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Perché non c’è un erede di Battiato

È impossibile ritrovare in un solo musicista le tante caratteristiche che lo rendevano grande. Manca tra le altre cose la sua audacia. Ripartiamo dalla voglia di osare e il suo messaggio non sarà perduto

Franco Battiato

Foto: Rino Petrosino/Mondadori via Getty Images

E così è passato un anno, un anno senza Franco Battiato che in realtà era scomparso dai radar sin dal 2017. Ma almeno si sapeva che da qualche parte, alle pendici dell’Etna, lui c’era, anche se non trapelavano notizie certe sul suo stato di salute. In questo anno è sopraggiunto un grande vuoto. Ci siamo resi conto di quanto sia difficile fare a meno di un personaggio come lui, uno che per oltre mezzo secolo ha sempre fatto sentire la sua voce tramite dischi, canzoni, opere, colonne sonore, film, documentari, interviste, libri, ospitate. È stato un artista di rara generosità con il suo pubblico, la stessa che lo ha anche contraddistinto come essere umano. Una generosità fatta soprattuto di musica, certo, ma anche di consigli spirituali e filosofici per un’esistenza più consapevole. Diciamo la verità: Franco ha insegnato a molti a vivere, io sono tra questi.

La sua mancanza ha spinto parecchi a cercare un artista che potrebbe in qualche modo sostituirlo. Me ne accorgo alle presentazioni dei miei libri su di lui, non c’è volta nella quale, durante le domande finali del pubblico, qualcuno non mi chieda chi secondo me potrebbe raccogliere l’eredità di Battiato. Ciò mi mette sempre in serie difficoltà e spesso dico la verità: non so come rispondere. Il motivo è semplice: non credo ci siano in Italia artisti simili. Poi però ci penso bene e mi rendo conto che, a ben vedere, forse pezzetti di Franco qua e là si possono ritrovare, a volte in un certo afflato musicale, nell’uso della voce o di alcuni arrangiamenti, nelle tematiche, nella voglia di espandere i confini del pop, nello sperimentare in maniera comunicativa come lui ha fatto.

Chi lo segue fin dagli anni ’80 lo sa bene, con lui era più quello che non si sapeva di quello che si sapeva. Un esempio su tutti: a chi gli chiedeva cosa fosse il centro di gravità permanente rispondeva che una sua amica doveva fare una permanente e cercava un centro. Non rispondeva mai spiegando bensì eludendo, questo stimolava curiosità, chi voleva delle risposte se le doveva cercare da solo mettendo in campo curiosità e voglia di conoscenza. Anche se la sua musica non ha nulla a che fare con quella di Battiato, Liberato è uno dei pochi artisti che celano piuttosto che rivelare. La maggior parte degli altri tendono invece a offrire spiegoni del loro essere artisti e delle loro canzoni.

Se prendiamo il Battiato più popolare, quello de La voce del padrone, a laciare il segno non sono state solo le canzoni, ma anche un certo modo di arrangiarle unendo ritmiche e sintetizzatori dal sapore new wave con un certo costrutto classicheggiante (merito in larga parte di Giusto Pio) e minimalista. Si ritrova quel gusto in Colapesce & Dimartino, per esempio. Ma in molti casi si è carpito in pieno il lato pop, ma manca quel gustoso mix pop-colto che invece il Fabio Cinti di Al blu mi muovo o i Baustelle di L’amore e la violenza hanno saputo introiettare al meglio nei loro lavori. Se invece andiamo alle atmosfere pop-classico-elettroniche-sperimentali di album come L’ombrello e la macchina da cucire possiamo ritrovarne positiva influenza nel singolo Il Grande Minimo Solare di Beatrice Antolini. Andando indietro nel tempo è inevitabile inoltre citare Max Gazzè, i Bluvertigo e il Morgan di Da A ad A. In tali casi la lezione è stata ben compresa, e si sente.

Battiato diceva che in Italia se nasci in mutande muori in mutande. Ovvero, riferendosi al mondo musicale: chi è diventato famoso per una certa cosa tenderà a ripetere lo stesso schema. Lui invece ha cambiato molte volte passando dalla musica leggera al prog rock elettronico, salvo poi scivolare nella contemporanea, tornare al pop, misurarsi con le opere, ecc. Qualcuno ha fatto un percorso simile? È difficile trovare qualcuno nel panorama attuale che faccia canzoni pop e che abbia un raggio d’azione così ampio, un caleidoscopio che non ha eguali se non forse, uscendo dai patri confini, in uno come Frank Zappa.

E i testi? Quelli di Battiato sono link che conducono a libri, luoghi, conoscenze, filosofie, misticismo, film… Dentro c’è tutto quello che serve per farsi una cultura, per sviluppare uno spirito critico, conoscere e crescere a tutti i livelli. C’è qualcuno al momento che riesca a fare altrettanto in maniera così ampia, profonda, anche leggera (torna sempre il centro di gravità) ma sempre stimolante, con passione divulgativa e un velo di ironia? Non c’è nulla da fare, i messaggi di Battiato restano unici.

Battiato era anche un artista coraggioso. A livello underground l’Italia è zeppa di musicisti che fanno le proprie cose fregandosene delle leggi del mercato e proponendo prodotti più o meno innovativi. Il discorso è diverso quando si parla di mainstream. Credo che chiunque, dopo il milione di copie de La voce del padrone, avrebbe cercato di ripetere tale operazione a vita. Franco no, solo pochi mesi dopo se ne esce fuori con un lavoro diversissimo come L’arca di Noè, che infatti vende esattamente la metà del precedente. Da lì poi non si ferma proponendo album sempre diversi, fino alla fine, infischiandosene di tutto, cercando di soddisfare anzitutto il proprio desiderio di esplorazione. Quanti oggi riuscirebbero a fare una cosa del genere? Quanti farebbero a meno del sicuro guadagno e cambierebbero costantemente strada cercando nuovi traguardi artistici? Quanti si butterebbero a scrivere un’opera o a comporre partiture astratte come Campi magnetici?

Da Battiato ci si doveva sempre attendere l’inatteso, un po’ come con David Bowie. Qualcuno è in grado di farlo oggi? Forse Iosonouncane, lui ha coraggio da vendere e lo ha dimostrato dando alle stampe un’opera come il mastodontico Ira. Ripartiamo quindi dall’audacia, dalla voglia di osare. E il messaggio di Battiato non sarà perduto.

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