Raffaella Carrà era la madrina dei weirdos e queste 10 canzoni lo dimostrano | Rolling Stone Italia
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Raffaella Carrà era la madrina dei weirdos e queste 10 canzoni lo dimostrano

Viaggio nella musica della "benemerita soubrette" (cit). Non nei pezzi più celebri, ma in quelli più strani e "avanti" dove nostra signora degli outsider abbatteva i tabù sforando gioiosamente nel kitsch

Pussy Riot? No, Raffaella Carrà nel 1975

Foto: Mondadori via Getty Images

“Scoppia scoppia mi scoppia il cuor”: a molti sarà davvero scoppiato alla notizia della scomparsa di Raffaella Carrà, benemerita soubrette del popolo italiano, volendo parafrasare i CCCP, la cui Annarella ne era la versione postatomica. Raffaella Carrà è riuscita a rivoltare la morale comune con una naturalezza incredibile, senza neanche pensare di fare chissà cosa: le bastava un passo di danza. Artista a 360°, è stata esempio per le donne in cerca di riscatto in un’Italia bigotta e lugubre, una pioniera del diritto a esporsi di quella che diventerà poi la comunità LGBT (e lei, cresciuta dalla madre e dalla nonna, sapeva di cosa parlava). È stata la madrina di tutti i weirdos, è stata la nostra signora degli outsider, per cui in nome della libertà di espressione era ed è lecito anche sforare nel kitsch.

Nella sua carriera multiforme di showgirl Raffaella Carrà è stata anche cantante, a volte con punte di eccellenza, a volte con le cadute tipiche di chi tenta di salire troppo in alto, ma le sue canzoni sono quasi sempre state spiazzanti e al di fuori da generi determinati, una lezione di libertà in musica. Vogliamo elencare una serie di brani – conosciuti o meno – che nel loro eclettismo e stranezza dimostrano che la Carrà ha inventato il superpop e nessuno se n’è accorto.

1“Rumore” (1974)

Rumore è il più grande singolo della Raffa nazionale, una bomba che buca le casse, un’intuizione disco rock prima che fosse la prassi, e soprattutto contaminato da sintetizzatori prima dell’avvento di Donna Summer e affini e dominato da un’atmosfera claustrofobica e ossessiva che da una come lei non ti aspetti. Scritta da Andrea Lo Vecchio (autore per Vecchioni), su musica di Guido Maria Ferilli (artefice del popolare brano Un amore così grande), rappresenta lo spaccato delle donne italiane che si trovano al bivio tra l’emancipazione e le vecchie tradizioni patriarcali, dipingendo la paura del salto nel vuoto che però nella canzone è necessario e doveroso. Manifesto tra l’altro di molti noisers, che nel brano della Carrà – decisamente hard per l’ epoca – vedono uno sdoganamento del concetto di rumore all’interno del pop italiano in epoca non sospetta. Agli arrangiamenti c’è Shel Shapiro (ex Rokes) pronto a portare per primo il punk in Italia come produttore.

2“Tabù” (1974)

Dello stesso anno e tratto da Felicità tà tà, uno dei suoi migliori album, vede stavolta Lo Vecchio alla musica mentre Boncompagni (all’epoca dolce metà della Carrà) ai testi, che sono espliciti nell’individuare una nuova era, in cui “la mela non è più un frutto proibito / un bacio non è più impegno assoluto”, “la donna non è più soltanto una cosa / il bianco non è più colore da sposa”. Insomma, molto presto tutti i tabù crolleranno: un brano ancora attualissimo in quanto è ancora lunga la strada verso la luce. Seguendo una base funk magistralmente arrangiata tra Clavinet e incastri ritmici di archi che non a caso è contemporanea di They Say I’m Different di Batty Davis, la Carrà prende posizione negando lo status quo a favore di una presa di coscienza nazionale.

3“Male” (1976)

Tratta da Forte forte forte, è ispirata chiaramente da Honey Bee di Gloria Gaynor ed è a tutti gli effetti uno dei primi brani disco prodotti in Italia. È un pezzo dark che dipinge un amore masochista: “coraggio amore mio / che tanto pago io”, un tiro bestiale e un inciso di devastante intensità fatto di cori feriti a morte. Ancora la premiata ditta Lo Vecchio-Boncompagni-Shapiro stavolta protesa a sondare gli aspetti oscuri delle masse. D’altronde è l’inizio del compromesso storico e questo brano ne è un po’ la colonna sonora dolceamara. Nel frattempo il post punk ribolliva…

4“Vola” (1977)

Su musica del libanese Tony Benn Feghali, Vola è un grande esempio di commistione tra oriente e occidente. Tratta dall’ album Fiesta, è una delle prime sperimentazioni contaminate in Italia in questo senso (ricordate i CCCP?): il collante è la disco, gli strumenti e gli arrangiamenti sono esotici e la sezione ritmica mena come poche, sorretta anche da fiati puntuali e massicci. Un testo esistenziale di Boncompagni sulla necessità di lasciarsi andare e di comprendere in fondo il senso del proprio essere cogliendo al volo la vita: “Vola più in alto dei gabbiani / non aspettar domani”.

5“Black Cat” (1978)

Tra le tante innovazioni della Raffa nazionale c’è anche quella di aver intuito l’electroclash: Black Cat si dipana infatti tra minimali sezioni elettrodisco, una chiara e potente linea rock e un cantato sguaiato. Il testo di Boncompagni sembra descrivere la personificazione della sfortuna, della scelta sbagliata, di quello che luccica ma non è oro. Su musica di Bracardi (sì, quello del Costanzo Show) e Olmi, la Carrà si proiettava in balletti spastici e decisamente fuori misura, come una performance epilettica di Ian Curtis.

6“Ciak” (1979)

Il testo di Cristiano Malgioglio descrive l’amplesso come la regia di un film, fatto di ciak e di stop (e di primo acchito sembra proprio un amore nato sul set). Questa intuizione attraversa tutto il pezzo, fatto di passioni forti e violente: una grandissima prova interpretativa di Raffaella che riesce a cantare i momenti di preorgasmo senza risultare risibile. Anzi, il pezzo è un rock disco-funk pestato e centrato in un groove che rotola come nei migliori momenti di French touch, su musica di Corrado Castellari (co-autore de Il testamento di Tito di De Andrè). Inizia come finisce, senza perdere tempo, dritto alla meta. Ovvero il piacere.

7“Life Is Only Rock’n’Roll” (1980)

In questo glam punk muscolare tratto da Mi spendo tutto, un titolo che è tutto un programma, Raffaella diventa una specie di Suzi Quatro in acido. Scatenata, canta il testo di un Boncompagni che decreta lo stile di vita rock come l’ultimo baluardo, l’ultima speranza. E in tempi come questi in cui i Måneskin vengono visti come salvatori della patria in tal senso, un pezzo del genere ci ricorda che Raffaella gli può dare il biberon anche da fantasma.

8“Gnam gnam” (1983)

Brano scritto per Loretta Goggi (che la cantava in arrangiamento disco), vede un Malgioglio ancora una volta in stato di grazia. La musica di Castellari, una suadente ballata, viene arrangiata con perizia sintetica, tra arpeggiatori e schizzi pre IDM di Emulator e Synclavier. Il tema è la ricetta per far cedere i propri amati e farne cadere le “false difese”, una specie di inno al “cannibalismo sessuale”, alla seduzione rapace, ai sensi che predominano sulla ragione. Tratta dal 33 Fatalità, pubblicato e trainato dal grande successo della trasmissione Pronto, Raffaella? che sarà al contempo la fortuna e la rovina della Carrà, lanciata nel nazionalpopolare forse suo malgrado.

9“Il mio computer” (1984)

Brano veramente atipico nel repertorio di Raffa, è un pezzo technopop ai livelli di una Ann Steel, tanto che potrebbe anche essere scritto da Cacciapaglia. Nel lago di vocoder e sintetizzatori a schiera, la Carrà si lamenta del fatto che il computer non abbia passionalità, ma nel pezzo è chiaro che c’è del tenero tra macchina ed essere umano. In un periodo in cui i computer cominciano ad essere alla portata di tutti, Il mio computer si pone nella scia di quei pezzi scettci sulla pervasività della tecnologia ( per intenderci roba come Nel 2000 di Bertoli o Computerino di Fabio Concato), ponendo però la questione della passione come punto di ripartenza per i programmatori, nella più ampia visione di un futuro caliente tra calcolatori e corpi umani.

10“Satana” (1999)

Il brano che ha fatto scattare la lingua biforcuta di Mario Adinolfi contro Raffaella proprio nel giorno del suo passaggio a una vita migliore, è un pezzo di culto per l’underground della penisola. Un inno a Satana? Un gioco metaforico? Che importanza ha: di sicuro riuscire a cantare una roba del genere su una base latina riporta al complotto di Belzebù dietro Aserejé delle Las Ketchup, e ancora una volta ci dimostra come Raffaella sia scomoda anche post mortem per chi vede il peccato ovunque. D’altronde è stata lei a metterci in guardia: «gli uomini odorano la paura». Prendete nota ragazzi, e con coraggio fate Rumore.

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