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Questo documentario vi farà cambiare idea sulle Go-Go’s

Non era un gruppo pop spensierato e perfetto per l’America di Reagan. Era una banda ispirata dal punk che ha sfidato il maschilismo dell’industria culturale e degli skinhead che ai concerti urlavano “Uscite le tette!”

Le Go-Go's, dall'omonimo documentario di Alison Ellwood

Foto: Getty Images

È una scena sempre bella da vedere, non importa quante volte vi è passata davanti agli occhi in documentari e speciali di VH-1. Ci sono cinque ragazze sul palco del Masque Club con addosso abiti mezzi fosforescenti. Sono un po’ scapigliate e un po’ chic, ma di uno chic da negozio dell’usato, con due tipi di ombretto e mèche rossastre. Suonano canzoni che somigliano a inni. “Hanno fatto tre pezzi, e due erano uguali”, ricorda chi c’era. Potrebbero essere uno dei tanti gruppi che, folgorati dai Germs, dai Weirdos o dalle band di Decline of Western Civilization, hanno imbracciato gli strumenti e deciso che ce la potevano fare. Ma il viso angelico della ragazza che urla nel microfono e quello della chitarrista col taglio di capelli da folletto hanno un che di famigliare. Sono Belinda Carlisle e Jane Wiedlin. Sono le Go-Go’s 1.0.

Giova ricordare che questa band, la prima della storia tutta al femminile ad aver scritto e suonato un album arrivato al numero uno in classifica in America, ha mosso i primi passi nella scena punk di Los Angeles. È da lì che vengono l’energia e l’atteggiamento di sfida. Anche se due musiciste non sono nate lì, si tratta comunque di un gruppo californiano con una vena solare che stempera l’aggressività della musica. The Go-Go’s è il primo documentario che ne racconta la storia, dai demo alle reunion attraverso il tipico armamentario di interviste e video d’annata. Chi pensa che le Go-Go’s siano una nota a piè di pagina della storia della musica anni ’80, o peggio ancora ragazze-che-fanno-rock farebbe bene a ricredersi. Il fatto che il documentario ribadisca la storia delle prime-musiciste-ad-avere-un-album-al-numero-uno almeno una dozzina di volte nell’arco di 97 minuti (e ancora nei crediti finali, in caso siate duri di comprendonio) non rende quel che hanno fatto le Go-Go’s meno fenomenale. Lo scopo del film è spiegare che le Go-Go’s non c’entrano con la nostalgia per l’America di Reagan, non sono l’equivalente musicale del Cubo di Rubik. Si vuole spiegare che sono state, piuttosto, una band che spaccava il culo. Bè, missione compiuta.


La regista Alison Ellwood ha già raccontato storie di band di successo e decisamente instabili – si veda The History of the Eagles. È perciò a suo agio nel raccontare la vicenda di questo gruppo disfunzionale e tossico che sfida la morte e attraversa mille conflitti interni. È il tipico caso in cui un gruppo di rocker lavora bene assieme pur essendo sempre sul punto di rottura. La storia è questa: Carlisle e Wiedlin sono attratte dal punk e formano una band. Reclutano una batterista (Elissa Bello), una bassista (Margot Olavarria) e, dopo un po’ di concerti, una seconda chitarrista e autrice (Charlotte Caffey). Dopo la defezione di Bello arriva da Baltimora Gina Schock, che alza notevolmente il livello. Un tour nel Regno Unito con i Madness e gli Specials rafforza il legame fra le musiciste.

Una sera, a Caffey viene in mente una melodia mentre guarda Ai confini della realtà. La porta alla band e, boom, nasce We Got the Beat. L’etichetta discografica Stiff la stampa su 45 giri, le cinque tornano a Los Angeles da eroine, Terry Hall degli Specials ispira la scrittura di Our Lips Are Sealed e sembra che tutto vada bene. Quando Olavarria s’ammala prima di un concerto di capodanno, la texana Kathy Valentine impara le parti di basso in tre giorni grazie a un tour de force alimentato dalla coca. Ed ecco che si è finalmente composta la line-up di The Beauty and the Beat, il primo album per la IRS, l’etichetta di Miles Copeland. Intanto, un colosso chiamato MTV sta per vedere la luce.


È una storia che The Go-Go’s racconta con un montaggio veloce di poster ciclostilati, immagini sgranate, interviste con tutte le musiciste del gruppo e qualche inciso animato. Sul film aleggia lo spettro del sessismo nell’industria musicale, dagli skinhead che urlano “uscite le tette!” ai discografici che non sono granché interessati all’idea di un gruppo composto da sole donne, senza un capo maschio. Poi succede il casino. Si trovano in mezzo a problemi di droga, soffrono per il successo improvviso e meteorico, subiscono pressioni per centrare un’altra hit, lottano per gli introiti derivanti dal publishing.

Il resto lo conoscete, anche se non lo sapete. The Go-Go’s è la dimostrazione che i gruppi rock si autodistruggono seguendo un copione, e le cinque ragazze che fanno sci d’acqua col tutù nel video di Vacation non fanno eccezione. Ellwood non stravolge le regole base dei documentari musicali e segue i membri della band, singolarmente e collettivamente, un video dopo l’altro, una battuta dopo l’altra. Fortunatamente, la storia della band non ha bisogno di molte altre cose. La storia dell’ascesa, della caduta e della reunion è sufficientemente forte da farci sopportare le immagini delle musiciste che lavorano a una nuova canzone (il cui ritornello dice sostanzialmente “frega un cazzo”) e sufficientemente sincera da giustificare il tono narrativo di cui dice di voler raccontare solo i fatti. Uno si aspetta di più, ma il resoconto di quanto è accaduto, dei come e dei perché, basta e avanza.


“C’era solo un modo per fare questo documentario ed era dire la verità”, ha spiegato Wiedlin alla prima del film [al Sundance], dov’è stata applaudita con il resto della band. “Eravamo punk, hanno fatto un musical sui di noi a Broadway e ora questo”, ha detto Schock poco dopo. Sembravano sopraffatte dall’accoglienza affettuosa, raggianti e sinceramente contente per gli applausi ricevuti per quest’ultimo giro d’onore. Ed eccole, pochi minuti dopo, punzecchiarsi affettuosamente di fronte al pubblico. Ecco, queste sono le Go-Go’s.

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