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Non solo prog: la playlist di La Maschera di Cera

Cosa ascolta un gruppo progressive prima di scrivere? Ecco i brani che hanno influenzato il nuovo album ’S.E.I.’, commentati dalla band: tanti classici italiani e inglesi, un po' di jazz e persino gli Air

La Maschera di Cera

Foto: Stefania Codognato e Simona Campi

La Maschera di Cera è una formazione che da sempre se ne frega delle mode e persegue lo scopo di ricreare il glorioso sound del prog italiano anni ’70, specie quello quello dai tratti più sinfonici e hard. Nessuna volontà di innovazione quindi ma piuttosto una ricerca tesa a fare nostri quel tipo di timbri e atmosfere. Per noi realizzare dei dischi nei quali riusciamo a evocare le mitiche scorribande di band come Balletto di Bronzo, Biglietto per l’Inferno, Aphataurus, Cervello e via dicendo è sempre stato il massimo del piacere. Chiaramente unendo al tutto le nostre capacità nel costruire i brani. Brani nei quali abbiamo sempre messo al primo posto la passione melodica rispetto agli arzigogoli strumentali, che comunque non sono mai mancati.

Se questa è la nostra “base sonora” non bisogna dimenticarsi che il nucleo della band – formato dal cantante e chitarrista Alessandro Corvaglia, dal tastierista Agostino Macor e dal bassista Fabio Zuffanti (collaboratore di questo sito, ndr) – è fatto di persone con gusti e interessi diversi che abbiamo cercato di amalgamare nel corso di cinque album, pubblicati tra il 2002 e il 2012.

Dopo una lunga pausa siamo arrivati ai giorni odierni, momento nel quale ha visto la luce il disco del nostro ritorno, intitolato S.E.I. e pubblicato da AMS Records in cd e vinile verde trasparente. Un album tripartito, con una lunga suite di oltre 20 minuti sul lato A e due mini suite nel lato B. La tripartizione è un omaggio a storici dischi “a tre” come il leggendario Close to the Edge degli Yes (altro disco “verde”).

La suite sul lato A (Il tempo millenario) torna sui granitici passi del prog italiano più potente e oscuro, non tralasciando sprazzi di luce e diversi wall of sound a base di Mellotron, Moog, ecc. Sul lato B Il cerchio del comando si muove su territori più acustici e folkeggianti, memori del prog mediterraneo di PFM e similari, mentre Vacuo senso mette insieme hard rock, Canterbury e un acceso sinfonismo di stampo genesisiano.

Cominciando a lavorare a questo disco abbiamo avuto la netta sensazione di un “ritorno a casa”, il non suonare assieme per anni ha certamente contribuito, oltre probabilmente alle chiare “affinità elettive” musicali che abbiamo.
 Siamo tre teste molto diverse con ascolti agli antipodi, ma l’amore per certa musica determina un’alchimia molto stimolante, specie in fase di arrangiamento. Per questo disco ognuno ha portato un brano ed elaborarli assieme è stato a tratti magico, l’intesa è stata assoluta ed è stato un piacere lavorare così. A suggellare questo modus operandi la scelta di registrare in presa diretta (al Greenfog Studio di Genova), complesso dal punto di vista logistico/operativo, ma fondamentale per la resa delle parti più tese all’improvvisazione, che nella nostra musica non sono mai mancate. Nel disco ci siamo inoltre avvalsi del contributo di Martin Grice al sax/flauto e di Paolo “Paolo” Tixi alla batteria.

La copertina di ‘S.E.I.’

S.E.I. potrebbe rappresentare per noi un parallelo con Il dormiglione di Woody Allen. Ci si risveglia da un periodo non esattamente qualificabile come “ibernazione” (ciascuno di noi nel frattempo ha fatto altre cose, e non poche) e ci si ritrova catapultati in una nuova realtà, nella quale ci si chiede: e adesso? Si deve costruire un ponte che colleghi i due periodi della nostra storia musicale o, varcata la sponda, ci si deve concentrare su qualcosa di non necessariamente coerente e collegato? Alla fine abbiamo scelto la prima via, ponendo in mezzo a un ponte di pietra un segmento di legno, stabile ma differente, dal diverso colore e che sotto al proprio cammino esprime rumori particolari.

Di seguito una playlist con i brani che più ci hanno influenzati durante la composizione di S.E.I.

“Empty House” Air

Il brano è tratto dalla colonna sonora di un film ambientato nel 1974 (Il giardino delle vergini suicide) e vuole farsi summa del rock psichedelico e sinfonico dell’epoca, con tutti i più caratteristici cliché sia compositivi che di sonorità. Ci riesce a metà, nel senso che centra il bersaglio ma la contemporaneità emerge comunque prepotentemente, attualizzando il discorso musicale retrò. Accanto a Mellotron, organi e synth troviamo arpeggiatori e drum machine, in una orchestrazione semplice ma impeccabile, che per me è sempre un riferimento negli arrangiamenti per la Maschera Di Cera. Le pennate sulla cordiera del pianoforte, rubate dagli Air al Keith Emerson di Take a Pebble, si possono trovare anche in Vacuo senso. (Agostino Macor)

“Peccato d’orgoglio” Alphataurus

Gli Alphataurus ci hanno insegnato che per essere rocciosi non sono a tutti i costi necessarie le chitarre distorte. L’Hammond della band è quanto di più potente si possa immaginare, letteralmente spettina l’ascoltatore. Il resto lo fanno i ritmi sempre cangianti di basso e batteria, la chitarra, che si occupa di tessere fitte trame in sottofondo, e la voce aspra, a tratti disperata. Un bello spaccato dell’inquietudine ’70’s, quando essere giovani voleva dire realmente avere tutto il mondo contro. (Fabio Zuffanti)

“Terzo incontro ed epilogo” Balletto di Bronzo

Parte finale della labirintica suite di YS, caposaldo del prog italiano più dark, l’Epilogo è stato fondamentale per la composizione di alcune sezioni de Il tempo millenario. Accordi di un’oscurità opprimente, senza scampo, una chitarra lisergica che più non si può, la batteria granitica e il Mellotron con i suoi archi imperiosi e angoscianti. Una roba così rischia di far passare i Black Sabbath per concorrenti dello Zecchino d’oro. (Fabio Zuffanti)

“Judas Unrepentant” Big Big Train

Ritengo David Longdon, il cantante dei Big Big Train, una delle più belle voci degli ultimi 20 anni: originale, intensa, dai toni apparentemente malinconici ma comunque potente, a metà fra Peter Gabriel e Steve Winwood. Lo stile che i BBT hanno proposto è una perfetta sintesi fra un rock ammaliante e di marcato impatto e quella dimensione folk a me tanto cara. (Alessandro Corvaglia)

“Dr. MacPhail’s Reel” Copercaillie

Il fascino che su di me ha da sempre esercitato la musica irlandese si è imposto, ancorché con moderazione, in alcune parti precise del brano che porta la mia firma in S.E.I. (Il cerchio del comando) in modo del tutto naturale. Coniugandosi peraltro con momenti di dinamica ben più accesa ma dandovi comunque uno spirito folk che per me è stata una vera e piacevole novità. (Alessandro Corvaglia)

“My Favorite Things” John Coltrane

Title track di un disco di soli standard stravolti dal fulmicotonico quartetto di Coltrane. Con la trasmutazione di brani come Summertime o di questa canzonetta da musical (è tratta da Tutti insieme appassionatamente) che diventano quanto di più coraggioso e inaudito si potesse immaginare nel 1961. My Favorite Things mantiene l’andamento ternario dell’originale ma destruttura l’armonia in una palude post-modale quasi rock nell’intenzione, grazie soprattutto alle architetture di McCoy Tyner, qui in grande spolvero. La parte centrale di Vacuo Senso, più o meno inconsciamente, deve molto alle atmosfere di questo pezzo, al punto da citarne esplicitamente il tema. McCoy, coincidenza, è mancato mentre lavoravamo al mix del disco. (Agostino Macor)

“House of the King” Focus

L’influsso di questa band si può definire come costante presenza nel mio spirito artistico. Con un immenso ruolo del flauto come strumento solista, vero Principe delle melodie non cantate. Nel mio brano ho voluto dargli un’importanza particolare, sapevo perfettamente che il nostro Martin Grice lo avrebbe valorizzato come meritava. (Alessandro Corvaglia)

“Slightly All the Time” Soft Machine

Una delle pietre miliari della scuola di Canterbury, un brano fuori dal tempo in cui convivono psichedelia, dadaismo jazz, baccanali elettrici, math rock e folk in una equilibrata eterogeneità. Le atmosfere lunari e le ampie digressioni psichedeliche sono sempre un riferimento per le parentesi jazzistiche della Maschera Di Cera, con pedaloni modali e sax sugli scudi. (Agostino Macor)

“Lost” Van Der Graaf Generator

Dal mio punto di vista i VDGG sono i più grandi ispiratori del nostro sound. Paradossalmente ancora più che i gruppi italiani sopra citati. La loro musica, specie nei primi anni, è stata una vera discesa nei meandri più inaccessibili della psiche, con testi degni di un Baudelaire in acido su suoni che paiono collassare tra di loro, vagare a flutti, tra oasi di luce e cavità buie e profonde quanto la fossa delle Marianne. Lost è una grande canzone d’amore, un amore teso e malato ma al tempo stesso colmo di speranza. Un qualcosa che letteralmente strappa le viscere. (Fabio Zuffanti)

“L’evoluzione” Banco del Mutuo Soccorso

Lo dice il titolo del brano, quella del Banco è quasi sempre stata una musica in perenne crescita, che non temeva di spingersi a esplorare anfratti che partivano dal rock e si spingevano alla classica, al jazz, fino alla ricerca dell’atonalità. In Italia abbiamo avuto una band che ha fatto compiere alla musica un gradino in più, con la ciliegina sulla torta della voce commovente di Francesco di Giacomo, che in un mondo più giusto sarebbe riconosciuto come grande cantore di una realtà spesso scomoda e mai accondiscendente, ma sempre vera. L’evoluzione lo abbiamo scelto come pezzo-simbolo anche della nostra musica, spesso abbiamo gusti diversi ma non possiamo non venerare coralmente il BMS. Il nostro suono si rifà al passato, è vero, ma è perché in quel passato ci sono opere evolutive come questa che hanno ancora tantissimo da insegnarci. Noi siamo qui anche per tramandare quell’insegnamento. (La Maschera di Cera)