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Peter Jackson parla di ‘Get Back’: «Non sono i Beatles che si stanno sciogliendo»

Per il regista della docuserie che vedremo il 25, 26 e 27 novembre «è sbagliato isolare i momenti di tensione. Ho mostrato com'erano John, Paul, George e Ringo: ragazzi sensibili, non primedonne»

Foto: Linda McCartney/Apple Corps Ltd.

«È come se una macchina del tempo ci trasportasse nel 1969, in uno studio in cui quattro amici fanno musica insieme, e che musica». Quattro anni di lavoro non hanno tolto a Peter Jackson l’entusiasmo per avere realizzato quello che per molti fan dei Beatles sarebbe stato il sogno di una vita: prendere una sedia e mettersi accanto a John, Paul, George e Ringo mentre scrivono, scherzano, litigano e, ovviamente, suonano. Il risultato sono le tre puntate di Get Back, la docuserie diretta dal regista premio Oscar neozelandese e basata su 60 ore di materiale video in gran parte inedito, che andranno in onda su Disney+ il 25, 26 e 27 novembre.

«Guardare tutte quelle ore di girato è stato affascinante», racconta Jackson in una conferenza stampa via Zoom con le testate di tutto il mondo, «perché oggi tendiamo a pensare che sui Beatles sia stato detto tutto, che tutto sia stato visto e ascoltato e che non ci siano più sorprese. Invece ho scoperto che non è così. Prima di vedere tutto il materiale avevo letto che in quel periodo Paul e John non lavoravano insieme, non scrivevano canzoni insieme. Get Back invece mostra che questo non è vero: ci sono diverse scene in cui loro due sono lì che scrivono una canzone. Non è una cosa che mi sono inventato io, è tutto registrato dalle telecamere».

Ma come è nato il progetto? E perché è stato affidato proprio al regista del Signore degli anelli? «Ero alla Apple Corps per parlare di progetti che non sono ancora stati realizzati, e mi hanno detto che avevano tutte quelle ore di girato, oltre a 130 ore di audio. Mi hanno anche detto che stavano pensando di usare le immagini per fare un documentario. Ho chiesto di dare un’occhiata al girato. Pensavo che avrei trovato del materiale triste, non sapevo bene cosa aspettarmi. Quelle immagini mi hanno catturato e a quel punto gli ho detto: be’, se cercate qualcuno per farlo, potete pensare a me».

Le 60 ore di girato sono state restaurate a Wellington, in Nuova Zelanda, dalla Park Road Post Production, lo stesso team che ha lavorato al restauro dei materiali d’epoca su cui Jackson ha costruito Per sempre giovani, il suo documentario realizzato nel centenario della fine della Prima guerra mondiale.

Il regista sottolinea che ha potuto lavorare in grande libertà, senza condizionamenti da parte dei Beatles e dei loro eredi. «L’indicazione è stata semplicemente: restaura la pellicola e racconta tutta la storia. Il film è autorizzato dai Beatles, ma la storia non è stata edulcorata. Mi hanno persino chiesto di non togliere le parolacce. Per la prima volta si può aprire la tenda e vedere cosa c’è dietro. È chiaro che con tutto quel girato ci sono un sacco di cose che sono state tagliate, ma mi piacerebbe poter dire che non ho lasciato fuori niente di quello che serviva a raggiungere l’obiettivo che ci eravamo dati: fare un ritratto molto accurato di com’erano i Beatles in quei giorni. Ecco, penso che l’obiettivo sia stato raggiunto».

Peter Jackson. Foto: James Brickwood/Fairfax Media via Getty Images

Nei 40 minuti della serie che Rolling Stone ha potuto vedere nei giorni scorsi c’è anche molto parlato. Alcune delle conversazioni che si sentono nel film sono finite su vari bootleg e per i fan non sono una novità assoluta ma, spiega Jackson, «c’è una bella differenza tra ascoltare solo l’audio e metterlo assieme a delle immagini. Cambia tutto. Inoltre, grazie alla tecnologia di oggi, abbiamo potuto prendere delle scene in cui i Beatles accordavano gli strumenti e intanto parlavano tra di loro, pensando magari che nessuno li potesse sentire perché coperti dal suono delle chitarre. Togliendo questo suono abbiamo tirato fuori delle conversazioni che altrimenti non avremmo mai potuto ascoltare».

Anche alcune delle immagini di Get Back, su tutte l’esibizione live sul tetto della Apple al 3 di Savile Row, non sono certo inedite per i fan. Anche perché Let It Be, il film di Michael Lindsay-Hogg uscito all’indomani dello scioglimento del gruppo, è basato sullo stesso girato utilizzato da Jackson. Il quale, però, ci tiene a sottolineare le differenze tra i due lavori: «Non è assolutamente vero, come ho letto da qualche parte, che Get Back è un nuovo montaggio di Let It Be, e quando uscirà la cosa sarà ben chiara. Semmai è un making di Let It Be. Anzi, forse è meglio dire che è un dietro le quinte di Let It Be, anche perché ho cercato di usare il meno possibile delle immagini che sono finite in quel film».

Le tre puntate della serie durano un totale di sette ore. Un formato che non era nella testa di Jackson fin dall’inizio. I cinema chiusi e tutte le altre limitazioni legate alla pandemia hanno però dato al regista e ai suoi collaboratori molto più tempo del normale per lavorare al progetto. «Abbiamo raffinato sempre di più il racconto delle singole giornate, e alla fine abbiamo capito qual era la storia che volevamo raccontare. Non poteva essere raccontata in breve: doveva essere lunga almeno come la vedrete. È stata la pandemia a trasformarla in una serie di sette ore».

Fare un lavoro di questo tipo ha inevitabilmente portato Jackson a “conoscere” da molto vicino i quattro membri della band. «Nel film non li vediamo come un tutt’uno, ma come quattro individui. Quando ho finito ho sentito che il mio rispetto per loro era aumentato. Li ho visti come persone, come esseri umani. Quattro ragazzi sensibili, non delle primedonne. È chiaro che ci sono i momenti di discussione, ci sono i problemi, ma qualsiasi band li ha. Quella che ho visto però non è una band che si stava sciogliendo, non erano quattro persone che non si piacevano più. Non è quello che ho visto nel girato. Penso che in un lavoro di questo tipo si debba mostrare il contesto: non si può isolare un momento di tensione e mostrarlo così, lasciando che lo spettatore dia la sua interpretazione dell’accaduto. A tutti capita di essere tesi, di prendersela con gli altri, a tutti capita di essere tristi per determinati motivi. L’importante in un lavoro del genere è che si capisca perché».

«Mi ha molto colpito il fatto che tra di loro ci fosse anche molto humour, che si facessero scherzi. Questo è lo spirito che ho visto, ma il mio obiettivo non era quello di mostrare “i Beatles felici”: semmai quello di fare un lavoro che rispondesse il più possibile alla verità. Ci sono quindi la voglia di fare qualcosa di bello insieme ma anche la tensione e lo stress. Insomma: volevo che si capisse il contesto. Se sono riuscito a mostrare il contesto allora ho fatto un buon lavoro».

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