Quando Springsteen era una bomba atomica | Rolling Stone Italia
Home Musica

Quando Springsteen era una bomba atomica

Sta per uscire il video dei due concerti di No Nukes che il rocker fece a New York nel 1979 contro il nucleare. È un James Brown rock e pieno d’energia, ma anche un performer arrabbiato e insicuro

Bruce Springsteen e Clarence Clemons a No Nukes, 1979

Foto: Richard E. Aaron

La grana della pellicola 16 millimetri s’impasta con l’immagine del sassofono di Clarence Clemons, appoggiato sul palco. Il braccio di un operatore mostra un ciak improvvisato, scritto a mano col pennarello. Luci al Madison. Il boato della folla.

«L’attesa stava montando. I cori “Bruuuuuce” avevano risuonato nel Garden dall’inizio della serata», scrive nelle note di copertina Jon Kilik, oggi produttore cinematografico di fama mondiale e ai tempi al suo primissimo lavoro come assistente per 50 dollari a giornata. «Non è il solito linguaggio convenzionale dei film concerto. È cinema allo stato puro. I filmaker coinvolti si regolano sull’energia e l’emozione del momento. Autentico cinéma vérité. Il meglio della regia di stampo documentaristico. Niente prove. Nessun segno di scena. Nessuna coreografia. Nessuna pianificazione. Si arriva e si gira. Quel che stava per capitare sul palco era un mistero per tutti».

The Legendary 1979 No Nukes Concerts, in alta definizione, curato da Thom Zimny, col suono remixato da Bob Clearmountain, immortala il mix delle due famose e – per la maggior parte – inedite performance di quell’anno che Bruce Springsteen e la E Street Band tennero il 21 e il 22 settembre, il giorno prima del trentesimo compleanno del cantante, al Madison Square Garden di New York. Entrambi i set, accorciati per dar spazio ai numerosi artisti coinvolti, erano programmati a conclusione delle serate finali dell’evento benefit all’insegna di un futuro denuclearizzato organizzato dal collettivo MUSE (Musicians United for Safe Energy).

Sullo stesso palco, durante i cinque giorni del raduno anti-nucleare per un’energia sicura e alternativa, in piena sindrome cinese (pochi mesi prima un incidente aveva provocato la fusione parziale del nocciolo nella centrale di Three Mile Island), si erano affacciati artisti provenienti da ogni parte degli Stati Uniti. La manifestazione, ripresa da otto cineoperatori guidati dal direttore della fotografia Haskell Wexler, sarebbe poi diventata un triplo vinile e un film, usciti rispettivamente nel maggio e nel luglio del 1980, oggi spariti dalla circolazione.

Oltre a Jackson Browne, Bonnie Raitt, Graham Nash e John Hall, fondatori del collettivo, c’erano fra gli altri Tom Petty & The Heartbreakers, Carly Simon, Gil-Scott Heron, Peter Tosh, Ry Cooder, Doobie Brothers, Crosby Stills & Nash, James Taylor e i Poco.

Ma il nome in cartellone che aveva attirato l’attenzione di tutti era quello di Springsteen e della sua band, il live act più chiacchierato della seconda metà degli anni ’70, che il MUSE si era assicurato grazie all’amicizia di Bruce con Jackson Browne. Springsteen non amava registratori e telecamere e quella era la prima volta da inizio carriera in cui aveva dato l’ok alle riprese di un suo concerto, riservandosi il diritto di comparire o meno nelle pubblicazioni ufficiali. Alla fine No Nukes divenne, a tutti gli effetti, l’esordio discografico e ufficiale – di bootleg ne giravano già a centinaia – dal vivo del Boss.

Il film-concerto è anche l’unica sbirciata di elevata qualità professionale su quello che è spesso definito il “periodo d’oro” di Bruce e compagni. Sarà disponibile da domani com DVD o Blu-Ray assieme al doppio CD audio e dal 23 novembre sulle piattaforme digitali. La scaletta integra i due concerti (che si distinguono per i differenti abiti) quasi interamente sovrapponibili. Ma i singoli brani eseguiti ci sono tutti, compreso il Detroit Medley con la gag cult del finto svenimento da infarto («Non ce la faccio… Non posso andare avanti», gigioneggia Bruce col mento prominente, denudato e con fare da tonto) e una martellante Rave On di Buddy Holly.

Il Boss si presenta davanti al microfono energico e affilato, con un blazer grigio e una camicia a quadretti sbottonata e attacca Prove It All Night. Da lì in poi s’intervallano con un montaggio frenetico i due riti abbreviati del 21 e del 22. Scalette al fulmicotone. Novanta minuti al posto delle consuete tre. quattro ore.

I dettagli esplodono letteralmente sullo schermo in un furente rock and roll, teso, secco, epidermico. Sudore e sputi rabbiosi mentre canta Badlands. «Armonica sbagliata!», grida ridacchiando, ne afferra un’altra e si getta in una torrenziale The Promised Land. In anteprima presenta una delle versioni più arrabbiate di The River, il nuovo pezzo (assieme a Sherry Darling) che finirà sull’album omonimo e che racconta senza infingimenti la storia della sorella Virginia Springsteen, presente in sala e che non crede alle sue orecchie («Quella è la mia vita!», dirà al fratello in camerino alla fine dello show). Dal pit piovono oggetti: un cappello da baseball, un vestitino, la torta gelato del compleanno: tutte cose di cui Bruce si sbarazza con atteggiamenti nervosi.

Lo sguardo sornione di Miami Steve Van Zandt, basco calato in testa, Fender in braccio, camicia viola sotto al classico impermeabile nero, si dirige ironico verso Danny Federici, in giacca di pelle, completamente assorbito dal suo organo Hammond B3. Il pianoforte di Roy Bittan oscilla paurosamente, come ci fosse il terremoto, quando Bruce ci sale sopra a cantare Rosalita. Una sigaretta nel buio. Le lenti virate marrone degli occhiali a goccia grande di Max Weinberg, che tiene tutto assieme con il suo big beat telepatico con le linee di basso dell’inamovibile Garry Tallent. Clarence Clemons col suo cappello di canapa bianco e completo rosso occupa tutto lo schermo mentre soffia poderoso nel sax tenore in una focosa e struggente Jungleland che si chiude nel mare di accendini e con un taglio al montaggio traballante del timer di scena, in stile presa diretta.

Compaiono Tom Petty (stracool con bandana rossa, stivaletti da cowboy, camicia a scacchi, la sigaretta fra le dita e l’iconica Rickenbacker), Jackson Browne e la sua corista Rosemary Butler. È il momento di Stay di Maurice Williams. Finiscono i bis. Partono i titoli di coda.

È chiaro come il sole dipinto su sfondo blu del palcoscenico, logo del MUSE: quel che si vede è il Rat Pack del rock and roll o, se si vuole guardare con le ottiche della black music, il James Brown bianco e la sua band che suonano davanti a un eterodosso pubblico di 20 mila bianchi (l’unico nero presente pare essere Clemons).

Foto: Joel Bernstein

The Legendary 1979 No Nukes Concerts è un prodotto eccitante, ma la situazione era più intricata di quel che sembra. In quel 1979 Springsteen è a un crocevia che non lo rende tranquillo e nel film questa tensione sotterranea è evidente per chiunque abbia visto altri suoi concerti. C’è troppa carne al fuoco.

Odia esser ripreso (anche oggi non lo ama, l’ha appena riaffermato nel breve making of uscito su YouTube). Vuoi per scaramanzia o per insicurezza, ma anche per un’implicita strategia di marketing del passaparola. L’alone di mistero che aleggia sui suoi concerti-maratona l’ha reso l’artista più mitizzato della storia.

Secondo: Springsteen detesta l’esposizione mediatica. Quando Little Steven si mise a distribuire a bordo piscina del Sunset Marquis le copie di Time e Newsweek con il faccione del suo amico stampato – caso eccezionale – su entrambe le copertine dei più popolari magazine del Paese, Bruce ebbe una crisi di nervi. Quando vide il cartellone promozionale di Darkness on the Edge of Town giganteggiare sul Sunset Strip a Los Angeles, poco lontano dal Marquis, si arrampicò e con uno spray nero lo pasticciò con delle scritte a caratteri cubitali: “Prove It All Night E Street”.

Non suona con la E Street Band da quasi un anno e sta preparando con i dubbi del solito perfezionista maniaco del controllo un album (The River) la cui data di uscita verrà da lì a poco procrastinata. L’ultimo concerto risale al giorno di Capodanno del 1979 al Richfield Coliseum di Cleveland, chiusura del tour di Darkness on the Edge of Town.

Parlando della resa dal vivo, Springsteen non è un artista da concerti brevi. Piuttosto è un turbo-diesel che dà il meglio di sé su un tragitto lungo, non su una corsa veloce. E in questo live si vede che c’è troppa fretta, che manca l’aspetto più poetico e profondo della sua espressione artistica. Dove sono la sedimentazione, l’empatia, il sogno? Bruce è un po’ spaesato, come un animale notturno frastornato dai fanali abbaglianti.

Sta per compiere trent’anni e non è contento «Non me lo ricordate!» sogghigna prima di gettare la torta che i fan gli offrono dalle prime file. «Mandatemi il conto per le pulizie», chiosa.

Altro aspetto: se nelle sue canzoni aveva cantato la classe operaia (Factory) non si era mai esposto pubblicamente su questioni pubbliche. No Nukes è la sua prima uscita in veste di attivista. Sul tema ha scritto anche un pezzo, intitolato Roulette, il primo registrato per The River, che scarterà e vedrà la luce solo molti anni dopo. Roulette è considerata l’outtake più potente che Springsteen abbia mai messo da parte. Il fatto che non l’abbia pubblicato come singolo anti-nucleare – che forse avrebbe aiutato la causa perché nell’impianto No Nukes la musica nuova scarseggiava – la dice lunga sul suo basso profilo del periodo.

Infine c’è un tema privato. La donna con cui stava, la fotografa Lynn Goldsmith, a suo modo di vedere lo stalkerizza. Le fa vietare il pass d’accesso ma lei furtivamente s’imbuca proprio la sera del 22. Nel film la vediamo apparire e scomparire nella prima fila del pubblico secondo il montaggio fra prima e seconda data. Quello che succede e di cui non c’è traccia in questa pubblicazione ufficiale è uno dei momenti più lugubri della carriera springsteeniana.

«Durante Rosalita», ha raccontato Dave Marsh, il biografo ufficiale del Boss, nel volume fotografico del 2006 Bruce Springsteen on Tour: 1968-2005, «Bruce chiede alla sicurezza d’intervenire. Loro non capiscono quale sia il problema. Così fa un balzo in mezzo al pubblico e trascina con lui sul palco una riluttante Goldsmith. “Vi presento la mia ex-ragazza”, esclama. Quindi la prende in braccio fino ad andar dietro le quinte e mollarla al roadie che la vide fuggire dal palazzo».

«Quel che per me è sicuro», prosegue Marsh, «è che, dopo averlo seguito dal vivo per più di tre decenni, non l’ho mai visto comportarsi in modo così maleducato o con tanta inutile belligeranza».

A fine ottobre di quest’anno, durante la promozione del libro Renegades: Born in the USA scritto a quattro mani con Barak Obama e di The Legendary 1979 No Nukes Concerts, Springsteen si è presentato al Late Show di Stephen Colbert. Era lampante che tenesse più al libro, che a suo modo celebra il suo impegno politico (nel frattempo di strada da quel punto di vista ne ha fatta parecchia), che alla riedizione dello show del 1979. Anzi, sembra che abbia portato l’immagine della copertina del live nello studio tv per far sapere quanto fosse incazzato per il fatto che Roy Bittan non vi compare per un errore di edizione sulla foto.

Altre notizie su:  Bruce Springsteen