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La playlist di Lee Gamble a tema città

Nel nuovo album per Hyperdub, il produttore inglese fonde suoni e melodie fino a evocare fantasmi di alienazione urbana

Lee Gamble

Foto di Sarah Ginn

In A Paraventral Scale, il nuovo lavoro di Lee Gamble per Hyperdub, è prima di tutto un’opera unica dal punto di vista del sound design.

Suoni apparentemente impersonali e melodie si fondono come se regolate da leggi fisiche, esattamente come il rumore e la colonna sonora di un film di Tarkovsky finiscono per diventare praticamente un tutt’uno amplificando “il senso di alienazione da città”. Molto intuitivamente, è la città e più in generale la vita contemporanea l’aspetto più interessante del lavoro del produttore inglese. Un tema che ha parecchio a cuore, e a cui ha dedicato questa playlist.

“A London Sumtin'” di Code 071 (1992)

Immagino che “Code 071” sia un abbreviativo del prefisso 0171, che allora era quello di Londra. La traccia, A London Sumtin’, l’ho scelta perché rappresenta la città dove ho vissuto per quasi 20 anni. Un classico proto jungle.

“Lil Bit” di Ta Ha (2015)

Il lavoro che faccio comporta un sacco di tempo passato negli aeroporti, passare velocemente di fianco le città, volarci sopra. Gli aeroporti sono una specie di non-luogo. Sono legati all’idea della città che servono, ma ne sono fuori, come dei portali. Il video, il testo e il mood di Lil Bit mi rievocano la sensazione di essere dentro e al contempo fuori da questi posti iper-globalizzati. Sembrano vicini e familiari, ma anche estranei e surreali.

“City Of Fear” di Andre Holland (1995)

“La techno è una musica basata sulla sperimentazione… Trasmetti questi toni e devasta i programmatori!” Underground Resistance

“Industrial Estate” di The Fall (1979)

Ho lavorato in alcune zone industriali crescendo a Birmingham. Anche qui, come un aeroporto sono un nodi intrinseci di città industrializzate come Birmingham. Nella mia esperienza, erano spazi dominati tossicamente da maschi: ti dominano fisicamente e mentalmente. Operai e macchine, proprietari e proletariato. Le macchine sono parte dell’ingranaggio di una città, sfornando prodotti in maniera lineare e incessante. E, in questi spazi, connesse agli uomini. Storicamente la fabbrica è il luogo sporco e rumoroso per eccellenza, mentre il prodotto appare liscio, levigato, impacchettato e pronto per il consumo.

“Yeah, yeah, industrial estate
And the crap in the air will fuck up your face
Boss can bloody take most of your wage
And if you get a bit of depression
Ask the doctor for some valium
Yeah, yeah, industrial estate”

“Scena cittadina tratta da ‘Solaris’” di Andrei Tarkovsky (1972)

Il suono e la musica nei film di Tarkovsky spesso si mescolano a vicenda, e quel miscuglio è la chiave per amplificare il senso di alienazione da questa città. E il senso di alienazione a sua volta è la chiave per capire Solaris.

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