorto di Yor Zarad.

È di solito una musica molto tecnica, fatta con passione, ma a cui il grande pubblico difficilmente s’appassiona, è suonata con la precisione che ci vuole per rendere efficace la complessità ritmica e gli incastri metrici, spesso con pacata indifferenza verso il gusto popolare. Gli Angine de Poitrine la suonano con una vitalità, uno spirito, un senso dell’umorismo e una gioia nel farlo assieme che li accomuna paradossalmente a certi gruppi rock a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, quando i 45 giri strumentali andavano in classifica e la gente si rompeva la testa dietro al rompicapo di suoni twangy che sembravano scordati, accordi di settima con la nona aumentata, scale pentatoniche. Pure allora la fantasia sembrava aliena e l’intelligenza artificiale era fantascienza.