Quanto sono normali, quanto sono straordinari i Beatles in ‘Get Back’ | Rolling Stone Italia
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Quanto sono normali, quanto sono straordinari i Beatles in ‘Get Back’

Ci sono poco glamour e tanta sostanza nella docuserie sulle session di ‘Let It Be’, da oggi su Disney+. John, Paul, George e Ringo fuori dal mito, in una dimensione di geniale ordinarietà

I Beatles in 'Get Back' di Peter Jackson

Foto: Apple Corps Ltd.

Dopo le indiscrezioni, il video dello scorso Natale, i trailer e le interviste, è finalmente arrivato il momento di guardare tutte e tre le puntate. A partire dal 25 novembre Get Back, la docuserie diretta da Peter Jackson, è su Disney+. Il 26 verrà trasmessa la seconda puntata e il 27 la terza. Le ho viste e, anche se stare davanti allo schermo a guardare i Beatles per più di sette ore in una piovosa domenica di novembre non è stato certo un sacrificio, il primo consiglio è quello di evitare il binge watching.

Dentro Get Back ci sono infatti tante, tantissime cose che sarebbe meglio centellinare. L’ideale sarebbe guardarne un’ora per volta, facendoselo durare una settimana. Il rischio, altrimenti, è quello di fare indigestione. La prima puntata esce nel Giorno del Ringraziamento, festa che gli americani consacrano anche a grandi mangiate. Ecco, mettersi sul divano con lo stomaco strapieno non è il modo migliore per tenere sveglia l’attenzione e cogliere i mille dettagli di cui la serie trabocca.

L’ha detto il regista e l’ha ribadito Paul McCartney: lo spettatore di Get Back è una mosca sul muro, quella che vede e sente tutto senza essere vista. Ci viene data la possibilità di guardare i Beatles che chiacchierano, discutono, scrivono e suonano. È il caso di rimanere in stato di massima allerta. Anche perché non c’è solo la musica. Se decidiamo di ascoltare Rubber Soul possiamo anche dedicarci ad altro: le note di quel capolavoro ci arrivano comunque. Ma Get Back non può essere tenuto in sottofondo: ci sono delle storie che vengono raccontate. George che se ne va (spoiler: torna), il progetto di realizzare uno speciale e organizzare un concerto, Michael Lindsay-Hogg che cerca di girare il film che diventerà Let It Be. Insomma: è meglio non distrarsi.

Poi certo, la musica c’è eccome. Manca meno di un anno e mezzo allo scioglimento ma l’interplay beatlesiano funziona alla grande. Si assiste al momento della creazione di alcune canzoni della più grande band della storia e si ascoltano anche brani dei successivi repertori solisti, spesso in prove grezze ma emozionanti, come Gimme Some Truth, che finirà su Imagine di John Lennon.

È tutto poco glamour, e anche poco organizzato. I Twickenham Studios sono brutti, e i Beatles per buona parte del tempo sono vestiti da persone normali, non da rockstar. Sono giovanissimi, non hanno ancora trent’anni. George e Ringo si dicono “Happy New Year”, come colleghi che il 2 gennaio si ritrovano al lavoro dopo le feste. Tutto questo contribuisce a una fortissima sensazione di normalità. Eppure in quel momento i Beatles hanno già fatto la storia. Ma Get Back li ritrae come una band qualsiasi, riportando ciascuno dei quattro a una dimensione di normalità. A supporto di quest’ultima affermazione potremmo utilizzare decine di appunti presi durante la visione delle tre puntate, ma preferiamo non guastare la sorpresa. Ci permettiamo solo di citare Paul e John che ballano un rock‘n’roll scatenato sulle note di Blue Suede Shoes. Sembrano due fidanzatini, altro che due che si odiano.

Get Back è per tutti, consigliatissimo a tutti, ma lo apprezzeranno soprattutto i conoscitori dei Beatles. Il loro canzoniere è forse il più popolare della storia della musica ma qui non ci sono John, Paul, George e Ringo che eseguono il loro greatest hits. Ci sono invece tante e tante prove dei brani di un periodo preciso della parabola della band di Liverpool. Alcune sono canzoni che tutti conoscono, ma non è Get Back l’opera da consigliare a chi conosce poco i Beatles e vuole approfondire la materia. Non è un Beatles for dummies, insomma, ma piuttosto una dettagliata fotografia di un periodo. «Un ritratto molto accurato di come eravamo allora», ha detto Paul McCartney a Peter Jackson dopo aver visto il lavoro. Poteva fargli un complimento migliore?

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