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Quando Prince si mise alle spalle ‘Purple Rain’ ideando un mondo pop perfetto

Il 22 aprile 1985 usciva ‘Around the World in a Day’, l’album psichedelico (fino a un certo punto) del musicista che faceva ammenda del successo e del troppo sesso

Prince in concerto a Los Angeles nel 1985

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Parlando di Purple Rain in un’intervista per l’Entertainment Weekly rilasciata nel 1999, Prince si riferisce all’enorme riscontro ottenuto dal disco del 1984 come a qualcosa che ha avuto effetti più dannosi che positivi, un lavoro che ha cambiato la percezione popolare della sua figura, la quale, inevitabilmente, è stata incasellata entro le forme di successo di quell’album. «It pigeonholed me», sottolinea Prince, e chiunque conosca l’istinto e l’ardimento artistico di costui, anche al più superficiale dei livelli, saprà quanto la scelta di questa parola non possa che essere espressione di qualcosa di riprovevole.

In qualche modo l’effetto Purple Rain su Prince ricorda l’effetto Let’s Dance su Bowie. Dopo il tour dell’album con il maggiore successo commerciale della sua storia discografica, l’artista inglese avverte che la percezione della propria identità artistica si è completamente distorta negli occhi dei suoi nuovi fan. «A un certo punto ero sul palco e ho cominciato a pensare al fatto che tutta quella gente davanti a me non aveva idea di chi fossero i Velvet Underground», come a dire che quello, in qualche modo, era di certo il pubblico più vasto mai avuto di fronte a sé, ma non era più il suo pubblico. Mentre Bowie, incautamente (anche a suo dire) si affretta a fare uscire un disco come Tonight, decisamente lontano dall’idea di album di protesta che aveva vagheggiato dietro le quinte del lungo tour mondiale che portava in giro Let’s Dance, consacrandosi dunque a un nuovo lavoro commerciale ancorché non esattamente brillante, Prince si muove molto diversamente e fa tutto il contrario, cambiando nettamente la sua rotta.

Anzitutto, va detto, il tour di Purple Rain sarebbe potuto durare un anno, forse anche qualcosa di più, e invece per volere di Prince dura solo sei mesi: quando si ferma, l’onda viola del successo commerciale è ancora ai massimi livelli e la sua figura è ancora in cima. A trarne naturale giovamento, dunque, è il suo nuovo lavoro in studio, l’album che segna un cambio netto delle prospettive nonché una delle maggiori autoaffermazioni artistiche dell’intera storia della musica pop mondiale: Around the World in a Day. Il disco esce a sole due settimane dall’ultima data del tour di Purple Rain: esattamente 35 anni fa, il 22 aprile 1985, nonostante fosse già concluso e pronto alla vigilia del Natale 1984. Prince ha iniziato a lavorarci in brevi sessioni sparse prima dell’uscita di Purple Rain, la sua mente musicale incredibilmente prolifica e felicemente tentacolare lo porta a mettere le mani segretamente a un progetto nuovo tutto suo, senza coinvolgere la band – i Revolution – né tantomeno la sua casa discografica.

Anche al momento dell’uscita l’album si presenta sul mercato senza singoli ad annunciarlo, una cosa veramente bizzarra se ci fermiamo a pensare cos’era Prince in quel momento nel panorama musicale, ma anche molto azzeccata e forse possibile proprio per via di quel raggiunto strasuccesso di pubblico. Sulla copertina (che nel vinile fa della prima e della quarta un unico grande dipinto) ci sono i Revolution immersi in un paesaggio edenico, dove il pop domina l’immaginario, i colori sono pieni e vivaci, il cielo si specchia in una piscina o forse, a voler sposare la tesi del trip lisergico, è la piscina a specchiarsi nel cielo; sembra una festa, un momento collettivo a base di ozio dove quello alla psichedelia è un riferimento rafforzato da font delle scritte e tratti espressivi dei volti dei protagonisti. Il colpo d’occhio che spesso riconduce la cover di ATWIAD a un universo sgtpepperizzato mentre comunque in realtà, semmai, il riferimento da citare sarebbe Their Satanic Majesties Request dei Rolling Stones, fa sì che per molta storia della vulgata-Prince quest’immagine sia sufficiente a rubricare il disco come quello della svolta psichedelica, cosa che, a ben vedere, però, non c’è davvero.

Certo, la title track che apre ATWIAD porta in scena sonorità neo psych, un universo di tamburi, oud, durbaka, un violoncello, il flauto e un evidente tiro mediorientale, la voce entra in gioco pronunciando quell’“open your heart, open your mind” pronto a ingannarli tutti. Non fa il verso a nessuno Prince, mai, e anche qui non è certo questa l’intenzione, non ci sono mondi di riferimento né con gli inviti della prima traccia (“Around the world in a day / all the little babies / sing around the world”), né con il secondo brano, Paisley Park, dove infatti, anziché riferirsi a mondi altri, a universi fittizi e già immaginati in qualche Woodstock o Valhalla lontana lontana nel tempo, Prince scrive e suona di un mondo suo, che lui e soltanto lui ha immaginato: è il mondo della ragazza in altalena, il mondo dei capelli colorati, il mondo dei visi perfetti per essere lì, un mondo da cui non si viene cacciati perché il contratto è un “lifetime lease”, dura cioè per tutta la vita.

Paisley Park, che dì lì a poco, nel 1987, diventerà anche il nome della Graceland di Prince – oggi in gestione a Joel Weinshanker che, incredibile ma vero, è proprio lo stesso uomo che gestisce la grande tenuta di Elvis a Memphis –, qui è ancora un mondo che sta nel cuore di chi vuole abitarlo, un’isola che non c’è sulla carta geografica, ma, se vogliamo, dentro di noi sì: “Paisley Park is in your heart”, ci canta lui, quando ancora non ha investito su tutto quel terreno edificabile, ma ha comunque appena fondato la Paisley Park Records, la sua prima casa discografica legata a Warner Bros. Se ATWIAD è dunque il primo album a uscire con questa nuova label di proprietà, Paisley Park, il secondo singolo dopo l’iper pop irresistibile di Raspberry Beret, di quest’album è il manifesto di cui troviamo pure la matrice, l’origine, per nulla nascosta nel terzo singolo estratto, la straordinaria Pop Life.

Prince ha sperimentato cosa significa essere al top, lo ha fatto con il planetario successo di Purple Rain, ma dalla cima ha deciso di provare a scendere improvvisamente e prima del previsto perché i forsennati ritmi dello showbiz del pop non lo soddisfano appieno, non riempiono il vuoto, come invece fa e sempre per lui farà la musica. Pop Life potrebbe essere dunque la definizione della vita di Prince, una specie di elegia della vita funky, riempita dal successo e dagli edonismi, dalla stessa festa perpetua che si consuma a bordo vasca in copertina, e invece no, è piuttosto una critica molto ironica – come Prince sa fare – e piena di diffidenza nei confronti del mondo a cui si appena e ovviamente solo molto parzialmente sottratto: “What u putting in your nose? / Is that where all your money goes? The river of addiction flows/ u think it’s hot, / but there won’t be no water / when the fire blows”. Ecco che allora Paisley Park è il luogo interiore della rinascita, ci puoi trovare il perdono verso chi ti ha ferito o la fuga istantanea dal mondo di un successo ai vertici che non basta a sé stesso.

Accanto a una ballad jazz sperimentale e struggente come Condition of the Heart (con ogni probabilità composta per Susannah Melvoin, sorella di Wendy dei Revolution, con cui Prince aveva appena iniziato una storia) in un brano come America troviamo il contraltare made in Minneapolis di Born in the USA di Bruce Springsteen che era uscita nell’ottobre dell’84 e sarebbe confluita nell’omonimo album di un paio di mesi successivo ad ATWIAD: anche qui Prince gioca con l’ironia, mostrandosi come un patriottico anticomunista di primo livello per rivelarci in realtà contraddizioni, orrori ed errori del sistema reaganiano.

Fiore all’occhiello segreto dell’album è The Ladder, firmata con il padre John L. Nelson coinvolto anche nella scrittura della title track. “Abbiamo le stesse mani. Abbiamo gli stessi sogni. Scriviamo gli stessi testi, a volte, anche se accidentalmente”, disse Prince in merito alla relazione con il padre, ben più articolata, dunque, di come appariva nella pellicola Purple Rain. The Ladder è una canzone dall’intreccio melodico profondamente lennoniano che si confronta con una matrice black fortissima sia nel sound che nella vicenda narrata, vicenda che vede al centro una serie di riflessioni a proposito della relazione umana con la spiritualità (ma anche con il potere e con il continuo confronto tra privato e sociale). La dimensione della spiritualità si allarga e prende spazio nell’album anche negli oltre otto minuti di durata della traccia che segue, cioè Temptation, ultimo brano di ATWIAD. Siamo di fronte a quello che risulta come un mix di preghiera, canzone, improvvisazione jazz: “sesso, tentazione, lussuria”, ci chiarisce immediatamente Prince nell’incipit, come a introdurci l’arriva di quel momento visto che fare i conti col dopo Purple Rain significa anche fare i conti con gli eccessi di quello stile di vita di cui parlavamo quassù.

E allora Prince, re del pop erotico in ogni sfera celeste possibile, lancia uno statement imprevisto a fine brano, “I’m sorry, I’ll be good / this time I promise / love is more important than sex / now I understand. I have to go now / I don’t know when I’ll return. Goodbye”: adesso lo sa, ha capito, lo dice come in un mea culpa, una richiesta di perdono che però in realtà è solo un altro momento di ironia neppure troppo celato. La condanna divina che nel dialogo tuona dall’alto e la minuziosa descrizione dei desideri erotici allusiva quando non esplicitissima lasciano spazio a questo Prince che chiude in bellezza, salutando il pubblico in modo tanto regale quanto sussurrato, pronto a tornare quando non si sa, ma, intuiamo, non esattamente in aria di castità come vorrebbe farci credere nell’atmosfera sospesa di sax che seguono orgasmi di chitarra elettrica.

Intanto, complice quell’onda viola ancora in piena, Around the World in a Day nell’estate dell’85 ha giù venduto due milioni di copie solo negli Stati Uniti, davvero oltre ogni immaginazione, raggiungendo numeri di molto maggiori rispetto al riconoscimento artistico che la storia di fan e critica tributerà a questo disco così magico, stratificato e ricco da risultare ancora oggi, alle orecchie di tanti, una prova sfuggente dopo un grande successo.

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