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Questo pittore ha insegnato a Calcutta a dipingere. «Che sbronza ci siamo presi»

Secondo Sgarbi, Giordano Floreancig sa cogliere la tragedia dell'esistenza umana. Qui racconta la sua arte e la sua esistenza disordinata. «Uscire con me una sera ti accorcia la vita di qualche settimana»

Giordano Floreancig

Quando lo paragonano a un mix tra Francis Bacon e Vincent van Gogh, risponde: «I critici si drogano» perché in fondo «un po’ mi vergogno», ma se gli ricordi che Sgarbi ha detto che è in grado di «cogliere la tragedia dell’esistenza umana» si intenerisce e ricambia i complimenti: «Vittorio è un Caravaggio moderno». Non saprebbe vivere senza il vino, infatti ne ingurgita quantità stratosferiche (solo in compagnia) e i “volti dei matti” dei suoi quadri nascono mentre dorme. Da qualche tempo ha stregato il cantautore Calcutta, che non sapeva neanche chi fosse fino a quando non si è ritrovato nel video Del verde. Ora sono amici. Edo, lo chiama affettuosamente, è stato nello studio di Buttrio, ha provato a dipingere partendo bene «ma poi ha fatto un disastro, abbiamo preso una sbronza colossale».

Siamo andati a conoscere Giordano Floreancig, pittore e molto altro, uno degli artisti più spiazzanti del panorama italiano. Ex ‘oste’ di vari locali a Udine, ha in corso una mostra al 7ettanta6ei Gallery di Milano e altre tele esposte al ristorante Pont de Ferr della ‘Regina dei Navigli’ Maida Mercuri. Classe ’54, autodidatta, ha la quinta elementare ma ha scritto il libro Il matto dagli occhi di pane che inizia così: «E pensare che quando è nato Valerio, l’ostetrica voleva buttarlo via». Una prosa che hanno paragonato a quella di Daniil Charms, il genio più sfortunato del Novecento.

Si potrebbe andare avanti a suon di paragoni, ma non sarebbe giusto. Perché a Floreancig, semmai, andrebbero paragonati gli altri. La figlia Valentina nel 2000, quando aveva già 56 anni, ha spedito un quadro a sua insaputa a un concorso, che poi ha vinto. Durante la cerimonia ha dichiarato: «All’asilo dipingevo meglio». Eppure, si era avvicinato all’arte già nel ’76, nell’anno (e forse a causa) del terremoto in Friuli. La prima mostra in un manicomio, alla Biennale di Venezia ha dato alle fiamme 147 dipinti perché «ormai c’erano solo installazioni, tanto valeva bruciarli»; amico di Ezio Vendrame, il poeta del calcio; tiene un Cristo di legno nel letto e le Barbie sott’olio nell’armadio; solo sua moglie poteva sopportarlo, nonostante sia arrivato sei ore in ritardo al matrimonio – «con il parroco ci siamo fermati a una festa per un bicchiere» – e dopo tante follie, una sola cosa è certo di aver imparato: «Il vino fa male, per cui decidi con cura la compagnia».

Giordano, com’è che sei finito nei ringraziamenti del video Del verde di Calcutta?
Ero a Cortina a un evento e verso mezzanotte mi sono trovato con una decina di persone a finire una giornata difficile, tra vino, sigarette, casini, ma non conoscevo nessuno. Avrò fatto uno show a raccontare cazzate, ricordo che cadevano giù dalle sedie dal ridere e tra loro c’era Edo, ma non lo conoscevo neanche di fama. Lui ha girato il video e mi ha inserito nei ringraziamenti. Quando mi hanno avvisato mi sono chiesto chi fosse questo Calcutta.

Poi però è nata una amicizia.
Altroché! È venuto in studio con la band, saranno state le 11 del mattino. Ha dipinto, poi siamo andati a mangiare un boccone. Al pomeriggio doveva essere a Pescara per un concerto, ma alle 10 di sera era ancora qua. Una sbronza colossale. Ha provato a disegnare, è partito bene, poi gli ho dato i colori e si è sporcato tutto e ha fatto un disastro. Ma l’idea c’era.

Calcutta e Floreancig

Visto che prima non sapevi fosse un cantautore famoso, che impressione hai avuto di lui?
È una bellissima persona, molto umana. Non voleva andare nell’albergo che gli avevano prenotato perché troppo lussuoso. Più che un cantautore è un poeta. Quando scrive «scusa, non ho voglia di uscire. Resto a casa col cane anche se lui non c’è più» oppure «vestiti da Sandra che io faccio il tuo Raimondo» è commovente. In più sono orecchiabili. Al concerto in zona mi ha chiamato sul palco ed è stato emozionante. Anche se gliel’ho detto: secondo me non sai cantare.

Hai detto a Calcutta che non sa cantare?
Ma si vede, dai, che è uno che non ha voglia di cantare. Ci scherzavamo: hai un gran successo, ma non sai cantare. Non hai voce, una di quelle belle classiche, dico. Ma neanch’io so disegnare. Ci siamo presi un po’ in giro. Avevo il frigo pieno di vino e l’abbiamo finito, meno male che è arrivato un amico e ha portato due cassette nuove. Diffido di chi non beve. È più facile fare baruffa con gli astemi che con gli ubriachi. Si è detto interessato a un quadro, quello dell’uomo morto, vediamo se viene a prenderlo. Mi ha mandato i suoi dischi per Natale. Lo chiamerò quando vado a Bologna per bere un bicchiere e mangiare una mortadella.

Il vino c’è sempre. Cosa rappresenta per te?
È una cosa micidiale. Non riuscirei a vivere senza. Non come una droga, però mi piace il bere, in compagnia è tutta un’altra cosa. Non bevo più superalcolici. Il vino ti dà energia. È il nostro assenzio. Non riesco a lavorare se bevo, ma prima e dopo sì. Tu sei di Piacenza, mi hai detto?

Sì, per caso hai provato i vini piacentini?
Eccome! Ho lavorato con una galleria di Piacenza e conosco bene L’Osteria Pavesi. I fratelli Giacomo, Camillo e Giuseppe (secondo la guida Slow Food la migliore d’Italia, nda). Un posto bellissimo, si mangia da dio, ci sono anche dei miei quadri esposti. Tutte le volte che vado stappano una serie di bottiglie impressionante, poi mi mettono a dormire da qualche parte, non mi ricordo neanche dove. Ma loro sono giovani, recuperano, io mi devo chiudere nell’armadio.

Adesso siamo pronti per parlare un po’ di te. Vittorio Sgarbi ha detto che Floreancig nelle sue opere «sa cogliere la tragedia dell’esistenza».
Con Vittorio ci siamo conosciuti quando ho fatto il rogo di 147 quadri vicino a Buttrio. Andavi alla Biennale di Venezia e non c’era più un quadro, allora ho detto: «Se non li volete, li brucio». Le ceneri sono in scatolette chiuse con la ceralacca e firmate. Sgarbi ha la numero 1. Ci vuole coraggio, perché le tele e i colori costano migliaia di euro e gli artisti, come sai, sono poveri.

Però stai cercando di sviare dalla definizione che ha dato Sgarbi del tuo stile.
Sgarbi è geniale. Il vero Caravaggio moderno. Pensa che quando mi ha presentato l’ultima volta, è arrivato e ha guardato i quadri al volo mentre era al telefono e parlava con altre persone. Poi ha iniziato a parlare e ha fatto una descrizione perfetta. Non so come faccia.

Ok, allora rincaro: ti hanno paragonato a un mix tra Francis Bacon e Vincent van Gogh.
Ma questi critici si drogano! Lasciamo stare. Mi viene da rispondergli che li sto prendendo per il culo. Infatti, sui cataloghi mi sono scritto io la biografia, visto che questi usano termini che non ho neanche mai sentito, ma come cazzo parlano? Allora mi sono inventato anche delle parole. Sono paragoni ridicoli, è come paragonare lo champagne e l’aceto. Secondo me sono loro a sentirsi importanti a parlare in modo forbito. Mi piacciono Bacon e Auerbach, però esagerano nei miei confronti. Poi dicano quello che vogliono, solo che qualche volta mi vergogno.

Quando hai capito di valere in pittura?
Quando un signore ha comprato un mio quadro per la moglie, ma poi me l’ha portato indietro. Gli ha detto: «In casa o me o lui». Una grandissima soddisfazione. Se un quadro piace a tutti, nessuno lo guarda più. Diventa il classico quadro che sta bene con un mobile o con le tende. Un dipinto non deve essere bello per forza, ma trasmettere una emozione. I miei non passano inosservati, non ti abbandonano. Se non lo guardi tu è lui che ti guarda. Non dico che devi scambiarci due parole, ma quasi. Se dipingi una barca a vela sai qual è il risultato finale, nei miei volti non lo so. Ho veramente un orgasmo alla fine. Un quadro devi prenderlo se ti fa prigioniero, sennò non comprarlo. È lui che ti sceglie.

E com’è finita con la persona che ti ha restituito l’opera?
Ogni tanto faccio una marchetta per sopravvivenza, così ha preso quella. Era una merda, però alla moglie è piaciuto. Quello rifiutato, invece, ce l’ho io, mi sono affezionato. Come quei cani abbandonati che non vuole nessuno. È l’unico mio quadro che tengo in casa.

«Il fallimento è un trionfo» hai detto in varie interviste.
Non bisogna avere paura. Dai fallimenti nascono sempre delle invenzioni. Oggi sembrano tutti fotocopiati, fanno le stesse cose, si pettinato nella stessa maniera. Ma non puoi fare parte della massa, tanto non cambia niente. Il fallimento ti può solo arricchire. Non mi vergogno per niente se qualcosa mi va male, anche perché il cane quando entro in casa mi scodinzola comunque.

Inchiodare i pensieri

Più volte hai dichiarato che dipingi a letto. In che senso?
Le mie sono pennellate nel caos. Anzi, adesso non uso neanche più i pennelli, ma spazzole, cazzuole e stracci. A vedere i colori che vanno di qua e di là, ti vien da pensare che sia tutto di getto. Lo è, ma c’è sempre un progetto dietro. Non mi riesce fino in fondo, però mi avvicino. L’idea la sogno a letto e poi cerco di realizzarla. Quando finisco sono tutto sporco, con un casino incredibile nello studio e non ho voglia di andare via, così ne dipingo un altro: non è mai venuto un bel quadro. Ho bisogno di un’idea preliminare.

Che vita ha avuto Giordano Floreancig?
Finora molto disordinata. Ho lavorato tanto, guadagnato bene, sperperato tutto, ma il periodo più bello è stato quello da bambino. Eravamo poverissimi e non c’era niente da mangiare a casa mia. Ma è stata una infanzia meravigliosa: saltavo qua e là scalzo per le valli. Le serate con certi personaggi famosi me le sono dimenticate la mattina dopo. Mia madre era casalinga. Mio padre in campagna, ma era una terra ripida, che fruttava poco. Vivevamo di stenti. Ho la quinta elementare e a 11 anni sono andato a lavorare. Poi ho fatto un corso di scuola alberghiera e in seguito ho aperto una locanda.

Mi sembra di capire che anche da adolescente tu sia stato abbastanza irrequieto.
Giocavo a calcio, anche benino, ero un regista ma ho sbagliato ruolo. Ho smesso a 20 anni, però sul finire mi avevano trovato il posto giusto, il libero. Giocavo a testa alta con i piedi buoni. Ero tesserato con l’Udinese, la società per tenermi mi aveva trovato un lavoro vicino allo stadio, però non andavo neanche a fare gli allenamenti. Mi piacevano già altre cose: la figa e il vino.

Ancora nessuna traccia della pittura?
Subito dopo, nel ’76, quando ho inaugurato il mio primo ristorante e il giorno dopo è venuto il terremoto. Così, non potendo lavorare, sono andato ad Amsterdam due mesi, senza soldi. Poi ho aperto un altro locale a Udine. Ci stavo sette anni e cambiavo, perché dopo un po’ non sopportavo più la gente. L’ultimo, Al Fagiano, era una delle osterie più belle.

Sembra difficile starti dietro, eppure hai una moglie e una figlia.
Da quando sono sposato mi sento ancora più libero di prima. Sai qual è la differenza? Che siamo ancora insieme. Faccio quello che voglio. La gente della mia età ha matrimoni falliti o che durano cinque-sei anni. D’altronde, mia moglie ha capito subito con chi aveva a che fare.

L’hai fatta disperare?
Ti dico solo che sono arrivato al mio matrimonio con sei ore di ritardo. La mattina sono andato a prendere il prete in auto e sulla strada abbiamo incrociato una festa paesana e ci siamo fermati per un bicchiere. Insomma, siamo arrivati alle 5 del pomeriggio, mia moglie era già sparita.

E quindi?
Sono andato a casa sua, si è rivestita, e ci siamo sposati in camera dei miei suoceri perché non volevo andare in chiesa. Il prete ha dovuto farsi in quattro, perché allora non era facile celebrare un matrimonio con rito cattolico a casa. Però c’era tutto, un altarino e il necessario alla celebrazione.

Come vi siete conosciuti?
Una sera chiudo la locanda e verso mezzanotte sono già a letto, quando squilla il telefono e mi chiama il gestore di un locale che conoscevo bene. Uno di quei posti che stavano aperti tutta la notte. «Giordano, devi venire, ci sono dieci ragazze e neanche un uomo. Porta qualche amico». Mi sono rivestito e fiondato là. Ci siamo conosciuti, abbiamo parlato tanto e sai cosa mi ha colpito?

Cosa?
Che dopo essere usciti tre volte non me l’ha data. Dio bono, mi sono detto, intrigante questa cosa. Per conquistarla, l’ho invitata in vacanza in Costa Azzurra. Ho preso tutti i soldi che avevo, tre milioni di lire che all’epoca erano tanti soldi, siamo partiti sulla mia Bmw due posti preparata che faceva tre chilometri con un litro. Beveva più di me. Alloggio a Montecarlo, in una suite all’Hôtel Hermitage, solo che poi è successo un casino.

Ho quasi timore a chiedertelo.
La sera le dico: «Facciamo un salto al casinò». Ecco, là c’è ancora il mio impermeabile, perché quando sono uscito non avevo neanche i soldi per la mancia al parcheggiatore. Mi sono mangiato tutto. Così siamo tornati subito a Buttrio e ho nascosto mia moglie per due giorni in un appartamento che avevo vicino al locale, per non farle fare brutta figura con i suoi genitori. Mia moglie è il contrario di me. È tranquilla, semplice, solo una così poteva stare con me.

Hai anche una figlia, alla quale devi il fatto di esserti fatto conoscere come pittore.
Ha 34 anni, è una brava ragazza. Ecco, forse l’unico rimpianto riguarda lei. L’ho un po’ trascurata, a causa del lavoro e della mia vita disordinata, ma le devo molto per l’aver mandato il mio quadro a quel concorso. Purtroppo, non le ho mai fatto abbastanza complimenti. Ma sono fatto così, un friulano che quando va bene non dice niente e quando va male te lo fa notare.

Non ti sei mai pentito neanche di aver sperperato tutto?
Semmai mi sono pentito di non avere speso abbastanza. La ragione esegue dei criteri, la follia crea. Quando sei normale non succede mai niente di interessante. Voglio avere il telecomando della mia vita in mano. Perché devo omologarmi? Se nessuno avesse i tatuaggi, uno me lo sarei fatto anch’io.

Ma cosa succede nelle serate con Floreancig, nelle quali hai conquistato persino Calcutta?
Intanto ti accorci la vita di qualche settimana. Ti diverti, però non puoi bere con tutti, ricordatelo! Quando ho conosciuto mia moglie, bevevo una bottiglia di Glen Grant al giorno. Ero uno stronzo. Adesso non riesco a sentire l’odore sennò svengo. Anche il vino fa male, quindi va condiviso con chi ti fa stare bene. Da solo non bevo. Come il fumo: ormai mi trovo con decine di persone e sono l’unico a fumare. O smetti o fumi. Se smetti, potresti vivere due giorni in più. Io fumo.

Il Cristo dormiente

Sei religioso?
Vieni, ti faccio vedere una cosa. (Apre una porta dello studio e mi ritrovo in una stanza con un letto dove riposa sotto le coperte un Gesù intagliato nel legno, nda). Ecco la mia religiosità. È dormiente. Il titolo è Riposa in pace. Questo povero Cristo, lo usano tutti per avere un articolo sul giornale e allora l’ho messo a dormire. Ma vuoi vedere cosa tengo nell’armadio?

A questo punto…
(Spalanca le ante e spuntano dei vasi di vetro in cui galleggiano delle Barbie sott’olio, nda). Le vedi come si conservano bene? Olio d’oliva umbro purissimo. Conserviamo i pomodori, le acciughe, invece io conservo le Barbie. In passato costava un sacco, la gente non aveva neanche i soldi per mangiare ma doveva comprare questa bambola a sua figlia. È l’icona del Novecento.

Come mai, invece, i tuoi quadri hanno tutti per tema il volto umano?
Mi hanno ispirato i manicomi, dove ho fatto la prima mostra. L’avevo intitolata ‘Gli ultimi normali’. Perché parlavo con loro usciti per la legge Basaglia ed erano puri. Non erano stati contaminati. Considero quello che hanno fatto nei manicomi italiani peggio di Auschwitz, perché sono stati rinchiusi dai loro genitori. Se eri un po’ strano ti facevano internare. Le loro lettere sono strazianti: «Cosa ti ho fatto mamma?» ripetono in molti. Delle vere e proprie tragedie umane. Parlavano con l’anima. Per questo ho dedicato i quadri a loro, ai miei matti, agli incazzati, gli ho voluto dare la giusta dignità.

Ci hai scritto anche un libro: Il matto dagli occhi di pane.
Senza nessuna velleità. Però una professoressa dell’Università Ca’ Foscari, traduttrice di Daniil Charms lo ha letto e dice che la prosa somiglia a quella del poeta russo. Mi ritrovo nella sua storia. Per il libro, io dettavo e mia moglie batteva a macchina. Mi ha corretto le doppie. Ho origini slave e al posto di mamma diciamo ‘mama’. A volte ne metto troppe, come ‘carcioffi’. Con due effe, a volte anche tre: ‘carciofffi’.

Come vivi le performance di Maurizio Cattelan, che è molto lontano dalla concezione di artista maledetto?
Dopo la sua ‘banana’ io ho attaccato al muro una bottiglia di vino con lo scotch e ho pubblicato la foto su Instagram. Ma sai, abbiamo questi cellulari, bisogna anche divertirci. Stai due-tre ore sul divano e allora giochi. È un po’ come il Nintendo di una volta. Cattelan, comunque, fa delle cose che devono avere un prezzo, sennò non hanno senso. Non è la bellezza, devi solo pubblicizzarla. Quindi conoscere giornalisti, galleristi, stare attento ai social. Qualsiasi stupidaggine e chiunque può avere successo se lo conoscono in tanti. Cattelan è bravo, a suo modo, perché è l’unico italiano a essere quotato a livello internazionale. È uno che ce l’ha fatta. Bisogna vederla così.

I tuoi quadri sono valutati e apprezzati in tutto il mondo. Se non sbaglio a breve hai una mostra a Dubai.
Sì, ma solo perché a Udine non succede niente. In Italia funzionano solo Milano e Roma. Bisogna avere il coraggio di andare fuori. Io ormai non ho più tempo di arrivare al successo, la carta d’identità parla chiaro, cosa vuoi che vada a prostituirmi? Sto così bene così.

Non ami promuovere le tue opere?
È così bella l’Italia, all’ingresso gli stranieri dovrebbero pagare il biglietto. All’estero ci mando i quadri, io non vado più. Quello che mi ha chiamato, spero si dimentichi perché non ho voglia di andare, non so neanche se si può bere a Dubai. È vero, però, che se nessuno vede le tue opere soffri. Gli artisti sono quasi tutti affetti da depressione, poi qui c’è anche freddo. Fai una cosa a Buttrio e nessuno la considera, la fa uguale un altro a New York e lo celebrano. Questo fa male. A Vienna ho venduto un quadro che doveva andare a Miami, e chi lo ha acquistato voleva portarlo via prima del vernissage. No, gli ho detto, devi lasciarmi il tempo di esporlo. Il giorno dopo ha mandato due guardie del corpo durante l’evento che sono rimaste di fianco all’opera per paura che qualcuno la toccasse. Era uno che lavora nel mondo della finanza, avrà avuto 45 anni e voleva fare un regalo alla sua ragazza. Mi ha portato tutti i soldi in contanti belli stirati. Brindiamo alla sua salute.

Però hai fatto partecipare a una mostra Ezio Vendrame, il George Best italiano.
Siamo molto amici. Mi diceva di avere sul telefono tre numeri: quello di sua madre, di un amico d’infanzia e il mio. Ma da dicembre non mi risponde più.

Cos’è successo?
Credo perché nell’ultima chiamata l’ho mandato a cagare. Era in modo affettuoso, ma deve averla presa male. Lui è un poeta, di quelli veri. Piero Ciampi, che ha amato, lo ha anche massacrato. Ha mollato il calcio per lui. «L’assenza è un assedio» cantava Ciampi. E lui gode di questa assenza, però dopo un po’ non serve più essere incazzati con il mondo. È capace di morire piuttosto di chiamarmi, anche se mi ama, ne sono certo. È una persona che ti arricchisce la vita. Un nutrimento dell’anima. Ha una parola sola e si aspetta che tutti siano come lui. Gli voglio un bene da morire e se domani viene in studio e mi dà una sberla lo abbraccio.

Con Calcutta

Floreancig, politicamente, da che parte sta?
Sai qual è la verità? Che la mia generazione ha rubato il futuro ai giovani. Ma nessuno ha il coraggio di dirlo e i ragazzi non riescono a fare la rivoluzione. Non sono mai stato di destra o sinistra. Sono anarchico. Mi piace la saggezza delle persone. Sulla sinistra, però, devo dire che mi sono state sbattute tante porte in faccia. Conosco degli amici artisti di sinistra, a cui arrivavano migliaia di euro in contributi solo perché avevano la tessera giusta. Ma io lo dico sempre: non parliamo di politica, sennò roviniamo l’amicizia. Un artista non deve essere politicizzato. L’arte è una libertà. I miei ‘volti’, che siano di destra o sinistra non cambia niente.

Che rapporto hai con il tempo?
Abbiamo solo bisogno del tempo. L’età avanza, l’aspettativa media è quella, se poi hai fatto casino nella vita non puoi pretendere di essere immortale. Ma io sono normale, gli altri sono folli. Gli anormali sono quelli che vogliono essere eterni. E per riuscirci si privano di tutto: mangiano la minestrina, non bevono, non fumano. Una vita inutile, come se ce ne fossero altre da provare. Abbiamo solo questa! Nella mia vita non vedo niente di strano. Sai cosa mi ha detto il medico?

Ormai sono curioso di saperlo.
«Giordano, a parte il cancro, hai tutto quello che ho studiato». Quando sarà il mio momento mi pentirò di tutto, lo so già, però col sorriso. Ma i miei coetanei sono già morti da anni. Non sono un esempio, ho esagerato, ma non si può fare le analisi ogni 15 giorni. Bevi sto cazzo di vino!

Non hai paura di morire?
Bisognerebbe fare come Mario Monicelli: a un certo punto vorrei farmi fuori, come lui, solo che ci vuole coraggio. Per il momento sono un vigliacco. Più che altro penso alla mia famiglia, per non lasciarla con i debiti. Sai perché non ho paura della morte? Metto sul comodino le foto delle persone di merda e ogni mattina mi dico: sì, sono contento di come ho vissuto!

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