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Quando gli Human League portarono il minimal synth in classifica

Quarant'anni fa usciva l’album ‘Dare’. Grazie a ‘Don’t You Want Me’ e alla sua storia simile a quella di ‘A Star Is Born’, i non-musicisti di Sheffield fecero il botto, anticipando alcune tendenze del pop

Gli Human League nel 1981. Da sinistra, Phil Oakey, Susan Ann Sulley, Joanne Catherall

Foto: Michael Putland/Getty Images

Rimanere duri e puri è uno dei grandi miti dell’underground, una tensione al rifiuto del compromesso che il più delle volte è pura utopia. Ne abbiamo conferma ripensando a Dare, storico album degli Human League datato ottobre 1981. Un disco che all’epoca forse era impensabile, considerato il curriculum “hardcore” della band.

Gli Human League nascono a Sheffield nel 1977 dai due programmatori Martyn Ware e Ian Craig Marsh che dopo aver creato i Future arruolano il cantante Phil Oakey, dall’aspetto irresistibile e dalla voce baritonale, e Philip Adrian Wright che si occuperà dell’aspetto visivo della band. Patiti dei Roxy Music e soprattutto di Brian Eno e della filosofia «tutti possono fare musica, basta avere un sintetizzatore», nelle prime prove discografiche sono devoti a un minimal synth marziale che non disdegna cantati melodici sempre sul filo del rasoio tra il pop e i fumi di una fabbrica del futuro. Capolavori in questo senso sono la delirante Empire State Human o l’epica Being Boiled contenuti nei loro primi dischi Reproduction e Travelogue. Testi ispirati a film di serie Z e letteratura fantascientifica, influenze dettate dai deliri Arancia meccanica di Kubrick (da cui il titolo di un EP strumentale e altamente sperimentale, The Dignity of Labour, che è una frase scritta sul muro davanti casa dei genitori dell’Alex del film), atteggiamento di chi non ha intenzione di cedere il fianco al nichilismo punk. Anzi, con un’altissima dose di autoironia, nel sangue della band scorre il desiderio di liberare la giovane classe operaia inglese da una condizione di perenne depressione.

Gli Human League si pongono sulla scena alzando la testa con orgoglio proletario verso la musica da ballo (non a caso rivendicheranno influenze disco rivolgendosi con queste parole al loro pubblico di new waver: «Noi siamo gli Human League e siamo più furbi di voi») e quindi lontani dall’atteggiamento wannabe di certe tendenze autolesioniste o snob.

Nonostante questo, il sound della band è ancora ostico e legato alle suggestioni della tradizione industriale (nel senso di attività economica) di Sheffield. E poi succede qualcosa di strano. Dare, il disco del successo, arriva quando gli Human League si spaccano per divergenze artistiche e di base per una differente concezione di cosa significa musica pop. Una parte, quella più militante e politicizzata del duo fondatore Ware e Craig, fonderà i B.E.F. e più avanti gli Heaven 17 (anche qui una citazione da A Clockwork Orange), che troveranno il successo commerciale molto più tardi cercando di far passare slogan e concetti anticapitalistici. Gli Human League continueranno con Oakey e Wright in una specie di nichilismo attivo ed edonista sempre in salsa prolet e, in un certo senso, faranno un vero e proprio miracolo da working class heroes.

Perché con Dare, in effetti, si sdogana un sottogenere del sottogenere: la minimal synth. Spesso ed erroneamente associata alla minimal wave che è caratterizzata comunque dall’uso di sintetizzatori, questo stile si basa sì su tale strumentazione, ma con obiettivi sperimentali, con un suono particolarmente DIY, sporco, e con un’assoluta allergia a qualsiasi produzione patinata. Con questo album gli Human League riescono a trasformare uno stile particolarmente avanguardistico e di nicchia – anzi, proprio qualcosa di DIY e semi inascoltabile – in un prodotto di alta classifica.

Come sia possibile è chiaramente un mistero dei tempi. Il duo Oakey-Wright a malapena sa qualcosa di musica (uno relegato al ruolo di cantante, l’altro di grafico). In assenza dei loro soci, la vera forza creativa della band, devono reinventarsi musicisti con una forza titanica per cui sì, magari è vero che tutti possono diventare musicisti con un synth in mano, ma senza un produttore serio probabilmente non possono sbancare in classifica. E qui entra in gioco Martin Rushent, che con le sue programmazioni e la sua chiara visione sonora trasforma la confusione di alcune demo musicalmente raffazzonate in una pietra miliare il cui successo non è ancora chiaro neanche a lui. Dare poteva tranquillamente essere una schifezza e la fine assoluta degli Human League, che invece grazie all’album cavalcheranno l’onda per un bel pezzo rimanendo nella storia. E paradossalmente, con la loro line up più debole di sempre.

Ascoltando oggi Dare ci si rende immediatamente conto della grande influenza che il disco ha avuto sull’electroclash e in generale su tutta la musica synthpop e hyperpop che verrà. Nello stesso tempo non sembra così commerciale come si potrebbe pensare rispetto a una produzione odierna. La band è comunque grezza, tecnicamente non va da nessuna parte e le demo dimostrano che c’è più aderenza a un tipo di synth punk estremo che non a un discorso di massa alla quale vendere intrattenimento e sogni. Forse proprio grazie a questo “colore” che si pone nel limite assoluto tra niente e tutto, gli Human League appaiono veri e non un prodotto costruito a tavolino.

I pezzi del disco, nonostante l’innegabile tensione verso la classifica, appaiono spesso rozzi, nettamente figli di una new wave incarognita della quale la voce non educata di Oakey rimane un simbolo di rottura. Tanto è vero che quando sarà il momento di registrare Crash, l’album con la hit Human che nel 1986 li riporterà quasi ai vecchi fasti commerciali, i produttori Jimmy Jam e Terry Lewis sostituiranno tutti i musicisti del gruppo con dei turnisti, disgustati dalla loro incapacità (e non contenti saranno anche gli autori di Human). Dare rappresenta perciò una mosca bianca: è gente che cerca di fare pop e ne è incapace, eppure riesce a cogliere nel segno in virtù di questa incapacità che esprime una forte tensione, quella del desiderio di futuro, di nuovo.

Le hit contenute disco sono quasi tutte sparite dall’immaginario collettivo. La potente e rotolante Love Action o The Sound of the Crowd hanno ancora il gustoso sapore della muffa delle cantine, nonostante la produzione sia levigata e precisa, ma è come rendere preciso e levigato il dente di un cane malato. The Things That Dreams Are Made Of è talmente elementare che potrebbe essere suonata da un gruppo punk alle prime armi, mentre in Open Your Heart gli Human League vorrebbero essere gli Abba nei loro momenti più romantici, ma è una cavalcata in un deserto radioattivo post atomico. È sorprendente che questi brani entrarono in altissime posizioni di classifica pur non essendo ortodossi.

Poi però accade l’imprevedibile. La Virgin decide di far uscire il quarto e ultimo singolo e sceglie Don’t You Want Me, un brano che Phil Oakey considerava spazzatura e il più debole del disco, soprattutto nel suo nuovo arrangiamento laccato, tanto da disprezzarlo relegandolo alla fine del lato B dell’album. Pensava che fosse inutile un nuovo singolo e che Don’t You Want Me avesse un arrangiamento troppo leggero per essere credibile: insomma, se ne vergognava. Senonché, convinto Oakey con la promessa di allegarvi un luccicante poster al fine di tenere buoni i fan che nelle previsioni del cantante sarebbero rimasti delusi, la Virgin pubblica il 45 e gli Human League si trasformano da timide promesse del pop a milionari capiscuola.

Il testo del duetto narra di una ragazza che all’interno di una band cerca di emanciparsi da un lui. Lei è determinata, lui frustrato. La corista scelta per interpretare la parte femminile, Susan Ann Sulley, era un teenager cresciuta velocemente a forza di lattine tirate sul palco dai fan della prima ora degli Human League che non gradivano la svolta estetica bubblegum. Amore, ragione, follia, isolazionismo, desideri di successo, crollo dei sentimenti per un mondo patinato pieno di claque, ma non di umanità: c’è tutta un’era in questo pezzo, un evergreen che evoca sia la lotta al patriarcato che le trappole del capitalismo e della società dello spettacolo. In sostanza è una moneta a due facce, un inno inattaccabile da ogni punto di vista.

Ma Dare è per forza di cose anche figlio dalla moda. Il trucco ammaliante di Oakey, la sua acconciatura schizo/fluid, le coriste teenager dalle movenze spontaneiste, i lucidalabbra che si sprecano fanno in modo che i nostri si trovino al limite del movimento new romantic, il quale non disdegnerà di ergerli a paladini, forti anche della copertina che si ispira dichiaratamente a un numero di Vogue del 1979. Ma loro erano già avanti e da Dare prenderà vita un nuovo album, una versione strumentale in salsa disco mix, ovvero Love and Dancing. Pubblicato nel 1982 e ispirato allo stile di Grandmaster Flash e alla cultura hip hop, il disco è Dare eseguito da un’orchestra electro funk che spazia in soluzioni dub, facendo il salto oltre il genere, ispirato anche da Barry White e dalla sua Love Unlimited Orchestra, da cui il nuovo nome degli Human League, per l’occasione ribattezzati The League Unlimited Orchestra.

La copertina di Vogue e quella di ‘Dare’ (negli Stati Uniti ‘Dare!’ col punto esclamativo)

È dei primi remix album e fa di Dare uno degli album più propulsivi e ispirativi della storia del pop. D’altronde pare che il grande critico musicale Lester Bangs morì d’overdose mentre stava ascoltando Dare: è vero che a volte troppa bellezza uccide.

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