Dicono i madonnari più esperti di me che Madonna è una specie di Unità di crisi della Farnesina: interviene nelle situazioni d’emergenza per soccorrere i connazionali. I connazionali di Madonna sono una comunità larga e apolide che comprende soprattutto donne, gay, mostriciattoli pre-Gaga, non allineati da ballroom che ora sono proprietari di ex squat berlinesi diventati Airbnb milionari, aspiranti creativi costretti a lavorare sottopagati in startup con sede in quartieri gentrificati. Spero sia rimasto almeno qualche uomo etero, anche se per loro ormai è soprattutto “una vecchia che balla” (cit. Lo Stato Sociale), per quella solita storia del sessismo, dell’ageismo, del qualsiasicosismo che è dura a morire, soprattutto qui.
Il primo Confessions on a Dance Floor – era il 2005 – è stato forse la vera risposta politica cicconiana alla crisi post-11 settembre e seguiti bellici vari. La reazione più immediata e didascalica era stata, due anni prima, American Life, uno dei dischi di Madonna più sottovalutati di sempre (e uno dei dischi più sottovalutati di sempre in generale). Ma – questo era il quesito di allora – se ballare fosse più forte di un manifesto come “I’m just livin’ out the American Dream / And I just realized that nothin’ is what it seems”?
Madonna a suo tempo lo capì e lo dichiarò: «Quando ho scritto American Life ero molto turbata da ciò che stava accadendo nel mondo. Ero arrabbiata. Avevo bisogno di sfogarmi. Ho fatto molte dichiarazioni politiche. Ma ora sento che voglio solo divertirmi. Voglio ballare. Voglio sentirmi leggera. E voglio trasmettere agli altri la stessa sensazione. C’è troppa follia nel mondo, voglio che le persone siano felici».
Oggi i tempi non sono meno bui, anzi, solo che con un colpo di scroll possiamo levarci da davanti le nefandezze della geopolitica internazionale e concentrarci sulle ricette delle pizzette rosse romane. Confessions II, di cui sono appena state ufficialmente diffuse copertina, data d’uscita (3 luglio) e campagna pre-vendite, sarà la pista che diventa piattaforma per un nuovo programma politico? La risposta global alla nostra Silvia Salis che organizza rave in piazza? Chi lo sa.

Foto: Rafael Pavarotti
Di certo pare, intanto, un decisivo riposizionamento, come direbbero i comunicatori di oggi, per la regina del pop che s’è vista sottrarre a poco a poco il regno: ha indicato la strada, ha inventato il modo di essere una (la) popstar moderna, e s’è trovata costretta – per quella solita storia del sessismo, dell’ageismo, del qualsiasicosismo – a mettersi in un angolo a guardare tutte quelle venute dopo lei, celebrate più di lei perché più giovani e cool. È un po’ la regina madre che osservava il regno della figlia Elisabetta II buttando giù bicchierini di gin. Con la differenza che Madonna è salutista, quindi senza neanche quell’aiutino lì.
È un’operazione cominciata da un po’, forse sgorgata più naturalmente di quanto possa sembrare. In tempi in cui tutto è pianificato da social media manager, Madonna ha iniziato a usare i suoi profili digitali come una boomer che aveva appena scoperto i cuoricini (con grandi rimostranze anche da parte dei madonnari più affezionati – e ingrati). Poi il ritorno musicale via TikTok, remix con nomi (a me ignoti) che potevano generare un po’ di stream, la collaborazione con The Weeknd nella colonna sonora di The Idol, poche mosse non per forza giuste ma sempre divertenti, soprattutto divertite. Cos’aveva da dimostrare ancora Madonna? Per molti (eccomi) niente, per il mondo sempre qualcos’altro, qualcosa di più.
Ed ecco dunque, adesso, questo silenzioso comeback molto ben pianificato che, come presagivano le sempre informatissime pagine a lei dedicate, ha portato al sequel di uno dei suoi album più amati, qualcuno direbbe “iconici”. Prima l’annuncio della docuserie Netflix, poi La bambola dolcegabbanesca, quindi la partecipazione alla nuova stagione di The Studio con Seth Rogen, con tanto di giro in gondola per i canali veneziani come ai tempi di Like a Virgin.
È davvero una revergination, forse. Di sicuro una re-coolizzazione (scusate) che, pure qua, sembra del tutto spontanea: l’ultima diva, quella che non si muove una foglia senza che lei lo voglia (o almeno a questo ci aveva abituati nelle varie “ere”: le ha inventate lei, prima che arrivasse qualcuno a renderle un brand), non ha smesso di controllare tutto, ma ha capito che a volte serve la sorpresa, il disordine, lo sbagliato, pure l’inestetico.
Vedremo come sarà questo Confessions II. Se sarà davvero anticipato, come dicono i soliti esperti, da un singolo presentato al Coachella stanotte feat. Sabrina Carpenter (sempre a proposito di numeri e stream). Se sarà il veicolo per farle fare pace con le generazioni vecchie e nuove, ugualmente risentite nei confronti della signora anche se per motivi diversi, comunque stupidi. Se sarà il suo vero atto politico come vent’anni fa.
Le premesse ci sono tutte. Dopo Madame X, l’album (pure quello sottovalutatissimo) dell’etno-europeizzazione, del fado alla sua maniera, dell’indignazione contro l’Extreme Occident (era una delle canzoni migliori del disco) che lei stessa aveva contribuito a confezionare, forse serve più un festone dance di un comizio politico. Time doesn’t go by so slowly: balliamo sul mondo, vent’anni dopo più in crisi ancora.
















