Kurt Cobain con i Nirvana allo Zenit di Parigi nel 1992. Foto Gie Knaeps/Getty Images

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Quando ‘Nevermind’ cambiò tutto

In un estratto dal suo nuovo libro, ‘Serving the Servant. Ricordando Kurt Cobain,’ il manager dei Nirvana Danny Goldberg ricorda il momento in cui la band venne investita un successo stratosferico, e la complessa reazione del cantante alla fama improvvisa

Quando Danny Goldberg iniziò come manager dei Nirvana, nel 1991, la band era soltanto una promettente realtà della scena underground di Seattle. Ma, come raccontato nel memoir di Goldberg dal titolo Serving the Servants. Ricordando Kurt Cobain (HarperCollins, in libreria dal 4 aprile), le cose sarebbero presto cambiate radicalmente. Il libro è un affascinante ritratto della vita, della musica e dei processi più intimi di Kurt Cobain, morto esattamente 25 anni fa, che una volta definì Goldberg il suo “secondo padre”. In questo capitolo dal libro, Goldberg ricorda in vivido dettaglio i mesi e i giorni che portarono a Nevermind, e le complesse emozioni che il suo incredibile successo mondiale provocò in Cobain.

 

Alcuni, nella scena musicale di Seattle, si erano già fatti un’idea di ciò che stava per accadere. Jennie Boddy ricorda il momento in cui lei e Susie Tennant sentirono per la prima volta i Nirvana suonare i brani che sarebbero poi finiti su Nevermind in un locale chiamato Ok Hotel. «Hanno suonato “Teen Spirit” e “Lithium”, e noi siamo rimaste a bocca aperta. Susie non riusciva a capacitarsi di quanto fossero bravi. Perfino i tipi che pogavano sotto il palco riuscivano a rendersi conto di quanto spaccassero.»

Un mese dopo li rivide all’Off Ramp. «Grohl era diventato il loro batterista da poco, e sentire i nuovi brani suonati da lui era ancora più bello. Dopo il concerto, verso le due di notte, hanno chiuso il locale, ma dopo la pulizia siamo rientrate e loro hanno suonato per altre due ore. Kurt era felicissimo.»

A gennaio, mentre Nevermind era al vertice della classifica Billboard, il New York Times chiese al presidente della Geffen, Eddie Rosenblatt, di descrivere la strategia commerciale della casa discografica. Lui si limitò a rispondere: «Era uno di quei dischi alla “togliti di mezzo e schivalo”». “Smells Like Teen Spirit” aveva senza dubbio qualcosa di magico che aveva reso il lavoro facile per tutti, e la canzone sarebbe stata un successo a prescindere da chi l’avesse prodotta. Ma la band e la Dgc avevano impiegato molto tempo e molte energie per lanciare la carriera mainstream dei Nirvana nel migliore dei modi.

In termini di marketing, la band voleva mantenere la sua credibilità con i vecchi fan, ma allo stesso tempo conquistarne di nuovi. Molte delle incomprensioni fra gli artisti e il mondo dei media e delle etichette erano dovute all’atteggiamento quasi tribale del pubblico rock: amare un artista che ascolti tu e altri quattro amici è un conto, ma quando questo artista diventa famoso e i ragazzini che odi iniziano a canticchiare le sue canzoni le cose cambiano. A livello personale e artistico, Kurt voleva essere accettato da tutte le sfaccettature del suo adolescente interiore. Si identificava profondamente con gli emarginati che si rifugiavano in qualche piccola sottocultura, ma allo stesso tempo apprezzava la gioia di entrare in sintonia con un pubblico più vasto, grazie a un ritornello trascinante o un bel riffone.

All’epoca, la radio era lo strumento di marketing principale per i musicisti: è sempre meglio ascoltare la musica in prima persona che leggere ciò che altri ne hanno scritto. Molte delle stazioni universitarie legate al Cmj furono tra le prime a supportare i Nirvana e a passare “Sliver” e le canzoni di Bleach. Per i Nirvana, i rapporti con questi giovani Dj universitari furono un elemento cruciale per non perdere il supporto dei fan della prima ora. I promoter della Dgc sapevano benissimo che il lancio di Nevermind sarebbe dovuto partire dalle radio universitarie. Non c’era bisogno che glielo dicesse la band.

Per esempio, i ragazzi del pep rally nel video di “Smells Like Teen Spirit” – tutti volontari – erano stati reclutati tramite una di queste stazioni, la Kxlu, una piccola radio finanziata dagli ascoltatori e senza pubblicità che faceva capo alla Loyola Marymount University. La sede era vicina all’aeroporto di Los Angeles. La Kxlu era talmente di nicchia che ogni volta che la ascoltavo mi sembrava di far parte di un club segreto. Trasmettevano brani indie rock che in quel periodo, nel Sud della California, non potevi ascoltare da nessun’altra parte. Per dimostrare di non aver dimenticato le loro origini, i Nirvana scelsero di far visita agli studi della Kxlu, che avrebbe iniziato a trasmettere “Smells Like Teen Spirit” un giorno prima rispetto alle altre radio.

Kurt raggiunse la sede in macchina con il giovane promoter John Rosenfelder, detto Rosie, mentre Krist e Dave arrivarono con Sharona White, un’assistente del settore promozione. I ragazzi «ridevano, scherzavano e si lanciavano del cibo addosso da una macchina all’altra, sulla 405» ricorda lei.

Quel giorno fecero la loro prima intervista in diretta per Nevermind e invitarono gli ascoltatori a partecipare alle riprese del video di “Smells Like Teen Spirit”, previste per il giorno successivo.

Ma per quanto fosse importante non perdere i fan indie, una delle ragioni principali per cui i Nirvana erano passati a una major erano le radio commerciali. Qui si parlava di format ben precisi, ideati per attirare specifiche fasce demografiche da offrire agli inserzionisti. Le stazioni pop (o “Top 40”) erano dedicate soprattutto ai preadolescenti ed erano pensate per un pubblico per lo più femminile, mentre i format “rock” interessavano di più agli adolescenti e agli universitari – e in questo caso l’audience era principalmente maschile. C’era addirittura una nicchia di programmatori e consulenti informatici che sostenevano di aver capito quale combinazione di brani, trasmessi in un dato momento, avrebbe prodotto i migliori indici d’ascolto in base all’area geografica.

Spesso le major finivano per essere vincolate alle decisioni delle grandi emittenti. Non importava la spavalderia dei promoter: quando un’etichetta si rapportava con una grande emittente finiva sempre per mettersi a implorare. E l’emittente, a sua volta, era in balia del suo pubblico. Persino i più colti tra i programmatori radiofonici dovevano prestare attenzione agli indici d’ascolto: bastavano due o tre valutazioni trimestrali negative di fila per doversi cercare un altro lavoro. Gli inserzionisti pagavano tariffe basate su queste valutazioni, e le stazioni che di solito ottenevano i risultati migliori non volevano trasmettere canzoni che potessero indurre il pubblico a cambiare frequenza. Le persone che tenevano la radio in sottofondo, e non conoscevano nemmeno i nomi degli artisti che stavano ascoltando, erano preziose per gli inserzionisti quanto i più appassionati tra i fan. Agli artisti, e a noi che li rappresentavamo, spesso sembrava che gli ascoltatori più disinteressati avessero un potere decisionale maggiore.

L’influenza degli indici d’ascolto è stata la ragione principale per cui le migliori stazioni rock del paese si sono concentrate su gruppi pop melodici, le cosiddette hair band come i Poison e gli Skid Row, la cui popolarità è stata ulteriormente accresciuta da Mtv. Gli stessi responsabili della programmazione del canale venivano dalle radio commerciali e ne erano stati influenzati, anche se alcuni di loro avevano capito di potersi permettere una playlist più ampia e diversificata: a differenza delle stazioni radio, loro non avevano praticamente concorrenza.

In altri contesti più grandi, alcune stazioni rock avevano l’obiettivo principale di contendersi la fascia di pubblico tra i diciotto e i trentacinque anni, e solo una manciata di esse era dedicata all’heavy metal con pezzi di artisti come Ozzy Osbourne e i Pantera. I Guns N’ Roses erano diventati la più grande rock band d’America, dominando le stazioni commerciali rock e metal nello stesso momento in cui le stazioni pop passavano “Sweet Child o’ Mine”.

Nonostante Rosie avesse fatto di tutto per non perdere il pubblico punk, il suo scopo era anche quello di convincere le radio commerciali che i Nirvana appartenevano all’esclusiva categoria dell’ “alternative metal” – la stessa dei Jane’s Addiction e dei Faith No More. Nella loro battaglia per un pubblico più ampio, ai ragazzi non importava di essere stati catalogati in questo modo, ma Kurt cercava di essere cauto e di non concedere troppe interviste a queste stazioni: c’è una bella differenza tra l’essere trasmesso da una radio metal e dare a tutti l’idea che le stai leccando il culo.

Un paio di mesi prima che Nevermind uscisse, Kates era andato a una partita dei Dodgers con Silva, e in auto il mio socio gli aveva fatto sentire il mix di Nevermind di Andy Wallace. «Pestava parecchio. Mi sono reso conto che se lo avessimo trasmesso su Knac [una stazione di Los Angeles specializzata in heavy metal], magari sarebbe diventato disco d’oro»: negli anni Novanta, questo significava vendere cinquecentomila copie negli Stati Uniti. Rosie ricorda ancora quando «Gersh ha fatto ascoltare Nevermind allo staff della Dgc: lo ha sparato a tutto volume»: un altro modo per far capire ai promoter che il disco andava pubblicizzato sulle radio metal così come su quelle indipendenti e universitarie.

Erano i primi indizi che per la casa discografica i Nirvana potevano avere molto più successo dei Sonic Youth. E questo, oltre alle implicazioni commerciali, lasciava intuire anche che Nevermind avrebbe potuto creare un singolare punto d’incontro fra culture musicali differenti: i fan del metal e quelli del punk, che notoriamente non si sopportavano.

Inizialmente la categoria musicale più adatta ai Nirvana era il “rock alternativo” (a volte chiamato “modern rock”). Stazioni come Kroq, a Los Angeles, evitavano le band metal e hair come la peste e trasmettevano solo le canzoni più commerciali sentite sulle radio universitarie. Nel Sud della California, Kroq aveva un notevole seguito di ascoltatori interessati a gruppi come i Depeche Mode, gli Smiths e i Cure, che non venivano passati dalle stazioni rock mainstream.

Non sorprende che il giorno dopo la première di Kxlu, “Smells Like Teen Spirit” sia stata mandata in onda da quasi tutte le stazioni Cmj del paese, ma la cosa straordinaria è che il brano venne trasmesso anche dalle radio commerciali di rock alternativo più ascoltate, a cominciare da Wfnx a Boston – città natale di Kates – seguita a ruota da Kroq a Los Angeles e 91x a San Diego. Per quanto Kurt, Krist e Dave mantenessero una sarcastica distanza dai clamori del music business, erano intimamente eccitati all’idea che la loro musica fosse trasmessa dalle grandi radio alt rock, perché loro e i loro amici le ascoltavano spesso.

La settimana dopo, Silva e io partecipammo a una riunione d’affari alla Dgc. Kates non stava più nella pelle. Solitamente, dopo aver aggiunto un brano in scaletta, le stazioni commerciali programmavano un paio di passaggi a sera, aspettavano un riscontro e solo dopo diverse settimane valutavano se mandarlo in onda più spesso. Per “Smells Like Teen Spirit” i telefoni non la smettevano più di squillare: un sacco di gente chiamava per richiedere il pezzo. Il riscontro fu così positivo che nel giro di pochi giorni molte delle radio più importanti iniziarono a passarla in heavy rotation. Numerosi negozi indipendenti avevano comunicato a Farrell che i fan avevano già prenotato l’album, che non sarebbe stato disponibile ancora per alcune settimane. Ai tempi prenotare un disco era un evento estremamente raro, specialmente per un gruppo che come i Nirvana aveva alle spalle solo un album indie. Da quando aveva iniziato a lavorare alla Dgc, Kates si era sempre chiesto se sarebbe mai stato in grado di gestire dischi come quelli dei Cure o dei Depeche Mode: ora, all’improvviso, ne aveva uno che sembrava poter vendere addirittura di più.

Krist ricorda con orgoglio che per il lancio di Nevermind ci fu pochissima pubblicità. «Più avanti, quando Internet si è diffuso, la gente ha iniziato a parlare della differenza tra la musica “pompata” dalla pubblicità e quella che è diventata famosa grazie al passaparola. Noi apparteniamo alla seconda categoria.»

Una settimana dopo l’uscita del singolo, Silva ha ricevuto una telefonata dall’agente dei Sonic Youth, Bob Lawton, che la sera prima era stato a un concerto dei Guns N’Roses a New York. Prima dello show avevano passato “Smells Like Teen Spirit” e all’intro la gente si era messa a esultare. Eravamo al settimo cielo. New York non aveva una stazione radio di musica alternativa commerciale, quindi alcuni fan dovevano aver sentito la canzone su Wdre, un’emittente alternative rock di Long Island. Era sorprendente che in così poco tempo fosse diventata tanto famosa da essere riconosciuta in una situazione del genere: di certo, pensavamo, chiunque fosse un fan dei Guns N’ Roses non avrebbe mai potuto apprezzare i Nirvana.

Nonostante questi segnali promettenti, la maggior parte dello staff della Geffen vedeva ancora i Nirvana come uno di quei gruppi artistoidi che fanno parlare la stampa ma poi non vendono granché. Per convincerli del contrario, il team della Dgc ci chiese di organizzare un concerto al Roxy, uno storico locale rock sulla Sunset Strip, proprio di fronte agli uffici della casa discografica. Volevano che i dirigenti Geffen, che non conoscevano il mondo dell’alternative rock, vedessero i Nirvana dal vivo per fargli comprendere lo straordinario potenziale della band. Era metà agosto, poco dopo le riprese del video, e praticamente tutto lo staff dell’etichetta venne a sentirli.

Le persone della Geffen con cui ho parlato ricordano ancora quel concerto come il culmine delle loro carriere. I cinquecento posti del Roxy erano occupati: soprattutto professionisti, ma anche alcuni fan e qualche musicista (Rosie ricorda di aver visto il cantante della band metal Warrior Soul che pogava durante “Breed”). I Nirvana erano giovani, solidi e potenti. Come sempre, dopo il concerto, Kurt non era soddisfatto, e si lamentava perché aveva rotto una corda della chitarra. Gli diedi la risposta standard che un professionista come me dà sempre a un artista, dicendogli che era stato grandioso. Ma ero assolutamente sincero.

Mentre attraversavo Sunset Boulevard con alcuni dirigenti dell’etichetta, Robin Sloane esclamò: «Mi sento come se avessi appena visto gli Who a Londra nel 1964». Robert Smith mi rivolse un’occhiata pensierosa: «Sto riflettendo che potrebbero effettivamente essere da disco d’oro».

Era importante che la band si trovasse a Seattle il giorno dell’uscita dell’album. Rosie rimase sorpreso dal modo in cui i ragazzi si dimostrarono all’altezza della situazione. «Quella settimana ero a Seattle e sono andato con Susie Tennant alla Kcmu e alla Kisw. La band è stata molto professionale durante le interviste, sono arrivati in orario e sono stati ironici e divertenti.» Il giorno della pubblicazione andarono da Peaches, un negozio di dischi di Seattle, e a una festa organizzata per l’uscita dell’album. Poco prima, per staccare un po’ dagli impegni promozionali, erano andati a casa di Tennant, che era anche il suo ufficio. «Avevo un soggiorno molto grande, e c’era una marea di cd della Geffen. Li hanno tirati fuori e li hanno sistemati come fossero tessere del domino. Poi Dave e Kurt hanno indossato i miei vestiti, si sono messi a correre verso i cd e ci si sono tuffati sopra» ricorda. E visto che il primo successo della Dgc era stato l’album pop di due fratelli adolescenti, i Nelson, Kurt prese uno dei rossetti di Tennant e imbrattò completamente il loro disco d’oro.

Al negozio, dove la coda arrivava fino in strada, i Nirvana suonarono dal vivo. «È stato divertentissimo» ricorda Tennant. «Quasi tutti, fra il pubblico, non avevano mai ascoltato le nuove canzoni». Quel giorno Kurt aveva anche un altro obiettivo: «Voleva farsi portare una fanzine delle Riot Grrrl per convincere i ragazzi del negozio a venderla», racconta Tennant con ammirazione. «Doveva essere il giorno dei Nirvana e Kurt pensava ai suoi vecchi amici.»

Jennie Boddy ricorda che, guardando fuori dalla vetrina, Kurt vide Bruce Pavitt seduto sul marciapiede con la testa tra le mani, in attesa di un taxi. «È arrivato papà uccello!» gli urlò, con un tono affettuoso e al tempo stesso amareggiato. «Mi spiace, ma adesso noi dobbiamo volare fuori dal nido!»

Subito dopo l’uscita di Nevermind sembrava che ai Nirvana ogni cosa fosse concessa: tutto andava liscio anche quando facevano qualche cazzata. In un modo o nell’altro riuscirono a cavarsela anche quando diedero fuoco a un divano nei camerini di un club di Pittsburgh. Allo stesso tempo, come ricorda Rosie, «Kurt dava la sensazione di analizzare lucidamente ogni cosa che succedeva, come se avesse passato anni a creare la sua immagine di rockstar di successo. Lui, Krist e Dave sembravano divertirsi molto insieme, ma quando arrivava il momento di prendere una decisione, come scegliere se il tono di un’intervista doveva essere allegro o serio, era Kurt a stabilire la linea. Se c’era una battaglia di cibo, era lui a tirare il primo pezzo di pizza». (Parecchie persone con cui ho parlato mi hanno riferito di queste lotte col cibo, ma in mia presenza non lo hanno mai fatto. Avere diciassette anni più di Kurt aveva sia lati positivi sia negativi.)

Intanto, qualche settimana prima dell’uscita dell’album, Axl Rose si era messo a parlare bene dei Nirvana, anche se non li aveva mai incontrati (è ironico, se si pensa che di lì a poco lui e Kurt avrebbero iniziato a detestarsi): nel video di “Don’t Cry”, tra l’altro, lo si vede chiaramente con un cappellino dei Nirvana. Altrettanto utile, e altrettanto inaspettata, fu la pubblicità del leggendario batterista dei Vanilla Fudge, Carmine Appice, un’icona nel mondo metal. La sua nuova band, i Blue Murder, era stata messa sotto contratto dalla Geffen e Appice rimase così colpito dalla sua copia promozionale di Nevermind che elogiò Dave Grohl in una rubrica sulla batteria che teneva per Circus.

Verso la fine di quell’autunno, Knac, la stazione metal di Los Angeles, aveva sette tracce del disco in rotazione. Rosie ricorda che «all’inizio il direttore della programmazione di Z-Rock, un’emittente metal a diffusione nazionale con sede a Dallas, temeva che i fan rockettari che amavano i Van Halen non avrebbero apprezzato i Nirvana». Ma alla fine “Smells Like Teen Spirit” è diventato il brano più trasmesso nella storia di Z-Rock.

Anche se all’epoca aveva solo vent’anni, Rosie aveva un mentalità un po’ old school in fatto di promozione e non sempre era sulla stessa lunghezza d’onda della band. Una parte di Kurt adorava che i metallari “scapocciassero” sui suoi riff. Era orgoglioso di saper fare rock. Un’altra parte, però, sapeva che i metallari erano prevalentemente maschi e che generalmente non condividevano le sue posizioni sul femminismo e sui diritti gay, e questo suscitava in lui sentimenti contrastanti riguardo alla decisione dell’etichetta di spingere i Nirvana sul mercato metal. Un giorno, mentre i Nirvana si trovavano negli uffici della Geffen, Rosie prese Kurt alla sprovvista passandogli al telefono il direttore della sezione metal di Cmj. «Kurt è ammutolito e Silva ha detto che gli stavo forzando la mano» ricorda. Da quel momento Rosie è stato tenuto lontano da Kurt per un po’.

Ogni anno qualche gruppo rock riusciva a far trasmettere un suo pezzo sia sulle radio pop sia su quelle rock: solitamente si trattava di ballate orecchiabili come “Every Rose Has Its Thorn” dei Poison. Quando io, Gersh e Silva iniziammo a pensare a un brano di Nevermind che potesse funzionare anche sulle stazioni pop, arrivammo alla conclusione che la scelta migliore fosse “Come as You Are”, che non era troppo rumorosa e aveva degli aspetti melodici. Ma il riscontro a “Smells Like Teen Spirit” superò rapidamente le nostre più rosee aspettative. È una delle regole del music business: se sai che qualcosa piace alla gente raddoppia la posta in gioco.

Chiesi al tizio della Geffen che si occupava della promozione per la musica pop se fosse il caso di proporre il pezzo ad alcune coraggiose stazioni di quel genere. Lui mi ha ricordato con indulgenza che le radio pop mandavano dischi ballabili come quelli di Paula Abdul e scartavano qualsiasi cosa comprendesse una chitarra distorta: non riuscii nemmeno a convincerlo a contattare le stazioni “Top 40” di Seattle. Il problema è stato risolto poco dopo da Leslie Fram, che faceva il direttore musicale per Power 99, una stazione pop di Atlanta. Aveva notato che nei negozi locali le vendite dei dischi alternative rock stavano aumentando e voleva un brano da mandare in onda per vedere se il pubblico di Atlanta sarebbe stato favorevole. «Ero sbalordita quando ho sentito “Smells Like Teen Spirit”» ricorda Fram. La canzone andò così bene che lei e i suoi colleghi decisero di cambiare il format dell’intera radio, dandole un taglio più alternativo, e cambiarono il proprio nome in 99x. E visto che un responsabile della programmazione aveva detto che il pezzo era pop, al tizio della promozione non rimase altro che convertirsi. Anche il fatto che molte altre stazioni pop avessero copiato il palinsesto di 99x aiutava: “Smells Like Teen Spirit” era diventata un successo ed era salita al numero 6 nella classifica Billboard Hot 100.

Il debutto nelle radio pop fece entrare i Nirvana in una categoria a sé stante. La loro musica piaceva agli appassionati di punk, di alternative commerciale, di metal, di mainstream rock e di pop. Era ciò che Kurt desiderava da sempre: le liste dei suoi album preferiti includevano regolarmente gruppi come Abba e Black Sabbath accanto a gente come R.E.M. e Black Flag.

Mtv stava influenzando pesantemente la cultura musicale americana, e alla fine del 1992 Kurt dichiarò a un giornalista argentino: «Negli Stati Uniti, Mtv è come Dio; è molto potente. Tutti la guardano e la ascoltano». Scott Litt, che ha prodotto i migliori album dei R.E.M. e che avrebbe lavorato con i Nirvana come ingegnere del suono in vari progetti, tra cui l’Mtv Unplugged, afferma: «Mtv era così potente che non potevi dirle di no. Era come le radio pop negli anni Cinquanta. Se non facevi come dicevano loro, buona fortuna».

Alla fine del 1989 Amy Finnerty aveva ottenuto un impiego presso Mtv, e poco dopo aveva conosciuto Janet Billig, che la portò al Pyramid Club nell’East Village per vedere i Nirvana. «È stato uno spettacolo incredibile» ricorda. «È iniziato molto dopo mezzanotte e non potevano esserci più di venti o trenta persone, ma alla fine Kurt ha sfasciato comunque la chitarra.» Dopo il concerto tornò all’appartamento di Janet. Con loro c’era anche la band, e Amy incontrò Kurt per la prima volta.

Alcuni mesi dopo, quando i Nirvana andarono a New York per incontrare i dirigenti della Columbia Records, lo vide nel backstage di un concerto e si presentò di nuovo. «Non posso credere che tu sappia chi sono, suono in una piccola e stupida band» le disse Kurt. Lui e Krist la presero in giro perché lavorava per l’“azienda” Mtv e per scherzo fecero finta di lanciarle addosso le loro birre.

Nell’estate del 1991, Amy Finnerty aveva ventidue anni ed era immersa nella stessa cultura punk anni Ottanta che aveva ispirato Kurt. Gli addetti alla programmazione di Mtv erano tutti più vecchi di almeno un decennio, e del punk non gliene fregava nulla. Con l’entusiasmo della giovinezza, Amy convinse i superiori a farla partecipare all’importante “riunione musicale” del lunedì, in cui si decideva quali video sarebbero stati mandati in onda e con quale frequenza. «Ero ancora in basso nella gerarchia, ma si sono resi conto che ero l’unica rappresentante della fascia d’età a cui loro puntavano. Gli altri erano lì da dieci anni e pensavano che i ragazzi volessero ascoltare artisti come Phil Collins» ricorda.

Chi sosteneva il rock “alternativo” nelle case discografiche ben presto si rese conto di avere un nuovo alleato a Mtv. Alla fine dell’estate, Mark Kates chiese a Finnerty di incontrarsi al party organizzato dalla Geffen agli studi Electric Lady di New York, per la presentazione del nuovo album dei Guns N’ Roses, promettendole che le avrebbe dato in anteprima una cassetta di Nevermind. «Non avevo nulla contro i Guns N’ Roses, ma era un doppio album e la festa è andata avanti per un sacco di tempo. Io non vedevo l’ora che finisse, pensavo solo a quella cassetta. L’ho ascoltata sul walkman mentre tornavo a casa, e ho capito subito che avrebbe spaccato.»

Di solito le proposte per i video musicali arrivavano il venerdì, per dare tempo a chi se ne occupava di pensarci durante il fine settimana. Quando le consegnarono il video di “Smells Like Teen Spirit”, Finnerty era in ufficio con gli Smashing Pumpkins, che la sera prima avevano dormito nel suo appartamento. «Abbiamo visto quanto era fantastico» ricorda, e prosegue raccontando che mentre portava Billy Corgan e gli altri Pumpkins a incontrare alcuni dirigenti di Mtv, in ogni ufficio tutti guardavano il video di «quest’altra band niente male». Alla fine della giornata «nei corridoi l’eccitazione era palpabile, e un mucchio di gente che non conoscevo veniva nel mio ufficio per vedere il video».

Prima della riunione del lunedì, Finnerty partecipò a un incontro privato con il suo capo, Abbey Konowitch, e sostenne la necessità di metterlo subito in rotazione. «Ho detto che se avessi avuto torto e il disco non avesse avuto successo, avrebbero potuto buttarmi fuori dalla riunione. Ho messo in gioco il mio posto di lavoro.» Konowitch apprezzò il suo entusiasmo, ma fece presente che quella settimana nell’heavy rotation c’era spazio per un solo altro video. Sfortunatamente, era appena arrivato quello dei Guns N’ Roses, che aveva la priorità perché la band era una delle preferite degli spettatori. Le promise comunque che avrebbe inserito i Nirvana la settimana seguente.

Il 29 settembre, pochi giorni dopo la pubblicazione di Nevermind, il video venne presentato in anteprima durante il programma di rock alternativo 120 Minutes, dopodiché passò alla rotazione “media” – esattamente com’era successo un anno prima con “Kool Thing” dei Sonic Youth, che però era stato eliminato dopo qualche settimana. Temendo che accadesse la stessa cosa, assillai la Geffen perché facesse pressione su Mtv: il video doveva andare in heavy rotation. Non sapevo che grazie a Amy era già stata presa una decisione in tal senso.

«Nel giro di poche settimane la mia vita è cambiata» ricorda lei. Scalò le gerarchie e rimase l’intermediario dei Nirvana per il resto della loro carriera. Mtv è stata fondamentale per rendere i Nirvana un fenomeno di massa, ma una volta raggiunta la celebrità la band è entrata a far parte di quel piccolo gruppo di artisti in grado di attrarre spettatori: si è creato un rapporto di reciproco sfruttamento. Kurt era infastidito dalle pressioni di Mtv, ma al tempo stesso detestava quando lo ignoravano. La guardava sempre e voleva che i Nirvana fossero trasmessi il più possibile, ma odiava la parte di sé a cui questo importava così tanto.

Kurt fece pressione per realizzare altri tre video di Nevermind, e quando Mtv voleva la band in uno dei suoi show rifiutava di rado. Un mese dopo la pubblicazione dell’album, durante un’apparizione al programma metal Headbangers Ball, decise di indossare un abito vintage da ballo giallo canarino. Quando il presentatore Riki Rachtman gliene chiese il motivo, rispose timidamente: «È un ballo, no?». Vent’anni dopo, in un’intervista per il sito di Mtv, Rachtman si è lamentato del fatto che per ottenere delle risposte da Kurt bisognava «tirargliele fuori con le pinze». Si comportava come se «non volesse essere lì» ha rimarcato. Ma quell’atteggiamento da punk imbronciato a un programma heavy metal era solo un modo per mettere bene le cose in chiaro: era deciso a far sapere ai vecchi e nuovi fan che detestava il machismo metallaro. Allo stesso tempo, però, non aveva nessuna intenzione di rinunciare alla possibilità che un programma metal passasse i suoi video. Due piccioni con una fava. Finnerty e i suoi superiori lo avevano capito, e non condividevano la stizza di Rachtman.

Quando Kates e Smith sognavano di avere per le mani un disco d’oro, pensavano di doverci faticare su per almeno un anno. Nonostante l’entusiasmo suscitato alla Geffen dopo il concerto al Roxy, la tiratura iniziale di Nevermind fu di circa cinquantamila copie – che sì, era più di quanto avesse venduto Bleach, ma lasciava anche intuire che nessuno si aspettava un exploit di quella portata. Le scorte iniziali, però, andarono quasi immediatamente in esaurimento, e si procedette a una massiccia ristampa.

Nevermind divenne ufficialmente disco d’oro (cinquecentomila copie vendute) il 12 ottobre, a soli diciotto giorni dall’uscita. Boddy ricorda: «A Seattle eravamo molto eccitati. Tutto ciò che succedeva di buono a Nevermind succedeva anche a noi. Pensavamo: “La nostra squadra ha vinto!”». Anche Kurt, Krist e Dave erano entusiasti, ma le cose stavano accadendo così in fretta da lasciarli confusi, come se non ci credessero quasi. Anzi: mi sembrava stessero facendo di tutto per ignorare quell’improvviso successo, per quanto possibile.

Personalmente, simili conflitti interiori non mi toccavano, al contrario: avevo perfino inventato una canzone che cantavo da solo in macchina: «Ho la più grande band, la più grande band della Terra». Jimmy Iovine, che l’anno precedente aveva cofondato la Interscope Records, era uno di coloro a cui in quel periodo volevo fare buona impressione. «Penso davvero che questi ragazzi diventeranno più famosi di qualsiasi artista con cui abbia mai lavorato» gli dissi un giorno al telefono. Lui rispose, incoraggiante: «Mi ricordano i Police». Non so come ebbi le palle di ribattere: «Penso che faranno anche meglio dei Police». Ero fuori controllo, ma per quanto fossi ottimista, Nevermind continuava a superare le mie aspettative.

Le radio commerciali e Mtv erano per la massa; la carta stampata era per i fan accaniti. Durante l’ultimo viaggio della band a New York prima dell’uscita di Nevermind Janet Billig portò Kurt al Madison Square Garden, a una festa gigantesca per l’anteprima del nuovo album dei Metallica. A Kurt i Metallica piacevano e si stava divertendo, ma al tempo stesso era preoccupato: voleva trovare un modo per evitare che la stampa massacrasse l’album. Con Billig usò la stessa strategia utilizzata con Thurston e Montgomery: le parlò di “About a Girl”. Aveva sempre scritto canzoni melodiche, e il fatto che avesse firmato per una major non voleva dire che fosse cambiato. Sapeva che Janet si teneva regolarmente in contatto con i giornalisti che si occupavano della sottocultura indipendente, ed era importante che parlasse bene della band. Janet ricorda: «Kurt leggeva tutto. Era sempre a cavallo tra l’indie e il mondo mainstream. Era bravissimo a barcamenarsi tra questi due universi».

In ogni caso, non c’era motivo di preoccuparsi. Quasi tutti i critici punk si resero conto che Nevermind conteneva e ampliava la loro visione del rock and roll: anzi, rappresentava il trionfo della cultura punk anni Ottanta. E al tempo stesso confermava definitivamente il valore della scena rock di Seattle. «Le recensioni furono tutte molto positive, anche su Maximum Rocknroll e Flipside» ricorda Boddy. «I giornalisti non pensavano che la band si fosse venduta. Nessuno lo pensava, credimi: nessuno. E te lo dico io che alla Sub Pop mi occupavo della stampa».

Nel frattempo io facevo il possibile sulla sponda mainstream. Ero amico di Bob Guccione Jr da quando aveva fondato Spin nel 1985. Era un uomo d’affari, e come me non aveva un legame emotivo col punk. Ma al tempo stesso pensava fosse stato un po’ trascurato, ed era convinto che i suoi lettori potessero esserne interessati. Quando pranzammo insieme alla fine dell’estate, mi disse che sulla copertina del numero di fine anno ci sarebbero stati i Soundgarden, che in quel momento erano il gruppo emergente più popolare di Seattle. Io ribattei spavaldo che entro dicembre i Nirvana avrebbero preso il loro posto. Evidentemente i ragazzi più giovani dello staff di Guccione erano d’accordo, perché Bob incaricò Lauren Spencer di scrivere quello che sarebbe diventato il primo articolo di copertina dedicato ai Nirvana su una rivista nazionale.

Alla fine di settembre, Kurt era consapevole che le cose stavano cambiando velocemente, e per Spin voleva un look diverso rispetto agli scatti promozionali realizzati per l’etichetta poche settimane prima. Il giorno precedente alla sessione fotografica la band visitò Wozq a Northampton e Kurt chiese a una ragazza che lavorava lì di tingergli i capelli di blu. Ed è così che è apparso sulla prima copertina nazionale dei Nirvana.

Secondo molti dei critici rock più vecchi, Nevermind rappresentava la rinascita del rock and roll americano. Ma non come una sorta di mero revival: era una musica che aveva dei significati. I R.E.M. erano stati l’ultima band a ottenere un successo di massa pur affrontando temi complessi, ma ormai erano in giro da quasi un decennio e il loro pubblico era composto per lo più da universitari o da adulti. I Guns N’ Roses avevano riportato un po’ di energia nella musica adolescenziale, ma mancavano di profondità. A molti critici di mezza età sembrava che il rock and roll si fosse trasformato in una versione più rumorosa del più vacuo pop da classifica, e all’uscita di Nevermind devono aver pensato che fosse accaduto l’impossibile: il vero rock era tornato. I giornalisti di solito sottovalutano gli artisti molto popolari, e solo una piccola parte del pubblico di massa legge le loro recensioni. Nevermind è uno dei pochissimi album ad avere ottenuto un enorme successo e a essersi piazzato al primo posto nel prestigioso sondaggio Pazz & Jop di Village Voice, che stila ogni anno le “Top Ten” di centinaia di critici rock americani.

Kurt continuava a dire a tutti che ai Nirvana bastava raggiungere il livello dei Pixies, ma io sono quasi certo che stesse mentendo: era solo il suo modo di reagire al successo. Una strategia lucida, studiata con la stessa intensità che metteva nelle prove della band. Nonostante la lotta con i suoi demoni interiori, nonostante fosse impreparato al successo e talvolta nauseato dalla notorietà, come artista Kurt era tutto fuorché impreparato. Era parecchi passi davanti a tutti.

E così, dopo essere stato in grado di trovare una via per scavalcare le categorizzazioni radiofoniche, Kurt cercò di andare oltre le etichette del giornalismo rock. «La gente pensa che io sia lunatico, ma non ha senso che esistano solo due tipologie di cantanti maschi» dichiarò. «O sei un visionario malinconico come Michael Stipe, o un metallaro festaiolo e decerebrato come Sammy Hagar.» Quando si rese conto che stava diventando famoso, Kurt decise di interpretare entrambi i ruoli.

Ora che per la prima volta avevano conquistato tutti i mercati musicali che contavano, Silva e i Nirvana stabilirono che sarebbe stato bello tornare a suonare in un piccolo club, scegliendo locali in cui erano già stati. Era una strategia per mantenere un profilo basso – in gergo, un underplay – e per rimanere in contatto con lo zoccolo duro dei fan. Vista l’inaspettata accoglienza di “Smells Like Teen Spirit”, i concerti andarono sold out immediatamente, anche se il tour sarebbe iniziato solo a metà settembre, una settimana prima dell’uscita di Nevermind. «Era una follia» ricorda Montgomery. «A ogni concerto c’erano più persone in coda fuori che all’interno». Coloro che sono riusciti a comprare i biglietti di quei primi spettacoli devono aver avuto la sensazione di far parte della storia del rock, anche perché nel frattempo l’album stava iniziando a scalare le classifiche. E spesso il pubblico andava fuori di testa. A St. Louis, la sicurezza dovette contenere con la forza alcuni ragazzi che avevano invaso il palco. Dopo aver cercato di calmare i buttafuori – cosa non semplice in tutto quel casino – Kurt interruppe lo spettacolo invitando un gruppo di spettatori a salire con loro, e Krist spiegò chiaramente che «l’anarchia funziona solo se tutti accettiamo le nostre responsabilità».

A Los Angeles, sede principale della Geffen e di tutte le testate più importanti, volevamo fare in modo che il pubblico fosse il più ampio possibile: in quel caso scegliere un piccolo locale non aveva senso. Il 27 ottobre, un mese dopo l’uscita di Nevermind, i Nirvana suonarono da headliner al Palace Theatre. Con i suoi duemiladuecento posti era la location più grande in cui avessero mai suonato, ma i biglietti andarono sold out molto rapidamente. Sul palco i ragazzi erano sempre magnifici, e lo furono anche quella sera. Finito lo spettacolo, Eddie Rosenblatt mi disse di essere venuto con Axl Rose e mi chiese se poteva portarlo nei camerini a salutare Kurt. Glielo riferii, ma Kurt con una smorfia mi rispose che no, non voleva assolutamente incontrarlo. Non volevo mettere in imbarazzo il presidente della Geffen, così suggerii a Kurt di lasciare il camerino con me, mentre io avrei dato a Rosenblatt un paio di pass: così l’incontro non ci sarebbe stato, ma non avremmo dato l’idea di voler evitare nessuno. Kurt fu d’accordo. Perciò uscii e consegnai i pass a Rosenblatt, chiedendogli di aspettare cinque minuti che i Nirvana “si cambiassero”, poi tornai dentro e me la svignai con Kurt da una porta sul retro. Rosenblatt non è mai tornato sull’argomento, quindi la farsa in un certo senso funzionò, ma credo che Rose ci sia rimasto male.

Kurt e io ce ne stavamo in disparte in un corridoio male illuminato dietro le quinte. Gli squali del music business ci passavano di fianco senza rendersi conto che quel ragazzo magrolino ancora tutto sudato era appena stato protagonista di una performance storica ed esaltante. Kurt ne approfittò per confidarmi le sue preoccupazioni: molti degli ultimi articoli sui Nirvana si concentravano sui suoi testi antimisogini, e aveva paura di essere considerato troppo serioso, privo di senso dell’umorismo. Anche se ammirava le band punk più politicizzate, come i Fugazi e i Dead Kennedys, gli sembrava comunque limitante.

Ho sempre odiato le conversazioni del genere: non c’è molto da fare quando un artista non è soddisfatto della rappresentazione che ne danno i media – a parte scegliere meglio con chi parlare. Partii con una generica tiritera sulla poca influenza che avevamo in simili situazioni. La risposta di Kurt mi è rimasta impressa: è stato solo in quel momento che ho davvero capito quale fosse il suo livello di consapevolezza. Mi rivolse lo stesso sguardo paziente che gli avevo già visto in ufficio e mi interruppe gentilmente: «Lo so, e ho cercato di capirne il motivo. Credo sia perché l’etichetta ha inserito dei contenuti politici nei press kit dei giornalisti».

Era un passo avanti anche nel mio campo. Dal momento che la “biografia ufficiale” era quanto di più vicino a una parodia, la Geffen aveva aggiunto al press kit alcuni articoli, parte dei quali parlava del testo di “Polly”. Che era una canzone contro lo stupro. Io non ci avevo pensato, e in quel momento mi sentii un idiota. «Vuoi che chieda all’etichetta di eliminare quegli articoli?» domandai.

Lui annuì con gratitudine: «Sì, sarebbe fantastico».

Sistemare quel problema non sarebbe stato difficile. Ma c’erano altre complicazioni all’orizzonte: da un paio di settimane Kurt aveva conosciuto una persona. E tutti, fino alla fine dei suoi giorni, avrebbero dovuto farci i conti.

 

Da Serving The Servants. Ricordando Kurt Cobain di Danny Goldberg (HarperCollins, 320 pagg.), in vendita dal 4 aprile.

© 2019 Daniel Goldberg
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