Le cinque canzoni di Bowie preferite da Noel Gallagher

Il fondatore degli Oasis e la sua vita da fan di Bowie, da "Heroes" a "Blackstar"

La mattina del 10 gennaio, una pessima notizia ha svegliato Noel Gallagher. «Mia moglie è entrata nella camera da letto piangendo e ho pensato che uno dei bambini fosse morto» ci ha raccontato. «Poi mi fa “È morto David Bowie” e io ho detto tipo “Porca troia!”.

L’ex chitarrista e autore degli Oasis (e fan sfegatato di Bowie) ci ha chiamato qualche giorno dopo la scomparsa del Duca Bianco per confidarci le sue cinque tracce preferite dello Starman. «Celebriamo la sua vita piuttosto che piangerne la morte» ci ha detto saggiamente, «Tutti devono morire».

Così, Gallagher ne ha approfittato per riflettere su quanto la musica di Bowie lo abbia ispirato negli anni. «Era coraggioso, che è una delle cose per cui lo ricorderò sempre: prendeva la sua arte e la spingeva oltre, senza alcun timore», racconta. «Per esempio, ti alzi nel giorno in cui Where Are We Now? approda in tutte le radio [si parla del gennaio 2013] e pensi “Oh, ecco un’altra traccia strana alla David Bowie. Ma mi piace, è fantastica.” Poi tocca all’album [The Next Day] ed è una cazzo di bomba rock da stadio! E pensi ancora “Ma che cazzo! È una figata!”. Poi vieni a sapere che Bowie ha fatto un nuovo album [Blackstar] e pensi “Ok, riuscirà a fare due album comprensibili di fila?” E invece esce un album oscuro, bizzarro. Poi lui ovviamente muore e tu torni ad ascoltare l’album e pensi “Porco cazzo, ci sei riuscito ancora! È una bomba!»

In the Heat of the Morning

Questa è davvero oscura. Non conosco nessun altro che sappia della sua esistenza, ma è davvero assurda. La prima persona che me l’ha suonata è stato Steve Jones dei Sex Pistols molti anni fa. Gli chiesi “Cos’è?” e lui mi rispose “Cazzo è David Bowie”. La gente parla molto dei suoi look, dei suoi personaggi e travestimenti ma in pochi sanno che cominciò facendo un po’ il verso a Scott Walker. Questa canzone è molto brit-pop di metà anni Sessanta. Un bel suono di organo, prodotto a regola d’arte. Dovreste sentirla.

L’altro giorno stavo ascoltando In The Heat Of The Day e mi sono reso subito conto di aver attinto a questo testo qua e là negli anni. [Alla domanda “Quali parti del testo?” Noel ha risposto “Col cazzo che te lo dico!”]

Fashion

Bowie si è sempre circondato dei migliori musicisti. Le chitarre di Fashion [suonate da Robert Fripp e Carlos Alomar] sono una cazzo di figata. Amo il fatto che siano discordanti. È bello sincopato e ha un bel groove. Non è blues, non è jazz, non è rock. È una roba diversa. È David Bowie.

Quando ascolti la musica di Bowie, di cosa parlano le canzoni? Life on Mars non parla del fatto che ci sia vita su Marte. Nessuno sa di cosa parla. Penso che è questo che ha reso Bowie un artista speciale. Ti porta a dare la tua interpretazione – a differenza di altri artisti, tipo Roger Waters per esempio, che ti mette subito in testa l’argomento della canzone, e tu dici “Non vuol dire più niente questa roba, me l’hai già detto di cosa parla, cazzo”. Con questa canzone, Fashion, parla di moda? Cazzo, direi di no. Alcune parti del testo – “We’re the goon squad, and we’re coming to town! Beep-beep!” ti fanno dire, “Cosa? Cosa?” Non parla di scarpe o sciarpe, no? Non può essere.

Ma Fashion è un bel titolo per una canzone. È uno di quei pezzi di Bowie che non hanno un ritornello, ma è tutto un ritornello, capisci? Doveva essere uno schifo essere uno dei suoi contemporanei tra i Settanta e gli Ottanta, e dire “Wow, ho fatto una figata qui”, e poi esce un nuovo singolo di Bowie, ancora meglio di quello precedente.

The Jean Genie

Perché? Perché c’è Mick Ronson, in realtà. Il suono che ha è incredibile. È forse la canzone meno British-sounding che Bowie ha mai registrato. È molto americana, ha una specie di base blues-rock. Parla di qualcuno che scappa da New York City. Prende qualcosa dai pezzi di Lou Reed.

Non lo sapevo fino a un paio di giorni fa, ma questa canzone prende il nome da un cazzo di scrittore politico francese chiamato Jean Genet. Ma ancora una volta, parla della cazzo di Rivoluzione francese? No, non credo.

Let’s Dance

Questa è probabilmente la mia all-time fucking favorite di David Bowie. Quando è uscita negli anni Ottanta, mi piaceva e mi piaceva lui. Ma era solo una canzone che sentivo in radio. Il momento in cui riesco a entrare davvero dentro una canzone è quando prendo la chitarra e provo a rifarla. Qualche anno fa ero in tour da qualche parte, in albergo ed è partita Let’s Dance. Sono corso alla chitarra, ho rifatto gli accordi e ho pensato, “Che figata di canzone da suonare alla chitarra!”

A chi non piace uscire dal letto alla mattina canticchiando, “Put on your red shoes and dance the blues”? Tutti dovrebbero farlo tutti ogni cazzo di lunedì. E comunque, puoi davvero ballare del blues in red shoes? Non penso sia possibile. Forse se sei David Bowie sì. Ma non parla di ballare davvero, capisci?

Mi piace il fatto che sia nata come una canzone acustica, ma poi arrivò Nile Rodgers a dire, “No, no, no. This fucking will not do”. E mi piace che ci siano insieme Nile Rodgers e Stevie Ray Vaughn – chi altro ha questi due sulla stessa canzone?

Heroes

Questa è la prima canzone che io abbia mai sentito di Bowie. Era il 1981, credo, e io ero a casa di qualcuno, di notte, e c’erano queste cose in tv chiamate “Five-Minute Profile”. Tra due programmi noiosissimi sulla cazzo di agricoltura o sulla politica, c’era un profilo di qualcuno in cinque minuti. E quella sera toccava David Bowie, un riassunto veloce della sua carriera. Non avevo mai sentito Heroes prima, e c’era questo video di lui, chiaramente in botta da cocacina, che cantava questa canzone con la luce dietro di lui. Mi aveva sconvolto, cazzo. Due giorni dopo sono andato al mio negozio di dischi usati preferito per prendermi il Best of Bowie.

E per l’argomento “Di cosa parlano le sue canzoni? Non lo sappiamo mai davvero”, penso che Heroes sia molto chiara. Il messaggio è incredibile: possiamo essere eroi, anche solo per un giorno. Non tutti possiamo farcela nella nostra vita, ma possiamo sentirci realizzati, anche solo per un giorno. Questo è il motivo per cui è la mia preferita, ancora adesso.

Foto: Mattia Zoppellaro. Elaborazione grafica: Rolling Stone Italia