Quando gli Abba hanno detto basta | Rolling Stone Italia
Home Musica

Quando gli Abba hanno detto basta

Il 30 novembre 1981 usciva ‘The Visitors’, che fino a poche settimane fa è stato l’ultimo album degli svedesi. Un lavoro da rivalutare, strettamente legato al disco della reunion ‘Voyage'

Gli Abba nel 1981

Foto: Terry Lott/Sony Music Archive via Getty Images

“There’s no hurry anymore when all is said and done”: questo dicevano gli Abba nella canzone manifesto di quello che fino a poche settimane fa era il loro ultimo disco ufficiale, il controverso The Visitors del 1981. E in effetti quando sembrava che gli Abba avessero detto tutto, non hanno avuto fretta e dopo quarant’anni di non-attesa hanno pubblicato Voyage.

Nel 1981 gli Abba sembravano essersi geneticamente modificati passando da band leggera a una sorta di versione new wave della stessa: più cupi, con un maggiore uso di sintetizzatori e testi in cui aleggiava una presa a male inedita per loro e in cui si toccavano temi piuttosto pesanti come quelli della Guerra fredda. Sembrava in effetti una sterzata verso un modo di comporre più complesso e meno commerciale, ma i più attenti già sapevano che dietro le loro canzoni si nascondeva un’anima nera (non a caso, Chris Carter dei Throbbing Gristle era fan sfegatato). I loro arrangiamenti sempre perfetti, scientifici, inattaccabili erano una specie di scrigno luccicante che nascondeva segreti quasi luciferini (pensiamo a brani come Gimme! Gimme! Gimme! che profumano di zolfo) e in particolare segni di disagio, soprattutto nelle loro ultime prove.

Sia Voulez-Vous sia Super Trouper erano album nati in periodi di difficoltà d’ispirazione e insofferenza palpabile rispetto a un certo atteggiamento del music business, ma non solo. C’erano anche accenni autobiografici di rapporti interpersonali in difficoltà, in cui la fragilità della band sembrava fare capolino. Quei due album però schizzarono ai primi posti in tutto il mondo, mentre The Visitors rappresentò una battuta d’arresto, ma anche la ribellione a un certo tipo di sistema, la maschera degli intrattenitori che cade definitivamente per far posto agli individui. Sarà infatti l’album degli Abba a ottenere meno successo, perché probabilmente troppo esplicito. A parte la succitata When All Is Said and Done in cui è descritta la fine di una storia d’amore che il tempo cinicamente trasforma (e le allusioni alle coppie della band vicine al divorzio era palese), la title track con le sue paranoie aliene immerse in sensazioni di follia e di vero e proprio crollo nervoso non poteva non spaventare ascoltatori abituati a roba spensierata come Fernando.

D’altronde The Visitors è forse il loro disco capolavoro, quello in cui si nega il motto decerebrato dello “show must go on” e ci si allinea con le esperienze underground che in quel periodo paradossalmente stanno diventando il nuovo mainstream, che però, almeno in questi primi accenni, profuma di libertà rispetto al passato. Annusando l’aria del cambiamento che permette loro finalmente maggiore slancio creativo, gli Abba in realtà non avevano intenzione di fermarsi. Anzi, in cantiere avevano un altro disco che avrebbe dovuto avere il sapore di una rinascita al gusto di synth pop. Con venature new romantic, a giudicare dall’ultima hit single “minore”, ovvero The Day Before You Came. Contenuto nella raccolta del 1982 The Singles – The First Ten Years, era uno dei brani che idealmente componevano l’album mancato. Una traccia che è un passo avanti per gli Abba: totalmente sintetica, con atmosfere e suoni che tradiscono un interesse per gli Human League di Dare (i quali a loro volta agli Abba devono molto), con un testo in linea con il nuovo movimento: la storia di una donna che rievoca il suo triste passato fatto di grigia quotidianità finché non arriva un lui, quasi una anamorfosi tra positività del presente del testo e negatività del passato sottolineata da una musica darkeggiante.

Nonostante sia da loro stessi indicata come un pezzo importante per gli Abba del futuro e nonostante sia l’unico dei brani realizzati per l’album fantasma a soddisfare davvero gli autori, ovvero la premiata ditta Andersson-Ulvaeus (gli altri tentativi perlopiù finiranno come lati B), non sarà sufficiente a riportarli in studio. Infatti il pezzo una volta pubblicato come singolo raggiungerà modesti risultati di classifica, così come anche Under Attack, che ottenne la posizione più bassa della loro storia. Motivo per cui i nostri abbandoneranno definitivamente il progetto Abba. In un certo senso gli Abba rifiutano definitivamente la logica del mercato, tirandosene prontamente fuori prima di esserne massacrati. La raccolta raggiungerà i primi posti in tutto il mondo: un’uscita di scena alla grande.

Voyage è l’altra faccia The Visitors. Dopo esattamente quarant’anni, non ci sono più i “visitatori”, gli alieni della paranoia a scendere sulla Terra, ma sono i terrestri ad abbandonare il pianeta. Adesso gli Abba per combattere il music biz devono diventare hyperclassici con una musica che sia talmente orchestrata da sapere non tanto di datato, quanto di eterno. Come ascoltare insomma le trombe degli angeli filtrate direttamente dalle nuvole del paradiso. Per farlo, gli Abba hanno aggiornato i suoni, che a differenza di The Visitors (e soprattutto di The Day Before You Came, nel quale la scelta del sintetico a tutto tondo è dichiarata) sono meno “artificiali”, più tendenti a imitare suoni “reali”, ma con l’occhio vigile di chi sa come omogeneizzare il pop di alta classifica del 2021. Quello per intenderci grandioso, megalomane, iperprodotto, ma puntando più a Lana Del Ray che a Drake, con un occhio all’hd. E lo fanno usando uno stile impeccabile: melodie che s’incollano al cervello, sintetizzatori virtualissimi ma mai freddi, quella giusta compressione che pompa ma non alla maniera di una coatta loudness war quanto con piglio wagneriano.

Il filo che unisce questi due album distanti tra loro per epoca e stile è nel brano I Let the Music Speak contenuto in The Visitors, una specie di ode al potere salvifico della musica. In Voyage si riparte da I Still Have Faith in You, che parla della fine della band, ma in musica si resiste perché si è oltre. E infatti, senza temere di essere nostalgici o ridicoli, gli ABBA ritirano fuori un inedito del ‘79, Just a Notion, già scartato da Voulez-Vous, come a sottolineare la ciclicità della vita, i cerchi a volte si chiudono e si fa pace anche con i propri mostri, con le cose che non vogliamo accettare.

L’epicità solenne, voluta e fieramente manifesta di Voyage è quella di chi si può permettere di descrivere delle crisi superate, vedere il passato non come nostalgia ma come opportunità di skipparlo, finalmente. In Don’t Shut Me Down, ad esempio, dove una donna bussa improvvisamente alla porta del suo ex, non si respira più angoscia e rassegnazione nella perdita, ma semplicemente consapevolezza. Il tempo per gli ABBA non si è fermato, semmai si sono fermati gli altri nel tentativo di coprire le righe col trucco. Lo dimostra il fatto che dopo il loro scioglimento tante sono le rockstar e le popstar che a loro si sono ispirate, che li hanno citati, imitati, addirittura campionati con successo: si va da uno come Yngwie Malmsteen passando per Kurt Cobain e gli Erasure fino a Madonna, che con Hung Up è stata una di quelle che ha rivitalizzato il loro mito. Più gli Abba erano fantasmi e più vendevano: la raccolta Abba Gold nel 1992 è quasi un caso per il grandissimo successo ottenuto. E come fantasmi appariranno nel 2022 esibendosi come avveniristici ologrammi dimostrando che se la carne è fatiscente, l’anima invece rimane integra per sempre.

Altre notizie su:  abba