Rapper nel mirino: perché i governi hanno paura dell’hip hop? | Rolling Stone Italia
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Rapper nel mirino: perché i governi hanno paura dell’hip hop?


Negli ultimi anni il rap è diventato la lingua del dissenso in tutto il mondo. Gli artisti sono sempre più colpiti da censura, processi sommari, testi usati come prove in tribunale. Ecco cosa sta succedendo

Randy Malcom dei Gente de Zona a una manifestazione a Miami nel 2021 contro il governo cubano

Foto: Chandan Khanna/AFP via Getty Images

A novembre 2021 Denis Solís si è trasferito a Novi Sad, in Serbia. L’ha fatto senza tanto clamore, stancamente, senza un lavoro all’orizzonte. Sono due cugini della sua grande famiglia allargata l’hanno seguito. E oggi, ogni giorno, quando esce per esplorare strade sconosciute in cerca di lavoro – lavapiatti, muratore, qualsiasi cosa – si guarda sempre le spalle.

«Prima che lasciassi il mio Paese, la polizia m’ha fatto capire che mi avrebbe tenuto d’occhio anche qui. Sono tipo fantasmi», racconta a Rolling Stone Solís. «A volte noto che una persona mi sta guardando e penso: dai, non è nulla, è solo paura. Di recente, però, un tizio m’è passato accanto ed era evidente che mi stava osservando».

Solís, 33 anni, è nato all’Avana. Faceva due lavori, infermiere e rapper. È il secondo che l’ha fatto arrestare, processare senza un avvocato e imprigionare a novembre 2020, dopo che ha pubblicato musica in cui criticava il governo comunista di Cuba ed è diventato il leader del movimento pro-democrazia di San Isidro. Il suo arresto ha rappresentato uno spartiacque nella storia del movimento. Amnesty International e PEN America hanno condannato l’arresto poiché arbitrario e contro le leggi che tutelano i diritti umani. I suoi colleghi hanno organizzato proteste e uno sciopero della fame. Sei rapper hanno registrato in segreto una canzone contro il governo, Patria y Vida, che è subito diventata virale.

Quando Solís è stato rilasciato, a luglio 2021, il movimento era sui giornali di tutto il mondo e Patria y Vida aveva vinto due Latin Grammy. Anche i due musicisti più noti che l’hanno registrata, Maykel Osorbo ed El Funky, erano stati arrestati. Lo stesso vale per l’artista Luis Manuel Otero Alcántara, il più caro amico di Solís, che dal 2017 è stato in carcere più di 20 volte per le sue posizioni politiche. La vita di Solís fuori dalla prigione è diventata subito insopportabile. La polizia cubana lo sorvegliava e maltrattava, dice, impedendogli di lavorare o uscire di casa. Aveva paura per l’incolumità degli amici, che hanno smesso di incontrarlo. L’esilio volontario in Serbia – uno dei pochi Paesi ad accettare cittadini cubani nell’autunno del 2021 – gli sembrava l’unica soluzione per andare avanti.

«Credo che tornare a Cuba sarà impossibile, sono sulla lista nera. Ho molta nostalgia del mio Paese», dice Solís, il cui vero cognome è González. «Farò più musica su quello che succede lì. Per me scrivere è come respirare». Un rappresentante del governo cubano non ha risposto alle richieste di commento di Rolling Stone.

Le proteste per sostenere il movimento di San Isidro. Foto: AFP/Getty Images

I rapper cubani sono tra gli artisti più perseguitati al mondo. Lo dicono i dati di Freemuse, ONG internazionale che si occupa dei diritti degli artisti e di libertà d’espressione. Nel 2018 ha iniziato a documentare i casi di censura e gli arresti dei rapper da parte dei governi. Nel 2020 ha pubblicato i risultati della ricerca al Roskilde Festival, in Danimarca, poi a luglio 2021 l’ha trasformata in una campagna di sensibilizzazione, #tRAPped. Negli ultimi dati di Freemuse Cuba è in cima alla lista dei Paesi che hanno violato la libertà d’espressione degli artisti. Subito dopo c’è la Russia.

«Si osserva un trend globale di attacchi alla musica rap, non è una cosa passeggera», spiega Gerd Elmark, direttore esecutivo di Freemuse. «È evidente anche che i testi rap sono usati come prove, su basi legali piuttosto esili. È già successo con altri generi musicali, ma ora i casi si stanno moltiplicando».

«L’idea che un testo rap possa contenere informazioni utili alla polizia rappresenta un fatto preoccupante. Lo stesso vale per la quantità di arresti, detenzioni e custodie cautelari in continuo aumento».

L’hip hop, che ora è il genere più popolare negli Stati Uniti, è diventato una sorta di lingua franca in tutta la cultura occidentale, in parte a causa delle posizioni sociali e politiche che spesso vengono espresse nei testi. Quest’idea contribuisce direttamente alla persecuzione degli artisti di tutto il mondo, dicono i ricercatori di Freemuse.

«Il rap è particolarmente colpito perché riesce a mobilitare la gente, spesso è usato come musica di protesta», dice Jasmina Lazović, research manager dell’associazione. «Discriminazione razziale, crisi politiche, corruzione, leader inadatti: il rap esprime dissenso su come è governata la società. È per questo che i rapper vengono colpiti».

E poi: «Visto che spesso sono associati a uno stile di vita “indecente”, sono considerati un bersaglio facile dalle autorità, che li accusa di abuso di droghe, di influenzare negativamente i minori, di usare un linguaggio inappropriato. Sono tutte cose che appartengono alla sfera dell’indecenza, un concetto che ha interpretazioni diverse in ogni parte del mondo».

I risultati delle ricerche di Freemuse, pubblicati in forma ridotta sul sito dell’associazione ma resi disponibili a Rolling Stone, mostrano che da gennaio 2018 a giugno 2021 sono stati registrati 170 casi di persecuzione verso rapper. Il 71% di queste persecuzioni deriva dalle idee politiche degli artisti. La censura è l’azione del governo più frequente (32% dei casi), seguita dalla detenzione e dal carcere (rispettivamente 18% e 15%) e infine da intimidazioni e vessazioni.

Tra i casi che saltano all’occhio c’è l’arresto del 2020 di due rapper cambogiani, Kea Sokun e Long Puthera, fermati dopo aver pubblicato canzoni in cui criticavano il governo. In Russia, ne 2018, due club hanno cancellato i concerti del rapper Husky dopo aver ricevuto minacce dalle autorità per via dei suoi testi. Husky è stato arrestato. La rapper e attivista brasiliana Rosa Luz, donna nera e trans, ha ricevuto minacce di morte online per via della sua identità e delle critiche mosse al presidente Jair Bolsonaro. Skengdo e AM, due rapper della scena drill di Londra, hanno subito una condanna a nove mesi di prigione, poi sospesa per due anni, per aver violato un decreto ingiuntivo relativo a una gang. Nei verbali, la polizia ha citato il contenuto dei loro testi e le performance sui social media.

Tra le censure documentate da Freemuse ce ne sono alcune anche negli Stati Uniti, tra cui la rimozione del 2019 di cinque rapper dal festival Rolling Loud, nel Queens, a New York, per quelli che la polizia ha definito «problemi di pubblica sicurezza». I cinque artisti, tra cui Pop Smoke, avevano già avuto problemi con le forze dell’ordine. Secondo la ricerca di Freemuse, il governo americano non ha mai usato i testi e i video come prove in tribunale, ma il rap è sempre più sfruttato nei processi com’è evidente nei casi di YNW Melly, Tay-K e Drakeo the Ruler. Erik Nielson, co-autore di Rap on Trial: Race, Lyrics and Guilt in America, sostiene che le forze dell’ordine americane hanno usato i testi rap come prova «centinaia di volte».

Durante il processo del 2019 per omicidio, Drakeo the Ruler è diventato suo malgrado simbolo del fenomeno. I procuratori di Los Angeles hanno presentato la sua musica come prova che fosse al comando di una gang (in realtà la sua crew, Stinc Team). Come ha detto a The Fader, «dipingono una realtà inesistente, è puro razzismo». Spesso la tesi secondo cui il rap alimenti la criminalità è presentata con presupponenza. A febbraio, la caporedattrice del New York Times Emma G. Fitzsimmons ha scritto su Twitter: «Il sindaco Eric Adams dice che organizzerà un meeting con rapper di alto profilo per parlare della drill, un genere che alimenta la violenza a New York. Il sindaco ha detto di aver chiesto al figlio informazioni, e che lui gli ha inviato dei video».

Il rapper catalano Pablo Hasel durante l’arresto all’università di Lleida, il 16 febbraio 2021. Foto: J. MARTIN/AFP/Getty Images

Nella ricerca di Freemuse compaiono anche diversi rapper catalani, tra cui Pablo Hasél, arrestato in Spagna a febbraio 2021 in base alla legge anti-terrorismo, perché i suoi testi avrebbero offeso la monarchia spagnola ed esaltato gruppi terroristici, tra cui i separatisti dell’ETA e i maoisti del GRAPO. Prima dell’arresto, Hasél si è barricato in un’università, circondato dai suoi fan, generando uno stallo con la polizia che si è trascinato per un giorno ed è finito sui giornali di tutto il mondo. Più di 200 artisti spagnoli, tra cui il regista Pedro Almodóvar e l’attore Javier Bardem, hanno firmato una petizione per chiedere il suo rilascio.

Da Freemuse sono convinti che l’arresto di Hasél dipenda dal suo supporto all’indipendenza catalana e non dai richiami alla violenza contenuti nei testi. I ricercatori hanno trovato 14 rapper catalani, tutti imprigionati a partire dal 2016 perché i loro testi avrebbero glorificato il terrorismo. «In Spagna le autorità abusano di leggi approvate per combattere il terrorismo al fine di sopprimere le voci dissenzienti», ha detto Lazović. «Abbiamo registrato lo stesso fenomeno in Turchia, dove appoggiare la causa curda o protestare contro il presidente Erdoğan può essere assimilato all’adesione a un gruppo terroristico o alla diffusione della sua propaganda».

Cuba non è solo al primo posto della classifica di violazioni di Freemuse. È anche il Paese in cui, dal 2018 al 2021, gli arresti sono aumentati di più. Il dato si spiega in parte dalle modifiche alla raccolta dati di Freemuse: prima del 2020 i ricercatori e fact checker si occupavano soprattutto di Europa, per poi analizzare anche i casi in America Latina, Asia e Africa. Il cambiamento coincide con le proteste scoppiate a Cuba dopo l’inizio della pandemia, nel 2020, quando il Paese – già indebolito dal blocco alle riforme interne e dal ribaltamento voluto da Trump degli impegni presi da Obama – ha sofferto della crisi del settore turistico, facendo registrare le perdite economiche più alte dai tempi della caduta dell’Unione Sovietica. La diffusione della variante Delta, insieme all’aumento dell’inflazione e alla penuria di generi alimentari, ha portato a proteste senza precedenti, con la popolazione che ha chiesto in strada e sui social media la fine del regime comunista che dura da 62 anni. Il governo ha risposto con un’ondata di arresti, soprattuto di dissidenti già noti, con la scusa di prevenire assembramenti e la diffusione del Covid-19. Secondo Human Rights Watch, 1028 persone sono state arrestate arbitrariamente nei primi otto mesi del 2020.

Solís, che appare spesso nelle ricerche di Freemuse insieme ai compagni del movimento San Isidro, si è unito al movimento nel 2020, due anni dopo la sua fondazione a San Isidro, appunto, un quartiere povero e a maggioranza nera dell’Avana. In principio il movimento si opponeva a una nuova legge che limitava le attività artistiche e culturali non approvate dal Ministero della cultura.

Solís ha una lunga storia di proteste contro il governo. Nel 2018 ha pubblicato Sociedad Condenada, un tributo ai prigionieri politici dell’isola e ai cubani morti cercando di fuggire dal Paese. A ottobre 2020, lui e altri membri del movimento sono stati arrestati per aver organizzato un concerto per la libertà. Dopo il rilascio, ha pubblicato una foto su Facebook in cui mostrava il tatuaggio “Cambio Cuba Libre” (“Liberate Cuba”) sul petto. La didascalia diceva: «Adesso i comunisti dovranno strapparmi la pelle dal petto».

Qualche settimana dopo, il 6 novembre, ha aperto una diretta Facebook per mostrare un confronto con un poliziotto in borghese che era entrato a casa sua. Nel video, il rapper gli chiede: «Ma chi ti ha dato il permesso di entrare?», poi lo insulta in spagnolo, lo chiama «un codardo in uniforme». Nel video non c’è traccia di mandato: Solís dice che non gli è mai stato mostrato e che prima di quell’incontro era stato maltrattato dalla polizia per giorni, lo provocavano cercando una reazione violenta (nel video Solís usa anche un insulto omofobo e urla: «Trump 2020, lui è il mio presidente»; si è scusato per l’insulto ma ha confermato la sua posizione politica).

Tre giorni dopo aver pubblicato il video, Solís è stato arrestato. Dice che lungo la strada per la stazione di polizia è stato picchiato e strozzato, e che gli hanno spezzato le dita. È stato incarcerato e ha subito un processo sommario, in cui ha rifiutato l’avvocato d’ufficio. Tempo dopo ha raccontato: «Gli ho detto che quello è il loro governo, non il mio, che non hanno potere. Sapevo che la sentenza aveva la firma della dittatura».

Le proteste sotto il Ministero della cultura all’Avana il 27 novembre 2020. Foto: Yamil Lage/AFP/Getty Images

Solís è stato condannato a otto mesi per «oltraggio alle autorità». Sconterà la pena nella prigione di massima sicurezza di Valle Grande. Alcuni membri del movimento di San Isidro, tra cui Osorbo e Otero Alcántara, hanno protestato per la condanna e sono stati arrestati. Altri hanno iniziato uno sciopero della fame, periodo in cui la polizia ha chiesto a Solís di convincerli a smettere. Lui ha rifiutato. «Quando jo saputo dei miei fratelli ero triste, eavevo paura. Uno degli agenti mi ha detto che la colpa era mia. Io ho risposto: avete iniziato voi, non io, ma saremo noi a chiudere questa storia. È terribile stare in prigione. I detenuti non hanno diritto all’assistenza medica, i dottori non sono veri dottori. Non c’è igiene. Non c’è abbastanza cibo, regna la fame».

Quindici giorni prima del suo rilascio, a giugno 2021, le guardie carcerarie gli hanno permesso di fare una videochiamata a Osorbo, la star di Patria y Vida, anche lui arrestato a maggio 2021 per «aggressione e resistenza a pubblico ufficiale». Anche il leader del movimento di San Isidro, Otero Alcántara, è stato arrestato mentre cercava di unirsi alle storiche proteste contro il governo dell’11 luglio, quando 700 cubani sono stati arrestati, tra cui molti membri del movimento. Al momento in cui scriviamo, sia Osorbo che Alcántara sono ancora in prigione. A febbraio, il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria dell’ONU ha chiesto il rilascio di Osorbo. «Maykel non vedeva l’ora di parlarmi. Voleva dirmi di continuare a fare musica, di parlare di libertà d’espressione e della realtà della gente cubana», ha detto Solís. «Vederlo mi ha reso felice, ma sapere che io sarei uscito e lui no mi ha intristito».

Diana Arévalo, responsabile per le campagne in America Latina di Freemuse, dice che Solís, Osorbo e altri attivisti di San Isidro sono stati puniti dal governo cubano per il contenuto della loro arte, non solo per le proteste. Sostiene che Osorbo sia stato arrestato 16 volte tra il 2020 e il 2021 e che al momento è malato in carcere, come hanno confermato i suoi amici. «Il governo è stato molto duro con Osorbo, rappresenta quel che la maggioranza dei cubani pensa e non ha il coraggio di dire, perché terrorizzata», dice Arévalo. Secondo la ricercatrice, l’arresto di Osorbo a maggio e quelli degli artisti di San Isidro dell’11 luglio sono una chiara rappresaglia per quello che hanno fatto in passato. «Hanno protestato con molti altri, ma loro avevano già criticato il governo nei testi ed erano attivisti, e questo era un problema».

Non sorprende che la ricerca mostri anche un chiaro elemento razziale, sia a Cuba che altrove. «Dalla mia prospettiva c’è una correlazione diretta tra il razzismo e quello che succede ai rapper in America Latina», dice. «La persecuzione, i maltrattamenti e la violenza nei confronti dei rapper neri sono molto diverse da quello che succede ai bianchi». In futuro vuole spostare il focus della sua ricerca sulle donne nell’hip hop, visto che fino a oggi si è occupata soprattutto di uomini.

Per quanto riguarda Solís, è convinto che anche se il movimento di San Isidro continuerà a resistere, alcuni membri sono molto scossi dopo gli arresti dell’11 luglio. È ancora in contatto con i leader del movimento e chiede il rilascio di Osorbo, Otero Alcántara e altri attivisti. Ora è in Serbia e nutre ancora speranza.

«Ora tutto il mondo è con il movimento di San Isidro. È ovunque. Credo che la dittatura a Cuba finirà nel 2022 , sta andando avanti da troppo tempo. Non ha gli strumenti per controllare l’intero Paese. Non c’è cibo, non ci sono risorse. Nel frattempo, i membri del movimenti continueranno a lottare per la libertà dei nostri fratelli in prigione e per quella di Cuba».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.