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Quarant’anni dopo, ‘Y’ del Pop Group è ancora un disco pericolosamente estremo

Vocalizzi apocalittici, chitarre prese a martellate, violenza: tutto quel che c’è da sapere su un album fondamentale del post punk, ristampato con inediti e pezzi dal vivo. «Non ascoltatelo in auto, potreste schiantarvi»

The Pop Group. La nuova versione di 'Y' è rimasterizzata e contiene gli album 'Alien Blood' (versioni alternative) e 'Y Live'

Foto: Brian Griffin

Definirlo sperimentale sarebbe limitante. Pochi gruppo hanno saputo osare come il Pop Group nel disco di debutto Y. «L’atmosfera era elettrica: eravamo teenager scatenati che si arrampicavano come scimmie impazzite su attrezzature musicali molto costose», ricorda il frontman del gruppo Mark Stewart dei giorni trascorsi al Ridge Farm Studio per registrare il disco. Considerato un pilastro dell’era post punk, Y festeggia quarant’anni con un box set di 3 CD o 4 LP. Contiene la rabbia e l’entusiasmo del teenager scanditi da ritmi tribali, chitarre funk, groove spezzati, solfeggi jazz e la voce da crooner demoniaco di Stewart. Se Y non è invecchiato è perché mosso da sentimenti senza tempo, espresso da testi senza tempo e da una musica crossover che sfugge a ogni definizione.

Dentro Y si riflettevano le influenze di ciascun membro del gruppo: quelle di Mark Stewart che, cresciuto a pane e David Bowie, s’interessava sempre più al dub; quelle di Gareth Sager che invece amava musica etnica, classica, free jazz; quelle del bassista Simon Underwood intrippato con il soul. Anche la città di Bristol ci ha messo del suo, con i club notturni che, a differenza degli altri in Inghilterra, amavano suonare il funk di James Brown e Kool & The Gang. Mark Stewart, personaggio esplosivo nonché un cristo alto circa due metri, li frequentava che era ancora un ragazzino. Bristol riecheggia anche nella sua voce apocalittica e agitata in cui riverbera tutta la violenza del tempo, quando per le strade comandavano le gang ed era possibile esibirsi davanti a un pubblico di 2000 persone intente a gridare fuck off quando la musica non gli andava a genio (al Pop Group è successo durante una diretta su Radio London, interrotta all’istante).

Se nel 1978, anno della genesi di Y, il punk sembrava morto, dalle sue ceneri la band di Bristol ne ereditava l’atteggiamento: ora sapevano che per imbastire una rivoluzione musicale non c’era bisogno di avere tecnica. La cosa fondamentale, piuttosto, era differenziarsi dalla scena rock del momento che suonava troppo simile a se stessa nella canonica formula verso-ritornello-verso. «Eravamo iper eccitati da tutta la musica che stavamo scoprendo e morivamo dalla voglia di fare qualcosa di diverso dagli altri», spiega Gareth Sager, mente musicale del gruppo. «Ricordo che ero ossessionato dal cercare nuovi suoni: sbattevo martelli, e chissà cos’altro, contro le corde della chitarra. Ogni cosa era lecita pur di ottenere un suono interessante e il più distante possibile da una normale  strimpellata».

Ma è sopratutto nella fase di registrazione, con l’aiuto del produttore guru del dub Dennis Bovell che nasce la magia di Y. Spiega Mark: «Prima abbiamo scritto le canzoni, poi durante le prove in studio le abbiamo strappate in mille pezzi, e in stile copia e incolla, le abbiamo accompagnate camminando al contrario, scalzi fino a Shambhala, ovvero i mix finali» (per chi fatica a star dietro all’enciclopedica testa di Stewart, Shambhala è un regno mitologico della tradizione buddista tibetana). Il risultato è un album fatto di edit estremi, con il Pop Group che guidato da Bovell si lancia in groove differenti da un istante all’altro, nel tentativo di smontare e rimontare le proprie canzoni (un po’ come oggi fa l’hip hop).

Così nascono i riff orecchiabili di Thief of Fire e We Are Time, fino alla sperimentazione estrema di brani inafferrabili come Blood Money e Dreams. Ma di fondo le canzoni di Y hanno ritmi potenti, linee di basso accattivanti e ottime melodie, solo che non sono presentate in forma lineare. In Savage Dream, l’armonium di Gareth Sager è un’idea rubata a Nico (Velvet Underground), di cui era fan sfegatato (e con la quale hanno anche diviso concerti a Londra). A proposito, un aneddoto curioso: prima di rivolgersi a Bovell, il Pop Group aveva chiesto aiuto a John Cale. «Lo abbiamo incontrato per una cena a Bristol», racconta Sager, «ma non è andata bene: mentre gli stavamo parlando, lui è svenuto di colpo, con la testa dritta sulla zuppa che stava mangiando».

Quando invece chiedo a Mark Stewart cosa significhi oggi per lui Y, mi risponde: «Libertà, libertà e ancora libertà». In questo senso resta un album unico che ha mantenuto il suo spirito anche nella nuova ristampa con i mix inediti. «Su questo devo ringraziare l’etichetta Mute per averci dato completo controllo del progetto. Come diceva Malcolm X in un discorso che suonava dagli altoparlanti prima dei nostri concerti: “There was no sell out” (nessuno si è svenduto, ndr)». Consigli per l’ascolto? «In un posto silenzioso, senza distrazioni», dice Gareth. «Eviterei in automobile se non volete schiantarvi».

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