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Punk’s not white! 15 grandi canzoni punk scritte da artisti neri


Dai Bad Brains a Poly Styrene, dai Body Count ai Fishbone, sono moltissimi gli artisti neri che hanno ridefinito il canone del genere (e dintorni). Ecco i loro pezzi più significativi, dagli anni '70 a oggi

La musica punk è sempre stata individualista. Quando skinhead e fascisti hanno cercato di cooptare il genere, hanno fallito perché il vero spirito del punk ha a che vedere con un pensiero originale, una storia di vita unica e l’idea che la verità è bellezza e gli artifici del pop sono una distrazione che impedisce di esprimere qualcosa di profondo.

Nella sua essenza, il punk è il rock’n’roll del popolo. Forse è per questo che il genere ha un fascino più globale rispetto agli altri stili del rock: attira persone da ogni tipo di background e sin dall’inizio è stato ricco di grandi voci nere, dal batterista D. H. Peligro che attaccava Reagan con i Dead Kennedys fino al chitarrista Rocky George, impegnato contro il capitalismo in Join the Army dei Suicidal Tendencies. Chiunque può suonarlo, tutti sono i benvenuti, quindi perché non provarci? Ecco 15 grandi canzoni scritte da artisti neri. Ognuno di loro ha un modo unico di sfogare la sua energia punk.

“Freakin Out” Death (1975)

Qualche anno dopo il tramonto dei gruppi proto punk di Detroit come Stooges e MC5, i Death hanno ringiovanito la scena della città. Come raccontato nel documentario A Band Called Death, i fratelli Bobby (voce basso), David (chitarra) e Dennis Hackney (batteria) hanno fondato il gruppo nei primi anni ’70, poi hanno scelto il punk ispirati da Who e Alice Cooper. Clive Davis era un fan, ma si rifiutò di pubblicare la loro musica per colpa del loro nome, e il gruppo è sparito durante il Grande Boom Punk del 1977. È un peccato, perché canzoni come Freakin Out, registrata nel ’75 ma pubblicata solo nel 2009, in …For the Whole World to See, ha anticipato i suoni che sarebbero arrivati da Londra e New York.

“Oh Bondage! Up Yours!” X-Ray Spex (1977)

Poly Styrene sapeva come fare un’introduzione: “C’è gente convinta che le ragazzine non debbano essere viste o ascoltate, ma secondo me…”, dice con un dolce accento cockney all’inizio del singolo di debutto della band. Poi grida: “Oh, bondage! Up yours!”. La cantante, figlia di uno scaricatore di porto somalo, aveva già pubblicato un singolo reggae a suo nome, Mari Elliott, nel 1976, lo stesso anno in cui vide i Sex Pistols e si innamorò del punk. Oh Bondage! Up Yours! è stata una instant hit nella scena e nel 1978 il gruppo suonava al fianco di Clash, Sham 69, Generation X e gli Steel Pulse al concerto di protesta londinese Rock Against Racism. Si sono sciolti nel ’79 e Poly Styrene ha continuato da solista, tornando con la band negli anni ’90. È morta di cancro nel 2011 a 53 anni.

“International News” National Wake (1981)

Il 16 giugno 1976 migliaia di studenti di Soweto, in Sud Africa, hanno protestato contro l’apartheid e la decisione di governo di tenere le lezioni scolastiche in lingua afrikaans. Le autorità risposero con lacrimogeni e proiettili, uccidendo tra le 400 e le 700 persone, tra cui diversi bambini. L’evento ha determinato la nascita dei National Wake, che suonavano un mix di reggae, funk e punk. I membri della band erano neri (i fratelli Gerard e Punk Khosa al basso e alla batteria), ebrei (il cantante-chitarrista Ivan Kadey) e bianchi (l’altro chitarrista Steve Moni). L’allegra International News parla di come il governo ha “gettato un lenzuolo sopra Soweto” e si scaglia contro la guerra in Angola. Nonostante la band non abbia mai avuto troppo successo – l’apartheid impediva di esibirsi in pubblico – hanno avuto grandissima influenza sulla scena locale. Poi, dopo l’inclusione nel documentario del 2011 Punk in Africa, hanno trovato un pubblico più grande.

“Human Farm” Whipping Boy (1982)

I Whipping Boy erano un gruppo punk della Bay Area. Il cantante Eugene Robinson e il batterista Dave Owens erano neri e avevano uno stile al vetriolo unico tra tutte le band hardcore che si ispiravano ai Black Flag. Robinson, che ora è frontman della band noise-rock Oxbow, aveva un modo di cantare che mischiava senza sforzo sussurri e urla gutturali, trasformando canzoni come Human Farm, con un testo sarcastico sui nazisti, in qualcosa di spaventoso. I riff vorticosi del gruppo e lo stile aggressivo di Robinson attirarono l’attenzione dei Dead Kennedys e il bassista Klaus Floride ha prodotto il loro album di debutto. L’associazione con i Kennedys ha fatto sì che Human Farm apparisse sulla compilation del 1982 Not So Quiet on the Western Front uscita per l’etichetta di Jello Biafra.

“Attitude” Bad Brains (1982)

Una band che ne ha ispirate migliaia. I Bad Brains sono nati a Washington DC alla fine degli anni ’70. Suonavano un mix unico di hardcore punk e roots reggae, influenzato da Ramones e Bob Marley. Attitude, un brano rabbioso di solo 80 secondi, spiega la loro filosofia della P.M.A. (positive mental attitude) ispirata al libro motivazionale Think and Grow Rich. «Uno degli insegnamenti del libro recita: “Tutto quello che la mente può concepire, lo può raggiungere”», ha detto una volta il frontman H.R. «Tra i principi cardine c’è l’essere positivi e avere una P.M.A.». La loro musica ha risuonato in tutta la scena punk, ispirando Minor Threat, Henry Rollins, i Beastie Boys, i Cro-Mags e molti altri ancora.

“Poison” Bl’ast (1987)

Qualche decennio prima di entrare negli Alice in Chains per Black Gives Way to Blue, William DuVall suonava la chitarra con i Bl’ast, un gruppo hardcore che si ispirava ai Black Flag e veniva da Santa Cruz, in California. L’artista, che all’epoca usava il nome d’arte Kip e aveva già suonato nella band di Atlanta Neon Christ, ha partecipato alle session di registrazione dell’album del 1987 It’s In My Blood. Ha lasciato la band prima del mix a causa di divergenze creative e il gruppo ha eliminato le sue parti nel disco. Quando nel 2013 Dave Grohl ha messo le mani sulle cassette originali, ha scoperto quelle parti e ha remixato l’album, che ora si intitola Blood, includendole. Poison è uno dei brani migliori del gruppo: contiene un testo co-firmato da DuVall e parti di chitarra feroci. «È stata un’esperienza davvero strana, non la cambierei per niente al mondo», ha detto DuVall nel 2013. «Ha influenzato la mia etica del lavoro negli Alice in Chains».

“Deep Inside” Fishbone (1988)

Nati a South Central Los Angeles a fine anni ’70, i Fishbone proponevano uno strano cocktail tra ska e punk. Poi, negli anni ’90, passeranno all’alt metal. Truth and Soul, il loro secondo album, contiene gli 80 secondi sgangherati di Deep Inside, in cui il gruppo mette insieme armonie vocali jazz con riff di chitarra punk, tutto con un testo che parla di come la gente li giudicasse prima di conoscerli. “Beh, se sei dall’altra parte della barricata / Forse non capiresti / Potrei spaventarti con il mio look selvaggio / È una mia sensazione, amico”. Altrove, nel disco, mostrano il loro lato più tenero (Ma and Pa) e propongono una cover metal di Freddie’s Dead di Curtis Mayfield.

“Drown” Burn (1990)

I Burn hanno pubblicato solo quattro canzoni, tutte nell’EP omonimo, ma abbastanza potenti da trasformarli in leggende underground per gli appassionati dell’hardcore di New York. Nella lenta Drown, Chaka Malik canta di depressione avvolto da riff jazz di chitarra. “Affogo in un mare d’emozione”, dice, “sono intrappolato dalle mie azioni / preda delle mie emozioni”. Nel 1992 Malik se n’è andato per fondare gli Orange 9mm, un gruppo post hardcore con influenze metal. Nel 2000, dopo la fine di quel progetto, è tornato nei Burn, che nel 2017 hanno finalmente pubblicato il loro album di debutto, Do or Die.

“Cop Killer” Body Count (1992)

Nel 1992 Ice-T, il simbolo della prima era del gangsta rap, non era nuovo alle controversie. Aveva addirittura pubblicato un brano intitolato Freedom of Speech… Just Watch What You Say. Per questo, il mondo sarebbe dovuto essere pronto alla svolta punk rock di Cop Killer, un brano hardcore che ha registrato con il gruppo metal (tutto composto da neri) Body Count. Il brano va oltre al testo di Fuck the Police: “Sbirro assassino, meglio te che me / Sbirro assassino, fanculo la violenza della polizia / Sbirro assassino, so che la tua famiglia è in lutto… si fottano! / Sbirro assassino, stanotte pareggeremo i conti”. Sfortunatamente, il brano è uscito al momento sbagliato. Il 3 marzo 1992 quattro agenti della polizia di Los Angeles hanno picchiato a morte un nero disarmato, Rodney King, scatenando proteste in tutta la città. Il disco dei Body Count è uscito la settimana successiva. Sottoposto a grandi pressioni, Ice-T ha tolto il brano dalla scaletta. «Non pensavo che Cop Killer fosse un pezzo sbagliato, conoscevo le punk band come Millions of Dead Cops», ha detto nel 2014. «Sapevo che i Black Flag attaccavano sempre la polizia, come in Police Story. Non credevo che i poliziotti avrebbero prestato abbastanza attenzione alla musica da arrabbiarsi. Pensavo fosse solo rabbia punk. Invece è diventata una vera e propria  shitstorm».

“Ausländer” Living Colour (1993)

Qualche anno dopo che i Living Colour hanno rotto gli argini del mainstream con il disco funk metal Cult of Personality, tutto il genere ha svoltato verso il punk, grazie alla popolarità dei Nirvana. Per fortuna dei Living Colour, la band aveva già flirtato col genere in canzoni come Type e Time’s Up. Così, per l’album del 1993 Stain, si sono concentrati su quei suoni. L’hard rock di Leave It Alone farà loro guadagnare una nomination ai Grammy, ma lo spirito punk dei Living Colour brilla più intensamente nel singolo Ausländer (straniero in tedesco, ndt). Il ritornello “Tutto quello che voglio non è forse tutto quello che hai già?” non è così lontano da “So quello che voglio e so come prendermelo” dei Sex Pistols. Come ogni brano punk che si rispetti, dura meno di tre minuti.

“Intellectualise My Blackness” Skunk Anansie (1995)

Il Grande Boom Alternativo degli anni ’90 ha dato spazio alle band che si ispiravano all’hardcore anni ’80 e hanno riformato il genere in modi insoliti. Uno dei gruppi più inclassificabili del periodo era un quartetto londinese multirazziale, gli Skunk Anansie, che suonavano canzoni funk, hard rock e avant-garde trascinati dall’energia provocante della frontwoman Skin. La versione di Intellectualise My Blackness pubblicata sul debutto Paranoid & Sunburnt ha grande energia funk metal, ma è nelle performance live che il testo di Skin veniva presentato in un contesto più diretto e punk, l’atmosfera giusta per renderlo ancora più tagliente. “L’ho colpito con un pezzo della mia filosofia”, canta, “sfottevo la sua avidità / cos’ha fatto per meritarsi tutto questo odio? / Ha cercato di intellettualizzare il mio essere nera”. Le sue parole risuonarono forti in Inghilterra, dove il pezzo finirà al primo posto in classifica, conquistando poi il disco di platino.

“!!!!!!!” The Roots (2002)

Nello stesso disco in cui Roots e Cody Chesnutt disegnano paralleli tra soul, hip hop e rock’n’roll, c’è anche un break di 24 secondi in perfetto stile hardcore punk. Il brano nasce dopo che Black Thought ha trasformato il “we will rock you” di Freddie Mercury in hardcore rap: è una collaborazione tra Questlove, il bassista Leonard Hubbard e il chitarrista Ben Kenney (che più avanti entrerà negli Incubus), puro vetriolo. “Sei un cazzo di ipocrita”, dice una delle poche frasi comprensibili del testo. Il brano si conclude con un caloroso “vaffanculo”. Si può essere più punk di così?

“Don’t Tell Me What to Do” Cerebral Ballzy (2011)

La tradizione anticommerciale del punk risale ai Clash, ma una band hardcore e multirazziale di Brooklyn, i Cerebral Ballzy, l’hanno fatta rinascere nel loro debutto omonimo del 2011. Casualmente, la copertina del disco è disegnata da Raymond Pettibon, lo stesso artista che curava gli album dei Black Flag. “Non riesco a girare la testa senza che qualcuno cerchi di influenzarmi: mangia questo, compra questo, piscia qui”, dice il frontman Honor Titus all’inizio del pezzo. “Vaffanculo amico, non sai cosa è meglio per me. Io sì”. Per il resto, il brano è un caustico inno hardcore agli spiriti indipendenti, e il video aggressivo trasformerà il gruppo in un piccolo successo istantaneo.

“Fall Asleep” Big Joanie (2018)

Le tre musiciste della band femminista britannica Big Joanie si sono incontrate nel 2013 e nel giro di pochi anni hanno attirato l’attenzione di tutti grazie al loro approccio tinto d’elettronica al noise al punk. Fall Asleep, direttamente dal disco di debutto Sistahs, suona intensa e allo stesso tempo leggera, un brano allegro che dice di volere di più dal mondo che ci circonda. Le chitarre della frontwoman Stephanie Phillips si muovono in alto e in basso, e tra tutti i battimani in stile beach rock, lei canta della sua rabbia esistenziale: “Se mi addormentassi adesso / Mi sveglieresti dal sogno / che mi fa piangere da settimane?”. Il brano si chiude con Phillips che chiede “vieni a svegliarmi” con un tono che sembra suggerire che l’incubo sia appena iniziato. Per il resto, Sistahs è un racconto emozionante e intelligente di come quelle donne vedono il mondo e se la loro recente cover di Cranes in the Sky di Solange è un indizio, chissà che non facciano qualcosa di ancora più interessante nel loro prossimo album.

“29” Soul Glo (2020)

Nonostante abbiano preso il nome dalla parodia della pubblicità di un parrucchiere vista nel film Il principe cerca moglie, i Soul Glo non potevano suonare niente di più diverso da quel jingle firmato da Nile Rodgers. In 29 combinano hardcore, metal e rock’n’roll con le urla – quasi intellegibili – del frontman Pierce Jordan, che qui parla di Lexapro, ironia, microbudgeting e avidità delle multinazionali. Insomma, è un intero disco punk condensato in un minuto e 15 secondi. Nella versione registrata per Live @ WKDU ci sono addirittura dei corni e un gong. «Il punk non ha più o meno forza degli altri generi», ha detto Jordan in un’intervista del 2017. «Sovvertire il mainstream, combattere una società razzista, capitalista, patriarcale ed etero-normativa… questa cultura c’è in tutti i generi, perché l’approccio sovversivo esiste prima a livello individuale. Il punk e l’hardcore dicono di parlare di libertà e anticapitalismo, ma sappiamo tutti che queste cose sono vere tanto quanto le azioni delle persone che devono tenere vive le rivendicazioni delle origini». 29 è la dimostrazione che sono pronti a trasformare le parole in fatti.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.