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Queste canzoni italiane avevano previsto il contagio, la paura, il coprifuoco

Era tutto nei dischi di Giorgio Gaber, Renato Zero, Ivan Cattaneo, Matia Bazar. Bastava ascoltare. Perché la musica leggera tanto leggera non è

Giorgio Gaber durante lo spettacolo del 1974 'Anche per oggi non si vola' che conteneva la canzone 'La peste'

Foto: Angelo Deligio/Mondadori via Getty Images

Sono giorni assurdi, cari lettori, e non c’è bisogno che vi dica perché. Ma a fronte di quest’assurdità, all’interno del giro musicale e musicofilo di cose incomprensibili se ne creano spesso d’inedite. C’è una pandemia, quindi una situazione in cui uno dovrebbe andarci con i piedi di piombo, e invece il web pullula di: 1) colonne sonore per la quarantena; 2) sonorizzazioni della pandemia; 3) “comprate il mio disco visto che non si suona più live e che Bandcamp dà i soldi per un giorno direttamente a me” (manco fosse un anno); 4) gente che non perde occasione di dire #restateacasa però ecco “è uscito il mio nuovo merch, strisciate la carta” (quando la situazione economica è uno sfacelo anche per gli altri). Gente che posta foto stile “vedete all’epoca suonavamo con le mascherine! Questo disco l’ho registrato nel 340 a.C. e parlava di questo periodo! Una previsione!” (quando dagli anni ’90 in poi, per dire, si parlava solo di apocalisse perché andava di moda, quindi anche grazie ar cazzo).

Ecco: a fronte di questa imbarazzante situazione che, per carità, sarà anche senza malizia ma è comunque di cattivo gusto, c’è chi nella musica italiana che ha veramente predetto determinate cose che oggi ci capitano, e non lo ha mai rivendicato. Perché non ne aveva e non ne ha bisogno: parlano le canzoni. E la cosa interessante è che quando queste guardano lontano la gente non se ne accorge, le prende sottogamba come si prendevano sottogamba le predizioni di Cassandra. Gli stessi autori, appunto, se ne scordano. Ascoltarle oggi ci permette di trovare energia per reagire anche alle miriade di stupidaggini che si dicono sulla situazione e magari di accogliere quel messaggio cui una volta si era sordi. Ecco allora per voi dieci piccoli pezzi profetici che dimostrano che la musica leggera italiana così leggera poi non è mai.

“La peste” Giorgio Gaber (1974)

Un bacillo che saltella
Che si muove un po’ curioso
Un batterio negativo
Un bacillo contagioso

Serpeggia nell’aria
Con un certo mistero
Le voci sono molte
Non è proprio un segreto
La gente ne parla a bassa voce
La notizia si diffonde piano
Per tutta Milano

La gente ha paura
Comincia a diffidare
Si chiude nelle case
Uno scoppio di terrore
Un urlo disumano
La peste a Milano!

Iniziamo col grande Gaber che nel 1974 se ne esce con una descrizione perfetta di una misteriosa pestilenza che si abbatte sul capoluogo lombardo e diventa improvvisamente una quotidianità malsana, fatta di sospetto, morti da scavalcare che si trasformano in meri numeri statistici e terrore da barricarsi in casa. Nel testo Gaber la descrive come “anche peggio di quella del ’20”, un collegamento con l’anno che stiamo vivendo, e descrive perfettamente un contagio che arriva fino in provincia e dilaga ovunque seminando il panico.

Il brano fa parte di uno dei dischi più potenti e “cattivi” del teatro canzone del cantautore milanese, Anche per oggi non si vola, che già dal titolo è tutto un programma: un affondo al sapor nichilista-malinconico in cui, col sarcasmo che da sempre Gaber usa per addolcire anche la pillola più amara, vengono smontate tutte le certezze sociali. Come ad esempio il concetto di coppia o il discorso proprio dell’“essere in casa”, col gran finale di C’è solo la strada, in cui Gaber prevede i rischi delle quattro mura come contenimento dell’impegno civile, ribaltando il discorso retorico del potere che da sempre non ama le piazze perché trasformano l’individuale in collettivo.

In particolare La peste presenta un testo non fraintendibile: “Hanno visto abilissime mani lanciarli [i topi] dai tombini / Sono le solite mani nascoste e potenti / Che lavorano sotto, che son sempre presenti”. La peste, dunque, fa comodo: e l’ ultimo verso del brano fa intuire, col suo “bacillo a bastoncino / Che ti entra nel cervello / Un batterio negativo / Un bacillo a manganello”, un’allusione a quello che all’epoca erano le stragi di stato fasciste, usate per controllare meglio il popolo e indirizzarlo verso una sicurezza preimpostata e strumentale, rischio che è sempre dietro ad ogni tipo di strage, e per questo La peste è un brano incredibilmente attuale. Anche nel suo arrangiamento velenoso e distorto rimane un monito a chi crede che “tutto andrà bene” a prescindere.

“Bravi ragazzi” Edoardo Bennato (1971)

Un altro incredibile profeta è Bennato, che si è sempre distinto per lungimiranza e importanti affondi contro il potere e il senso comune. In questo caso Bravi ragazzi narra di un coprifuoco imposto dall’alto partito come uno scherzo che poi si trasforma in incubo.

Una di notte, c’è il coprifuoco
E pensare che all’inizio
Sembrava quasi un gioco
Ora non c’è più tempo per pensare
Tutti dentro, chiusi ad aspettare
Ognuno ha avuto le sue razioni
Poveri e ricchi, cattivi e buoni
Ognuno ha fatto le sue preghiere
Ora si tratta solo di aspettare
Bravi su! Bravi ragazzi
Ma non è il caso di agitarsi
Bravi su! Fate i bravi ragazzi
Vedrete che poi
Sistemeremo tutto

Ogni riferimento è puramente casuale, dai programmi televisivi in cui tutti si sbracciano per dimostrare solidarietà e bombardare di informazioni, alle “severe istruzioni” che, tradotto, sono le famose ordinanze. Il fatto evidente è che la gente rimane intrappolata senza sapere che fine farà. L’ aspetto claustrofobico della canzone è però permeato del tipico piglio grottesco e caustico di Bennato che a colpi di mandolini Morricone-andanti trasforma l’assurdità mortifera della situazione in quella che è… una presa per il culo in maggiore. Insomma, il potere sa come gettare fumo negli occhi, soprattutto nelle situazioni di maggiore crisi. Il brano, un po’ come quello di Gaber, prende ispirazione dalla dura situazione italiana degli anni di piombo, quelli della strategia della tensione che, a quanto pare, vanno sempre di moda.

Il disco da cui è tratto, ovvero il pluriosannato I buoni e i cattivi, era una riflessione sul manicheismo in cui quelli che si professano buoni in realtà sono i primi che annientano le libertà personali nel nome della bandiera (La bandiera è infatti uno dei velenosi brani trainanti del disco che non la mandano a dire ai nazionalismi). Il concetto è ben dipinto dalla copertina, una foto di due carabinieri ammanettati tra di loro (uno di questi era lo stesso Bennato). Edoardo ha ultimamente messo su YouTube una nuova versione di Bravi ragazzi, notando ovviamente le similitudini con l’attualità, ma non possiamo accusarlo di marciarci su perché il brano è da anni e anni continuamente riproposto dal cantautore napoletano. Ne esiste anche una bizzarra versione reggae-punk del 1984, rigorosamente dal vivo forse ancora più che mai attuale nelle sonorità. Evidentemente i lupi perdono il pelo, ma…

“Passeggeri del domani” Flavio Paulin (1979)

… non il vizio. Ad esempio Flavio Paulin nel 1979 non è più quello dei Cugini di Campagna, quello dal falsetto ambiguo e dalle chiome eccentriche e zatteroni. Smessi i panni del glam per famiglie, lascia la band per sperimentare con l’elettronica, ma non dimenticando la melodia italiana: il punto di riferimento sono i Kraftwerk, l’immaginario quello di un futuro distopico e fantascientifico. Paulin è il primo e unico album solista, un disco sperimentale e coraggioso che cerca di portare in Italia qualcosa che ancora deve trovare radici. Saranno in molti a prendere da lui (in primis Garbo, più recentemente i Bluvertigo), senza restituire a dovere. Ma all’interno di questo disco pieno di metropolitane sotterranee e città spaziali, c’è questo brano romanticamente italiano il cui incipit è clamoroso se rapportato a oggi:

Fermi sulle terrazze di un altro giorno
Stanno sospesi ai bordi della città
Hanno ascoltato i passi della tua radio
Hanno deciso l’ora del nostro declino

Impossibile non pensare agli italiani bloccati sui balconi, sospesi a un filo, costretti a muoversi in maniera laterale, mentre il governo pensa a come localizzarli preparando un nuovo discorso da pronunciare all’orario prestabilito, con tanto di ordinanze a raffica. Una popolazione fatta di soggetti che “non portano fiori, non reagiscono mai”, sono separati dai loro morti, tra di loro, non possono scambiarsi omaggi e non possono ribellarsi più di tanto perché non sanno cosa sta succedendo. Ma nella canzone c’è un momento in cui questa situazione apparentemente si ribalta.

Guardano dove è libero
Dove c’è un quadrato rimasto intero
Dove morire è vivere dove c’è uno sbocco di attività

C’è un esodo in previsione, che riguarda una ricostruzione da un evidente cataclisma, un ripartire da “sentimenti tutti uguali ma tutti veri” anche se artificiali e anche se, si suppone, questi personaggi sono controllati a vista militarmente: “Hanno i polsi legati dietro e pronte armi disposte a un metro dalla tua strada”.

Non è quindi chiaro se questa nuova umanità sia costretta a ripartire oppure si stia organizzando per ribaltare l’oppressione conseguita dopo la catastrofe usando le stesse armi del potere. Opteremmo per questa seconda ipotesi, che è chiaramente quello che tutti ci auguriamo. D’altronde la musica è un techno pop melodico che a brevi momenti malinconici alterna armonie ariose e solari: come il buio e la luce che combattono, con la seconda ad avere la meglio. È la speranza di libertà che affiora dalla tecnologia? Può essere: d’altronde è grazie alla rete che oggi possiamo comunicare senza impazzire del tutto.

“Clinica Paradiso” Ivan Cattaneo (1980)

A proposito di pazzia, nel 1980 Ivan Cattaneo – nativo di Bergamo e milanese d’adozione – è uno dei primi musicisti post punk italiani, costantemente sul pezzo e costantemente provocatorio (è noto il fatto che fosse anche di scuola zappiana). Nonostante questo e forse proprio per questo suo essere contro in maniera naturale e istintiva, raggiungerà una popolarità diffusa con Italian Graffiati, disco del 1981 che era interamente composto solo da cover anni ’60 riverniciate in stile new wave/ska.

Come autore Ivan è invece sempre stato prolifico e ficcante. In questo caso il brano descrive una situazione di malattia e paranoia serpeggiante che nasce a prescindere da tutto e tutti: non solo l’Italia, ma il mondo intero è una clinica a cielo aperto in cui non ci sono solo i malati reali, ma anche i paranoici, gli ipocondriaci. La gente che tifa apocalisse, chi diventa isterica rispetto alla condotta altrui, chi appena sente una linea di febbre si mette il termometro in bocca, chi ha avuto un’influenza normale ma che subito si autodiagnostica i sintomi del Covid e lo dice a tutti mettendo a rischio i nervi del prossimo. Si mescolano i malati reali di pandemia con quelli defunti per altre patologie, come se un tampone facesse primavera, tutto un calderone che possiamo rivedere dipinto da queste parole.

Aspirina vita-mina
Virus bacillo
Shock morbillo
Claustrofobia
Perversione psico-mania
Io bimbo senza più cervello
Uomo senza più controllo

La follia dilaga e la malattia fisica mette subito in luce il suo aspetto nascosto: quello della malattia economica, sociale e giocoforza mentale. La gente sbrocca in casa, fioccano le fake news allarmiste, si regredisce allo stato di infante, lo Stato si trasforma in un papà gigante che fa passare la bua, la paura fa ammalare in casa e porta a metodi fai da te per contrastare la minaccia completamente irrazionali (vedi mascherine fatte di panno per pulire i pavimenti).

Noi noi siamo malati
Noi noi siamo impazziti
Io io sono malato
Noi noi siamo impazziti
In questo mondo ormai hospedale
Ospedale inhospitale malattia letale, l’infelicità

L’uomo vive in un ambiente ostile, il suo benessere dovuto al capitale è solo apparente, in realtà sguazza nell’infelicità e non se ne rende conto se non quando la bomba gli esplode in mano. Ed ecco che invece Ivan, definendosi un “androide bizzarro”, rifiuta questo stato di cose in quanto già passato allo stadio “ibrido” tra uomo e macchina (probabilmente prevedendo lo smaterializzarsi fisico nella rete), vedendo all’orizzonte un ritorno forzato (ma anche forse necessario e voluto) allo stato di natura e a un’economia primordiale e austera.

Canta… canta mondina
Vivrò da contadina
Canta… canta mondina

Il brano è tratto da L’urlo, disco dal quale verrà fuori il suo più grande successo come autore, ovvero Polisex, che diverrà presto un inno della Milano bisessuale. Un disco di passaggio in cui Ivan si mette a metà tra il punk e il glam, descrivendo il progressivo sprovincializzarsi della musica italiana. È proprio l’idea di passaggio e quindi di forte cambiamento tra gli anni ’70 e gli ’80 a essere al centro del disco: nel quale il concetto di guerra, oggi tanto strombazzato quando si parla di lotta alla pandemia, è il fondamento del concept (futurista nel caso di Ivan). Ma è una guerra dal cui urlo non nasce solo terrore: come dice Ivan nelle note di copertina, “un urlo di gioia o un urlo di paura? Io sono per la gioia. E voi?”.

“L’asta” Jo Squillo (1981)

La Jo Squillo della “Milano modaiola” tutta passerelle e modelle nei primi anni ’80 era una punk impunita che frequentava il centro sociale Santa Marta e provocava il pubblico con le sue Kandeggina Gang, una delle prime band punk al femminile della storia italiana, le quali possono vantare un contratto con la Cramps, storica etichetta degli Area di Demetrio Stratos (che era anche il suo insegnante di voce). Nell’81 con gli Eletrix pubblica Girl senza paura, un disco che oscilla tra i Ramones e i Devo, quindi tra il punk e l’elettronica: un disco pieno di testi di rottura che parlano di ecologia, femminismo, stupro, carcere, libertà sessuale e molto altro. Tra questi fa capolino un brano curiosamente profetico, ovvero L’asta.

Diecimila
Ventimila
Trentamila
Accetto!

Brucia, brucia l’asta
Brucia, brucia l’asta

Una previsione della borsa di Milano che crolla, collegata al numero di morti. Capitale e morte vanno di pari passo, l’economia compra e vende la città e le sue vittime, che sia l’UE o la Cina poco importa, tutto esplode in un caos impossibile da frenare.

Scoppia, scoppia l’asta
Tutta la gente se ne va
Scoppia, scoppia, scoppia, scoppia…

Scoppia la pandemia, saltano le marcature del denaro e quindi anche dei nervi, la gente scappa da Milano con il primo treno della notte, si dichiara la zona rossa, le strade diventano deserte.

Fuoco, fuoco su Milano
Fuoco, fuoco, fuoco, fuoco, fuoco…

Trentamila
Ventimila
Diecimila
Per tutti!

L’intera Milano arde in una cremazione collettiva vera e metaforica e la “lireta” non si ferma: quando le persone varranno più dei soldi? Jo Squillo ci dice che probabilmente questi ultimi avranno sempre la meglio, ma almeno qualche meccanismo è stato divelto: c’è la speranza di partire da zero. Ovvio, nella sua scrittura di fantapolitica, L’asta è stata scritta inconsapevolmente per questi tempi. Ma è proprio da questa inconsapevolezza che nasce la preveggenza, non dai calcoli intellettualoidi dei nuovi profeti di sventura.

“Contagio” Renato Zero (1982)

Pericolo di contagio,
Che nessuno esca dalla città,
Guai a chi s’azzarda
A guardare laggiù
Oltre quel muro,
Oltre il futuro

Non c’è bisogno di aggiungere altro: Renato Zero, che dell’ambiguità di Cattaneo è senza dubbio il padre (e come padre ovviamente contestato anche aspramente dal figlio), nel 1982 scrisse questo brano tra il reggae e il funk, con degli strani inserimenti latini, che sembra proiettato nell’oggi. Le misure contenitive necessarie a contrastare il male misterioso qui narrato arrivano a eccedere fino al sistema autoritario della paura che non fa vedere oltre.

L’epidemia che si spande,
L’isolamento è un dovere oramai…
Dare la mano è vietato, se mai
Soltanto un dito e l’errore
Punito sarà…

Quando il discorso sanitario si tramuta in poliziesco, le cose prendono una brutta piega. Ciò che unisce, ovvero la malattia, divide. Tu malato puoi anche morire, l’ importante è che stiamo bene noi, che tu non ci contagi. Il pugno di ferro nasconde sempre il tentativo di disgregare gli esseri umani per renderli innocui e facilmente manipolabili.

Noi qui… Voi là…
Divisi per colore ed età,
E poi… Chissà.
In qualche gabbia,
Per questa rabbia pagheremo!
E chi… vorrà,
Comunicare non potrà…

Gli episodi di razzismo verso i cittadini di origine cinese, la trasformazione psicologica delle case in gabbie dorate, l’autoreclusione montata dal terrore mediatico trasformerà le energie positive in rabbia che, una volta usciti fuori, non si sa dove verrà scaricata, e probabilmente produrrà una sorta di effetto boomerang che amplificherà il silenzio.

Clinicamente perfetti,
La civiltà ci ha modellati così…
Salvaguardare la specie dovrai

Renato punta il dito sulla civiltà moderna che vorrebbe robot efficienti e non uomini che possono anche ammalarsi, e come ammalarsi anche guarire. L’ importante è contare i morti, lucrare sulle disgrazie perché la specie viene considerata più importante dei singoli, l’individuo in quanto tale è solo d’impaccio. Diversamente, Renato ha le idee molto chiare rispetto a ciò:

Sarà un delitto,
Col cuore asettico vivremo!
Noi qui… Voi là…
Il sano istinto morirà
Noi qui… Voi là…
Neanche un vizio
Ma uno squallido silenzio qui

Il potere ci vuole asettici, il rischio non è contemplato, l’istinto un reato. Renato Zero ci mette in guardia dai “vizi di forma” di un sistema che ci vuole imbavagliati e ubbidienti, privi di spirito critico. Ma c’è un modo per fermare questo frullatore sociale: “se vuoi vai via, ma usa la tua testa e non la mia!”.

Contagio venne scritta, in modo abbastanza palese, per la crescente epidemia di Aids che all’epoca stava preoccupando parecchio anche l’Italia, ma ascoltandola ora si rimane impressionati per la sua attualità. Fa parte di un album cruciale per Zero, ovvero il doppio Via Tagliamento, che contiene l’epocale e strafottente Viva la Rai, il canto del cigno del Renato ‘combat’. La sua popolarità aumenterà infatti con la sua presenza fissa al programma Fantastico, ma proprio per questo la polizia chiuderà il suo mitico tendone Zerolandia, una specie di “nowhereland” che dava ovviamente fastidio. Lo “squallido silenzio” venne vinto da Zero, ma solo dopo un lungo periodo di “quarantena musicale” da parte del suo pubblico: alla fine ne è uscito, come si spera ne usciremo noi.

“Incinerator” Richard Benson (1984)

Streets full of blood
Please pray to God
To change this humanity…

Cosi inizia quello che è a tutti gli effetti il capolavoro di Richard Benson: sì, il grande Richard “re del medallo”, uno dei primi proggher in Italia con il Buon Vecchio Charlie, il panzer dei concerti estremi con lancio di oggetti sul palco, dei polli da sacrificare a Satana, l’anti Pino Scotto, quello che ha anticipato il noise a casa nostra più di tanti smanettoni con i pedali, quello che ha stregato i fratelli Zampaglione portandoli a produrgli un disco massiccio come L’inferno dei vivi. Ultimamente, da un video casalingo in quarantena imbracciando in cucina una chitarra classica, intimava di “stare a casa perché io non sono mai morto!”. Ed è vero: nonostante le sue abitudini rock che lo hanno visto spesso sotto i ferri dei medici, il nostro è ancora in pista.

Nel 1984 realizzò la colonna sonora di un film incredibile, L’inceneritore di Pier Francesco Boscaro, con uno strepitoso Flavio Bucci. Nella trama viene ipotizzata una grandissima pestilenza a Padova i cui morti vengono all’inizio ricondotti a un misterioso assassino, per poi scoprire che è l’enorme inceneritore che troneggia sulla città, nel quale i corpi degli assassinati vengono inceneriti, a spandere il male, è la stessa umanità ad auto annientarsi. Considerata la recente tesi sulle polveri sottili che veicolano il virus si resta stupiti da tanta lungimiranza. Ad ogni modo Richard Benson partecipa a questo Arancia meccanica de nonantri, oltre a fare un cameo in guisa di futuribile punk metallaro, con un colonna sonora completamente folle in cui usa abbondanza di Synclavier in senso vaporpunk, tra le esalazioni di Liquid Sky e suite cyber metal con suddivisioni deliranti. Inceneritor è la canzone dei titoli di coda, una preghiera a Dio nella quale Benson chiede la fine della pestilenza come neanche il Papa in questi giorni. D’altronde Richard l’ha sempre detto: per lui Satana è “un micetto”.

“Da qui a…” Matia Bazar (1985)

I Matia Bazar hanno sempre avuto un tipo di poetica particolarmente visionaria, almeno con la svolta new wave di Berlino Parigi Londra che poi ha partorito dei capolavori come il seminale Tango, praticamente la bibbia di tutto il techno pop italiano. I testi del bassista, poeta e mente della band Aldo Stellitta vagavano nel cosmo pescando tra storia, esoterismo, leggenda e vaticini proiettati in un futuro fantascientifico e fantastico che però riuscivano ad essere anche semplici e ancorate alla terra. Tra le tante, questa meravigliosa Da qui a… contenuta in un disco che è lo stato dell’arte della classe nel pop elettronico, ovvero Melancholia dal quale è tratto il singolo Ti sento, che ha fatto la storia a livello internazionale.

Il titolo dell’album cita Sartre, in quanto La nausea avrebbe dovuto chiamarsi dapprincipio in questo modo. È quindi logico che ci sia un filo conduttore esistenzialista, in particolare questa canzone sembra evocare scenari che oggi sono all’ordine del giorno:

Da qui a Marrakesh
è tanta gente ormai
Ed ogni città
è in preda agli usurai
Dagli all’untore
Fate rumore

I Matia Bazar con questo brano che unisce la world music all’eurodance prevedono quindi, a parte un effetto feedback sull’ambiente da un surriscaldamento globale ad una glaciazione nei versi “Da qui a New Orleans / C’è solo inverno ormai / E i mari del nord / Diventano ghiacciai” anche un ritorno pandemico mondiale, con conseguente capro espiatorio degli “untori”, così come un indebitamento verso stati “usurai”. Questa lucida previsione si conclude con un “fiore del male / a testa in giù”, quindi la morte vista come apertura all’ignoto, e di conseguenza un “Aufwiedersehen / Adieu, goodbye” all’occidente conosciuto, perché “il Nilo è più blu / nell’Africa”. La rivincita del continente nero? Tutto può essere: in effetti i malati di Covid in Africa sono ancora pochissimi, in un modo considerato anomalo. Staremo a vedere.

“Ammassati e distanti” Riccardo Cocciante (1993)

Siamo tutti ammassati
Siamo tutti distanti
E ciascuno è qualcuno
Ma non siamo dei santi
E non c’è mai nessuno
Che non ha dei rimpianti
Io non sono che uno
Tra i milioni presenti

Il motivo per cui Riccardo Cocciante scrive un pezzo del genere è oscuro, e ancor di più lo è il fatto che sia contenuto in un disco che si chiama Eventi e mutamenti. Sì, vero, nel 1993 di cose ne sono successe ma nulla che tutto sommato potesse associarsi a un tale nichilismo. Evidentemente l’autore del testo, Marco Luberti, storico collaboratore del primo Cocciante, percepiva nell’aria una cupa oppressione che oggi si è manifestata in pieno. Oggi siamo proprio ammassati e distanti, diventati improvvisamente numeri senza identità tra le cifre degli infetti.

Non c’è neanche più l’odio
E nemmeno il rancore
Resta solo un bel niente
Che non ha più valore
Basterebbe soltanto
Accennare un saluto
Per vedere altre mani
Che ci chiedono aiuto

Oltre a paragonare lo stato di cose come “una commedia”, la canzone sottolinea uno stato di rassegnazione e di vuoto che attende che gli uomini si liberino verso il reciproco contatto, anche solo un saluto. L’ attesa di questo momento è il fattore scatenante per la fine di una condizione critica evidentemente pregressa nei rapporti umani. Nel pezzo Cocciante inserisce una linea di basso sintetizzato che è allo stesso tempo lugubre e epica, quasi witch house in un contesto pop che fa dell’elettronica midizzata il fulcro espressivo di un’umanità liofilizzata. Il brano è poco conosciuto, ma smaschera il fatto che “lo scopo di ognuno / è di andare più avanti”, al di là di tante solidarietà sbandierate.

“Contamination” Ennio Morricone (1982)

E per finire, la pensa così anche il maestro, che mettiamo alla fine della lista non per ordine cronologico, ma per le sue recenti dichiarazioni: “A me questo fatto che molti cantino dai balconi o tra di loro e che sventolino le bandiere da un lato fa simpatia, dall’altro lo ritengo inopportuno… Certo, un po’ di leggerezza può aiutare, non c’è alcun dubbio, ma in questi giorni c’è stata una percentuale molto alta di morti e ci vorrebbe più rispetto. Mi chiedo cosa pensino tutte quelle persone in quei momenti: secondo me pensano solo a loro stesse”.

Viene quindi alla mente il concetto alla base del film La cosa di John Carpenter, la cui colonna sonora fu firmata proprio da Morricone. L’alieno che infetta gli abitanti della base scientifica fino a farli uccidere uno con l’altro è proprio la metafora del virus dell’egoismo per la sopravvivenza. È per questo che concludiamo con Contamination, brano che nella sua brevità fatta di innervazioni sonore frenetiche riassume tutto il percorso di questi giorni. La colonna sonora de La cosa fu rifiutata quasi tutta da Carpenter, per quanto stupenda, poiché troppo “piena” per un film vuoto come quello. E Morricone oggi, facendone esperienza, afferma: “Non compongo e non ascolto musica, non è questo il momento”. È vero, è il momento di fare e rimboccarci le maniche, ma non si riempie un vuoto tanto per riempirlo: seguiamo l’ esempio del maestro, per un attimo fermiamoci e impariamo ad ascoltare.