Pistole, manipolazioni, controllo: Darlene Love racconta Phil Spector | Rolling Stone Italia
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Pistole, manipolazioni, controllo: Darlene Love racconta Phil Spector

La cantante di 'He's a Rebel' spiega le sue emozioni contraddittorie all'indomani della morte del produttore e ricorda gli anni passati con lui, il suo lato oscuro, le ossessioni, lo scontro in tribunale

Darlene Love

Foto: Taro Yamasaki/The LIFE Images Collection via Getty Images

Darlene Love non ha mai pensato a quel che avrebbe provato alla morte di Phil Spector, ma quando domenica il California Department of Corrections and Rehabilitation ha confermato il decesso del produttore ha provato dolore nonostante i maltrattamenti che l’uomo le ha inferto. «È stato mio figlio a darmi la notizia», spiega la cantante che nei primi anni ’60 ha inciso con Spector He’s a Rebel, (Today I Met) The Boy I’m Gonna Marry e Christmas (Baby Please Come Home). «Mi è dispiaciuto. Ho pensato a chi era, alle sue opere, al fatto che senza Phil Spector non ci sarebbe stata Darlene Love».

Poche ore dopo la diffusione della notizia, Love ha telefonato a Rolling Stone per parlare della sua lunga collaborazione con Spector, della separazione negli anni ’70, della dura battaglia legale negli anni ’90 e dell’omicidio che ha spedito il produttore in prigione per gli ultimi due decenni della sua vita.

Ho conosciuto Phil Spector nel 1962. Ero già la corista di un gruppo, i Blossoms. Registravamo per Lester Sill, ma non sapevamo che fosse partner di Phil Spector [nella Philles Records]. Abbiamo cantato per alcuni dei suoi gruppi, ma nessuno di loro ha avuto successo. Dopo un annetto Lester ci ha detto che il suo partner sarebbe venuto a Los Angeles e che voleva che cantassi un pezzo da solista.

Mi hanno presentata a Phil e lui mi ha dato He’s a Rebel. Sapevo che il pezzo sarebbe stato inciso col nome delle Crystals. Per me era una session come un’altra anche se hanno pagato un extra, un grosso extra. Ho firmato con lui dopo che la canzone è diventata una hit. Pensavo: quest’uomo sa quel che fa.

La mia prima impressione è che fosse un tipo strano. Avevo lavorato con altri produttori e si vestivano tutti in modo casual, tipo blue jeans. Non avevano niente di particolare o stravagante. Phil era l’esatto opposto. Indossava un completo ed era molto ben vestito. Portava il tipo di scarpa coi tacchi che indossavano i ragazzi a Londra. Mi sembrò un tipo davvero strambo. Forse, pensai, non è vero che sa quel che fa.

Abbiamo lavorato ai Gold Star Studios, lui stava al comando. Lavorava in modo piuttosto insolito. La maggior parte dei produttori incideva tutto in una volta: i cantanti, l’accompagnamento, tutto. E invece Phil divideva le parti, e questo molto prima che iniziassero a farlo tutti gli altri. Si occupava prima dell’accompagamento musicale base, poi delle altre sezioni, infine del canto. Era assurdo. Quando ascoltavi il risultato finale non te ne capacitavi. Sembrava davvero che qualcosa di nuovo potesse accadere nella musica. Ci riusciva utilizzando solo due piste, il che è pazzesco.

Sentiva la musica in testa e la realizzava un mattoncino alla volta. Anche a vederlo in azione, era roba da non credere. Voleva avere al suo fianco i suoi musicisti per aggiungere cose sul momento. Gli arrangiamenti erano di Jack Nitzsche, ma Phil lasciava ai musicisti la facoltà di fare piccole modifiche, aggiungere fraseggi extra di chitarra o basso. E c’era un’altra cosa insolita che faceva: lasciava il microfono di tutti sempre aperto. Ecco da dove viene il Wall of Sound, ognuno contribuiva col suo suono al suono degli altri.

È stato lui a chiamarmi fin dal principio Darlene Love, il mio vero nome è Darlene Wright. Come me amava le cantanti gospel e ce n’era una che si chiamava Dorothy Love Coates. Ecco da dove viene Darlene Love. Mi diceva che adorava quella musica. Mi parlava dei cantanti gospel che andava a vedere, come i Five Blind Boys e Sam Cooke con i Soul Stirrers. È così che ho accettato quel nome d’arte.

Stare vicino a Phil mi ha insegnato molto. Pensai che se Darline Love doveva restare il mio nome, era bene che lo assumessi anche legalmente, e così ho fatto. Quando in seguito Phil mi ha detto che «il nome non è tuo, lo possiedo io», sono stata in grado di rispondergli che era legalmente mio e che non poteva farci niente.

I maggiori successi che abbiamo realizzato sono stati He’s a Rebel e He’s Sure the Boy I Love. Non uscivano a mio nome, ma è come se fossero miei. Li ho registrati col nome di Darlene Love, perché è così che li conoscono i miei fan e gli addetti ai lavori. Erano tutte grandi canzoni.

La prima volta che ho visto il lato oscuro di Phil è stato dopo che è andato a Londra. Il Phil Spector con cui sono cresciuta, quello con cui ho registrato fino all’album di Natale [1963], era un ragazzo spensierato. Era come il direttore del circo. Mi chiamava “bambola”. Uscivamo a pranzo. Questo è il tipo di relazione che abbiamo avuto. Ci si divertiva.

Poi Phil è tornato da Londra era cambiato. Fu allora che vidi il suo lato oscuro, la mania di controllo sulle persone. Prima non era così. Anzi, era un piacere stare insieme a lui. Era divertente. Poi ha cominciato a dirmi come cantare, facendomi ripetere le canzoni più e più volte o la stessa frase all’infinito. Gli dicevo: «Conosco queste canzoni e non ho mai avuto problemi a cantarle prima. Phil, qual è il problema?». E lui: «Non mi piace come hai cantato quella frase». Si andava avanti così per ore. In studio c’era gente nuova, come uomini d’affari o membri dei Beatles. Phil faceva spettacolo del suo potere. Non conoscevo quel suo lato, mi illudevo che non mi avrebbe trattata in quel modo perché avevamo una relazione speciale. E invece no: trattava così tutti. Mi metteva pressione e io non lavoro bene in quel tipo di situazione. Preferisco discutere pacatamente, ma farlo non era più possibile.

È stato in quel periodo che ho iniziato a sentirlo parlare di pistole. Un giorno mentre entravo in studio ho visto che tutti uscivano di corsa. Dentro c’era Phil con una pistola. Sono tornata a casa. Gli dicevo: Phil, uno di questi giorni tirerai fuori la pistola e succederà qualcosa di brutto. Glielo ripetevo, ma mica credevo che sarebbe successo. Però sapevo che le persone che hanno una pistola prima o poi la usano. Ma mai e poi mai avrei creduto che sarebbe accaduto quel che è accaduto.

L’ultima registrazione che abbiamo fatto assieme è stata Lord If You Are a Woman [nel 1977]. È allora che ho fatto qualcosa che nessun altro artista aveva mai fatto prima. Ero in cabina con le cuffie e gli ho detto: «Non va». Mi sono tolta le cuffie, le ho posate sulla sedia, ho preso il cappotto e la borsa e sono andata. Non l’ho più rivisto. Me lo sono messo alle spalle. Meglio essere una cantante sconosciuta per il resto della vita che sopportare un produttore che si comporta in quel modo solo per avere un’altra hit.

Mi piace cantare. È la mia vita. Amo intrattenere le persone, farle sentire bene. Ma in quel momento, non potevo far sentire bene nessuno perché la prima a non sentirsi bene ero io. Ecco perché non volevo più registrare con lui. Ci legava ancora un contratto, ma non ci ho pensato due volte: «Non mi interessa più. Non voglio più registrare con te e non puoi costringermi a farlo».

Ha comunque continuato a provare a gestire la mia vita. Negli anni ’80 mi ero trasferita a New York e sono andata al Late Show di David Letterman a cantare Christmas (Baby Please Come Home). Lui ha chiamato la produzione dicendo che se mi avessero fatto cantare di nuovo quella canzone nello show li avrebbe citati in giudizio perché non mi era permesso farlo. E questo dopo 20 anni di vita con lui. «Che diavolo ti importa di me che canto questa canzone? Ti faccio comunque fare soldi». Ma lui aveva questa idea del possesso, voleva che facessi solo quello che voleva lui.

Non l’ho visto di persona fino a quando non mi ha invitata alla cerimonia di ingresso alla Rock and Roll Hall of Fame [nel 1989]. Era seduto a un altro tavolo con il suo avvocato. Mi ha detto: «Dai, Darlene, mettiamoci il passato alle spalle. Seppelliamo l’ascia di guerra». E io: «Non ho un’ascia da seppellire. Tu però mi devi migliaia di dollari. Perché non mi paghi?».

Mi offrì 25 mila dollari a fronte della firma di un contratto in cui rinunciavo a tutti i miei diritti sulla musica che avevamo registrato. Avrebbe avuto il controllo su tutto quello che avevamo fatto insieme. Non accettai. «Sei pazzo?». Avevo bisogno di soldi e 25 mila dollari erano una bella cifra in quel momento per me, ma mi rifiutai di cedere perché sapevo che mi si sarebbe ritorto contro. Che mi sarei pentita. E difatti quello è stato il giorno in cui ho deciso di far causa a Phil Spector. Se m’avesse lasciata in pace, probabilmente non lo avrei fatto. E invece ha continuato e così mi sono detta che l’unico modo per sbarazzarmi di lui sarebbe stato fargli causa. Sapevo che avrei vinto perché ero dalla parte del giusto, della verità.

Quando ci siamo rivisti è stato in tribunale e i rapporti di forza erano cambiati. Ero una donna adulta e lui non poteva più esercitare alcun controllo su di me. Non poteva più comandarmi. Ho capito che avrei vinto il giorno stesso in cui è arrivato in tribunale. È salito sul banco dei testimoni per essere interrogato dal mio avvocato e ha detto: «Darlene Love non possiede queste canzoni. Io le possiedo e lei non ha alcun diritto su di esse». Il mio avvocato: «Se non aveva bisogno di Darlene Love, perché non ha realizzato solo la parte strumentale?». Phil è rimasto in silenzio per un minuto.

È stata una settimana di interrogatori e controinterrogatori, a lui e a me. Mi ci è voluta tutta la calma del mondo per sopportare. Il mio avvocato mi aveva avvertita: «Devi mantenere la calma. Non mostrare rabbia, né amarezza». Mi avevano dato un quaderno e una matita. Se mi fossi infuriata avrei iniziato a scarabocchiare. Non fu necessario. Sono riuscita a rimanere calma e a fargli capire che non aveva più alcun controllo su di me.

Alla fine, ho vinto la causa, ma c’è voluto del tempo per avere i soldi. Per tutto il tempo delle udienze non mi ha mai parlato. Eravamo lontani in quell’aula tanto quanto l’oriente dall’occidente. Ma non ho mai avuto paura di lui. Non ho mai pensato che mi avrebbe fatto del male. Pensavo che rispettasse chi ero e il mio talento. E difatti è questo che voleva controllare: il mio talento. Quando ci ha provato, ho rotto con lui.

Perché era tanto arrabbiato e disturbato? Credo per l’uso di droghe e alcol. Sono convinta che abbiano giocato un ruolo importante nella sua vita. La gente mi chiedeva: «Perché ti sta ancora tormentando?». Succedeva perché qualcun altro stava cercando di aiutarmi a diventare una star. Come al Late Show. Phil Spector semplicemente odiava perdere il controllo sulle persone.

Quando sono entrata anch’io nella Rock and Roll Hall of Fame [nel 2011] è quasi impazzito. Faceva parte del comitato per le nomine e s’infuriava ogni volta che veniva fuori il mio nome. «Non merita di entrare nella Rock and Roll Hall of Fame! Come osi?», diceva seccato a chi lo proponeva. Il mio successo lo rendeva infelice.

Quando ho saputo che era stato arrestato per omicidio, mi sono detta: sapevo che questo giorno sarebbe arrivato, ed è arrivato. Ma nello stesso tempo mi sono sentita male.

Grazie all’aiuto di Dio, ho imparato che non posso continuare a provare odio. L’odio ha il potere di ferirti in tutti i modi, fisicamente e mentalmente. Non potevo permettergli di continuare a farmi del male. Ho dovuto fare molta ricerca interiore per superarlo. Ho pregato tantissimo. Ho pregato per Phil. In fondo, volevo essere una persona felice e piena di gioia. La felicità è ciò che ti tiene in vita e ti aiuta ad andare d’accordo con le persone. Non puoi sempre avere dei retropensieri: è accaduto questo e quello, se lui non mi avesse ostacolata sarebbe andata diversamente.

Mi sono sbarazzata di questi pensieri e mi sono concentrata su ciò che avevo realizzato. E posso dire che, se non fosse stato per Phil Spector, non avrei avuto la carriera che ho avuto. Eccoci qui, oltre 50 anni dopo a raccogliere i frutti del lavoro fatto all’epoca.

Odio che sia morto nel modo in cui è morto e odio il luogo in cui si trovava quando è morto. Per questo, in questo momento, sono molto, molto triste.

Questo articolo è apparso originariamente su Rolling Stone US.

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