Quando i R.E.M. hanno inventato gli anni ’90 | Rolling Stone Italia
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Quando i R.E.M. hanno inventato gli anni ’90

‘Out of Time’, l'album di 'Losing My Religion' e 'Shiny Happy People', usciva trent’anni fa cambiando la vita della band e aprendo un anno rivoluzionario per la musica e la cultura popolare

Michael Stipe (in primo piano), Bill Berry, Mike Mills, Peter Buck: i R.E.M.

Foto: Steve Rapport/Getty Images

Non eravamo preparati a Out of Time, il disco che i R.E.M. pubblicarono trent’anni fa. Pezzi come Losing My Religion, Half a World Away, Country Feedback e Near Wild Heaven erano fra i migliori mai scritti dalla band di Athens. Da quel momento, i R.E.M. non sono stati più gli stessi: hanno cambiato la loro storia e hanno presagito il corso del decennio che si era aperto. In buona sostanza, con quest’album hanno inventato gli anni ’90. Fu uno shock per una band di musicisti che fino a quel momento sembrava suonare senza troppa convinzione, come professionisti annoiati. «Posso suonare le cose vecchie anche dormendo», diceva Peter Buck. «Posso scrivere una Driver 8 al giorno, se voglio. Tutti lo possono fare».

Se i R.E.M. si fossero sciolti nel 1989 e non avessero fatto questo disco, oggi li considereremmo alla stregua degli Smiths o dei Pixies, una band che ha cambiato il mondo con un pugno di classici. E invece il meglio doveva ancora venire. Out of Time è il primo di quattro album grandiosi pubblicati nel corso del decennio, un poker di dischi superiore a tutto quello che avevano fatto negli anni ’80. Out of Time è anche il loro primo album arrivato al numero uno in classifica negli Stati Uniti, segno che i tempi stavano cambiando.

I R.E.M. sono diventati viaggiatori space folk, tipo, con Peter Buck al mandolino e Michael Stipe che cantava meditabondo Losing My Religion. Era un nuovo territorio emotivo per loro e lo affrontavano con le interpretazioni vocali più appassionate di sempre da parte di Stipe, che considerava il disco «una raccolta di canzoni d’amore». Come ha detto a Rolling Stone, «non ho mai scritto davvero canzoni d’amore, per lo meno non di quelle dirette. È stato un cambiamento importante».

Sono stati i R.E.M. a dare il via dal punto di vista musicale a un anno importantissimo per i ragazzi che proprio allora venivano battezzati generazione X, dal libro di Douglas Coupland. Nell’estate del 1991 non si parlava che di quel romanzo e intanto al cinema arrivava il film di Richard Linklater Slacker. Libro e film parlano di ragazzi fuori dal sistema, senza soldi, senza una carriera, senza alcun prestigio sociale. Sempre nel 1991 Perry Farrell organizzò il primo Lollapalooza con l’idea all’epoca matta di portare in giro un festival senza boomer, né metallari. L’industria discografica scoprì con grande sorpresa che esisteva un pubblico nuovo. Fu un anno spartiacque dal punto di vista della cultura popolare per una generazione che i media avevano già liquidato come ventenni privi di identità.

La musica, R.E.M. in testa, era al centro di questa rivoluzione. Negli anni ’80 i quattro avevano dato lezioni di indipendenza, spiegando com’era possibile fare arte senza conformarsi alle richieste altrui. Tutta una generazione di musicisti era cresciuta imparando dal loro esempio e s’apprestava ad oltrepassare la porta che i R.E.M. avevano spalancato. Nel 1991 i Nirvana pubblicarono Nevermind, i Pavement Perfect Sound Forever, le Bikini Kill Revolution Girl Style Now! . Era The Year Punk Broke, per citare il titolo di quel documentario.

«Non è un disco rock», diceva Michael Stipe a David Fricke di Rolling Stone a proposito di Out of Time. «Dopo il tour di Green i ragazzi erano stufi di suonare sempre gli stessi strumenti. E allora hanno cominciato a suonare quelli sbagliati». Come ha spiegato il bassista Mike Mills, «abbiamo scritto un sacco di pezzi in cui io sono all’organo, Bill al basso, Peter alla chitarra o al mandolino. Ecco perché suona diverso dagli altri nostri dischi». Lo stesso Mills è voce solista in due pezzi importanti, Near Wild Heaven e Texarkana.

Peter Buck era stato un tempo uno dei chitarristi più sgangherati della scena e orgoglioso d’esserlo. Aveva poi imparato a suonare, ma trovando la cosa noiosa aveva cominciato a strimpellare uno strumento che non sapeva davvero maneggiare, il mandolino. Ovviamente venne fuori un successo strepitoso: Losing My Religion era letteralmente ovunque, alla radio e su MTV.

Ad aiutarli c’erano amici come la cantante dei B-52s Kate Pierson, il sassofonista jazz di New Orleans Kidd Jordan, KRS-One dei Boogie Down Productions. E soprattutto il quinto membro della band Peter Holsapple, leggenda dell’indie pop e membro dei dBs, che aveva partecipato al tour di Green come secondo chitarrista e tastierista. Era stato durante quel giro di concerti che il gruppo aveva suonato per la prima volta Low e Belong. A Holsapple si devono nuove tessiture sonore. I pezzi sono pieni di dettagli originali, l’harpsichord di Mills in Half a World Away, la pedal steel di John Keane in Country Feedback, la melodica di Stipe in Endgame.

Out of Time è uno di quei classici come Blonde on Blonde di Bob Dylan, For the Roses di Joni Mitchell o Tunnel of Love di Bruce Springsteen in cui c’è solo un pezzo tremendo e in questo caso è posto in apertura. Radio Song era un lamento indirizzato alle radio, un atteggiamento che faceva molto anni ’80, in cui né il gruppo né KRS-One erano al top. Ma il resto di Out of Time non deludeva, mai.

Come tutti i dischi dei R.E.M., anzi di più, Out of Time ha fatto impazzire i fan nel tentativo di decifrare che diavolo cantasse Stipe. Ma come ha detto lui, «non analizzate i testi, esprimono stati d’animo e basta. Cantateli e inventateli, è quel che faccio io». Per lui Country Feedback era «la frase che chiude una brutta relazione». Low conteneva la confessione “Ho saltato le parti sull’amore, sembravano così superficiali”. Ma il dolore presente nella sua voce era lì, lo si sentiva, anche se non era facile capire le parole.

Ok, è venuto il momento di parlare dell’elefante nella stanza. Un elefante shiny e happy. Vado controcorrente, ma so di avere ragione: Shiny Happy People è una grande canzone. Non ha fatto incazzare nessuno finché non è stata trasmessa fino alla noia dalle radio. E però era divertente sentire Casey Kasem dire ad American Top 40 che «è un tributo alle persone che t’illuminano la giornata». E il video era uno spasso anche solo per la faccia funerea di Buck, caso più unico che raro di rockstar che sembra miserabile in un suo stesso video. E ci sta, il punto di Shiny Happy People è questo qui: non parla di gente solare, ma di bastardi scontrosi che s’avventurano fuori dalla loro comfort zone di negatività.

Kate Pierson non ci metteva solo la voce, sembrava quasi lo spirito guida della canzone in cui Michael Stipe faceva la parte di Fred Schneider dei B-52s. Come ha detto Stipe, «volevo che fosse un pezzo allegro, ma dell’allegria dei Monkees o dei Banana Split, un’allegria bubblegum. Quando abbiamo fatto il video Kate s’è tutta agghindata ed era superfantastica. Ci siamo dovuti adeguarci a lei. Sono andato a casa e ho preso tutti i miei vestiti giallo-verdi e la cosa è diventata ancora più sciocca».

La decisione di non portare Out of Time in tour è stata una delle migliori mai prese da R.E.M. Sono rimasti a Athens a scrivere il loro album migliore, Automatic for the People. E il 10 aprile hanno fatto un MTV Unplugged, il loro unico concerto dell’anno, un momento leggendario coi quattro e Holsapple più rilassati e in forma che mai. Suonarono versioni essenziali di Half a World Away, Low, Belong e Endgame, ma pure vecchi pezzi come Fall on Me e Perfect Circle. Grazie alla richiesta di MTV, fecero anche It’s the End of the World As We Know It (and I Feel Fine). Chiunque l’abbia visto si è trasformato istantaneamente in un fan dei R.E.M.

L’album si chiude con Me in Honey, una specie di sequel di Shiny Happy People, sempre con Kate Pierson. Stipe è innamorato di un tipo shiny happy, ma si sente brutto e cattivo, e teme di non poter essere all’altezza. Così cerca di mettere in guardia il suo amante, temendo che si faccia corrompere dalla sua cupezza: “Sembra un peccato che tu sprechi il tuo tempo con me!” (come cantava Peter Holsapple in un gran pezzo dei dBs, “posso capire perché vuoi un uomo migliore, ma perché vuoi che sia proprio io?”). Alla fine, però, il protagonista di Me in Honey scopre di avere un po’ di dolcezza, un po’ di miele dentro di sé.

Le voci di Stipe e Pierson si fondono sulla musica creata dalla formazione base dei R.E.M. – Bill alla batteria, Mike al basso, Buck alla chitarra – e il groove sembra andare avanti anche quando la musica finisce. E in un certo senso è così. Kurt Cobain ha ripreso il racconto un paio d’anni dopo in All Apologies, con un riff di chitarra simile e una storia d’amore non tanto diversa. Come molti fan dei R.E.M. all’epoca e oggi, Kurt si riconobbe nelle canzoni di Out of Time. È un album che ancora invita a vederti riflesso nella musica ed è per questo che suona così fresco e vitale.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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