Questi sono i Pink Floyd e questa è un’invasione | Rolling Stone Italia
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Questi sono i Pink Floyd e questa è un’invasione

Rock in tempo di guerra e di né-né. Gli ucraini ringraziano David Gilmour per ‘Hey Hey Rise Up’, i fan col culo al caldo filosofeggiano: eh no, senza Waters e Wright non sono i Pink Floyd

I Pink Floyd nella formazione con cui è stata incisa 'Hey Hey Rise Up': Nitin Sawhney, David Gilmour, Nick Mason, Guy Pratt

Foto press

Chi era dell’umore giusto per scorrere la timeline dei social dei Pink Floyd ieri sera s’è imbattuto in commenti di questo tenore: «Smettila di usare il nome Pink Floyd per i tuoi progetti solisti»; «Non sono i Pink Floyd, c’è solo un membro della prima formazione», vale a dire Nick Mason; «Con Roger sarebbe stata un’altra cosa»; «Ehi, Pink Floyd, non vi ho visti rimuovere il vostro catalogo dagli Stati Uniti o donare profitti all’Iraq o all’Afghanistan, farabutti». Per non dire dell’insensatezza di «Evidentemente Gilmour e Mason hanno finito i soldi» oppure «Lo fai per visibilità», come se si trattasse di un cantantucolo qualunque del New Music Friday italiano e non dell’uomo che da anni rifiuta di mettere in piedi i Pink Floyd. Lo sconforto è mitigato dagli sporadici commenti degli utenti ucraini, che sono di tutt’altro tipo. Questo ne riassume un bel po’: «Grazie per questa canzone, l’Ucraina non dimenticherà».

La canzone in questione è Hey Hey Rise Up. È uscita stanotte ed è la prima dei Pink Floyd da otto anni a questa parte. Di più: è la prima musica inedita, sebbene non interamente originale, registrata a nome del gruppo dai tempi di The Division Bell del 1994, visto che The Endless River di otto anni fa era composto da vecchie incisioni rimaneggiate. Il punto non è se sia bella o brutta, se un coro tradizionale ucraino in un pezzo della band di The Dark Side of the Moon sia appropriato. Il punto è che, in un periodo di grandi distinguo e dei tanti né-né, che per ogni critica a Putin si sentono in dovere di ricordare le guerre degli Stati Uniti, in settimane in cui s’invoca la pace intendendo la resa del popolo ucraino, in giorni così uno dei maggiori gruppi della storia del rock prende posizione sulla guerra chiamandola per quel che è, un’invasione ingiusta e insensata. Detto in altro modo: non conta tanto la musica, conta l’uso politico del brand dei Pink Floyd.

Colpito da un video pubblicato il 27 febbraio su Instagram in cui Andriy Khlyvnyuk degli ucraini Boombox intona a Kiev un vecchio canto indipendentista imbracciando il fucile, David Gilmour ha preso quel campione vocale e ci ha costruito sopra un pezzo dei suoi. Ci sono di mezzo la terra, la guerra, una questione privata: il chitarrista ha famigliarità col dramma, essendo la nuora Janina ucraina (la nonna di lei è riuscita a fuggire da Kharkiv e si trova in Svezia). Avrebbe potuto pubblicare il pezzo a proprio nome e invece ha chiamato Nick Mason e altri due musicisti, il bassista della formazione live dei Floyd Guy Pratt e il vecchio campione dell’Asian underground Nitin Sawhney, e ha fatto uscire il brano come Pink Floyd, devolvendo i proventi all’Ukraine Humanitarian Relief. Ha puntato sulla forza del marchio per raccogliere più fondi e per potenziare il messaggio di vicinanza al popolo ucraino. Se Gilmour dice che l’Ucraina dev’essere sovrana e indipendente è una cosa, se lo dicono i Pink Floyd è un’altra. E comunque, come ha detto al Guardian, «se ci siamo io e Nick, allora sono i Pink Floyd».

Hey Hey Rise Up non è il capolavoro che uno s’aspetta dai Pink Floyd. È una instant song. Accompagnata da una copertina col simbolo ucraino del girasole (come i semi che l’anziana donna di questo video dice di mettersi in tasca a un soldato russo, così quando morirà sul suolo ucraino cresceranno girasoli), è stata registrata il 30 marzo. È abbinata a un video diretto quello stesso giorno da Mat Whitecross con immagini girate per il mondo (s’intravede anche una manifestazione a Milano) e nel luogo dove Gilmour ha fatto i livestream della serie Von Trapped Family durante il lockdown. Ancora non si sa come l’abbia presa Roger Waters, che è distante dal mondo musicale di Gilmour, dalla sua gestione del gruppo, dalle sue idee politiche. Gilmour è progressista, Waters di sinistra-sinistra. Hanno entrambi cantato la guerra, ma con accenti diversi: il primo l’ha fatto meno spesso e con toni più generici e universali, in modo francamente meno brillante; il secondo ha raccontato storie violente e formidabili, con una rara capacità di far canzoni usando come materia prima cronaca bellica, storie micro, analisi macro. Il primo chiama insensata e ingiusta l’invasione, il secondo è un né-né, la condanna, aggiungendo però che «i governi occidentali alimentano con le armi la distruzione dell’Ucraina».

La cosa interessante e per certi versi straniante di Hey Hey Rise Up è che musicalmente e vocalmente Gilmour fa un passo indietro. Mette cioè la sua musica al servizio della causa, lasciando che a cantare sia Khlyvnyuk. Il canto intonato dal musicista, che ha lasciato un tour negli Stati Uniti dei Boombox per tornare a combattere in patria, s’intitola Oi u luzi chervona kalyna (Oh, il viburno rosso nel prato): “Nel prato un viburno rosso si è piegato / La nostra gloriosa Ucraina è travagliata / Prenderemo quel viburno rosso e lo raddrizzeremo”. Scritto da Stepan Charnetskii nel 1914, è un canto patriottico dedicato a un’unità militare ucraina formata nella Prima guerra mondiale. Il significato è inequivocabilmente indipendentista. Di recente, Oleksandra Nazarova e Maksym Nikitin l’hanno usata ai Mondiali di pattinaggio a Montpellier in segno di protesta contro l’invasione.

Hey Hey Rise Up è una canzone di rivolta morale e materiale, resa però in chiave poetica. C’è della retorica, eccome, ma non è la retorica occidentale, è retorica di chi se la può permettere, è la retorica d’un popolo che è stato invaso e combatte per raddrizzare la pianta di viburno che s’è piegata, per usare la metafora della canzone. La chitarra di Gilmour accompagna e amplifica il messaggio, come se ci volesse dire che la cosa migliore che si può fare oggi è far parlare le vittime dell’aggressione della Russia di Putin. Ed è notevole che lo faccia usando la voce di un gruppo gigantesco come i Pink Floyd. Se da noi il rock ha perso significato e presa sulla società, diventando oggetto estetico e, in questo caso specifico, addirittura disputa mezza notarile e mezza da derby calcistico sull’uso d’un grande marchio, in Ucraina serve ancora a qualcosa, a raccogliere qualche soldo, a sentirsi meno soli. Ecco perché noi scriviamo «eh no, David, questi non sono i veri Pink Floyd, non ci freghi» e gli ucraini invece s’emozionano e ringraziano.

«È difficile e frustrante assistere a questo attacco incredibilmente folle e ingiusto da parte di una superpotenza contro una nazione indipendente, pacifica e democratica», ha detto David Gilmour al Guardian. «La frustrazione che ne deriva e il pensiero “e io che cazzo posso fare?” sono quasi insopportabili». Tra qualche anno non ricorderemo Hey Hey Rise Up come oggi ricordiamo Comfortably Numb o Echoes, questo è evidente. Ci ricorderemo però della guerra in Ucraina e della volta in cui i Pink Floyd, a differenza di altri, non si sono limitati a lanciare un messaggio di pace universale, ma hanno deciso di chiamare le cose col loro nome. Qualunque cosa pensiate di Hey Hey Rise Up, questi sono i Pink Floyd e questa è un’invasione.

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