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Perché i Negazione

La band in cui suonava Marco Mathieu, scomparso la vigilia di Natale, ha trasformato angosce e disagi in poesia tormentata e hardcore fuori controllo. Ecco perché sono stati importanti

I Negazione

Foto: Vittorio Catti

Nella loro parabola durata una decina d’anni (è il caso di dire vissuti intensamente o, meglio, bruciati a tutta velocità, fra il 1983 e il 1992), i torinesi Negazione si sono guadagnati una fama quasi leggendaria: sono a tutti gli effetti uno dei gruppi hardcore più conosciuti nel nostro Paese e all’estero, artefici di un sound riconoscibilissimo che distilla la furia di Black Flag, Minor Threat e Bad Brains mixandola con suggestioni più heavy, rock e un’anima poetica, tormentata e inquieta.

Il 24 dicembre è morto il bassista del gruppo Marco Mathieu. Dopo lo scioglimento della band aveva chiuso con la musica per intraprendere una carriera da giornalista, saggista, documentarista e sceneggiatore. Era in coma vegetativo dal luglio del 2017, quando è stato colpito da un ictus mentre percorreva in scooter la strada fra Roma e Ostia. Per quattro anni e mezzo la famiglia, gli amici e i fan non hanno smesso di sperare nel suo risveglio, che purtroppo non c’è stato.

L’importanza del suo gruppo, nella musica non allineata degli anni ’80 risiede nella forte identità e nella capacità di creare canzoni esaltanti e aggressive senza troppo badare alle etichette, mettendo in gioco influenze e sonorità che travalicano la facile ortodossia.

Fin dal primo nastro – lo split con gli amici Declino, Mucchio selvaggio (1984) – i Negazione sono stati un’entità peculiare, in qualche modo strettamente legata alla Torino degli anni ’80 piagata dai mali tipici delle metropoli industriali (alienazione, eroina, omologazione, disoccupazione, mancanza di spazi e alternative). Loro hanno dato una forma sonora al disagio giovanile e alle battaglie quotidiane di ognuno, raccontando da dentro una Torino in cui l’angoscia del vivere si trasformava in poesia lancinante, declamata con chitarre fuori controllo e batteria a 1000 all’ora.

L’essere speciali dei Negazione è colto da subito anche fuori dai nostri confini. Il nastro e i primi due singoli autoprodotti del 1985 – Tutti pazzi e Condannati a morte nel vostro quieto vivere (ormai divenuti pezzi da collezionisti, con prezzi che possono arrivare anche a qualche centinaio di euro) – ricevono menzioni e recensioni positive un po’ ovunque, anche su Maximum Rock’n’Roll, la bibbia del punk. E la stampa specializzata italiana non è da meno, salutando questi lavori con entusiasmo e giudizi lusinghieri.

Il motivo è semplice: come altri gruppi contemporanei germogliati nelle varie scene cittadine italiane, sviluppano in maniera più o meno inconscia un sound personale, non derivativo, che esula dalla riproposizione degli stilemi importati principalmente dagli Stati Uniti. Perché in quel momento la scena italiana è davvero qualcosa di differente e unico, come conferma il chitarrista Roberto “Tax” Farano in una dichiarazione rilasciata quasi 20 anni fa a Metal Hammer: «Che eravamo un gruppo speciale lo credo anch’io, ma erano anche tempi speciali, se vuoi più duri, e quindi si agiva in un’altra maniera, c’erano meno possibilità e dunque dovevi lottare un po’ di più […]; forse questo deriva anche dal fatto che veniamo da Torino, e il vivere determinate situazioni che comporta una grande città avrà senz’altro avuto il suo peso… eravamo speciali, come lo erano i CCM, i Kina, gli Indigesti… come tutti i gruppi dell’epoca».

Questo momento di grazia è accompagnato da concerti in tutta Europa e dalla crescita esponenziale del loro status nella scena. È anche frutto di un impegno costante, una dedizione quasi totale alla missione musicale secondo la lezione di Greg Ginn dei Black Flag e della SST Records. Ha ricordato Tax, in un’intervista a Rolling Stone: «La musica e i Negazione erano tutto per noi, fin dal primo momento: quando non stavamo suonando eravamo ai concerti di qualcun altro, oppure creavamo una fanzine o cercavamo nuovi contatti per suonare o collaborare… da subito ci immergemmo nella scena – come si usa dire – che allora era minuscola, ma ben presto si è allargata».

Ed è così che si giunge a quella che sarà sempre ricordata come l’essenza dei Negazione, ovvero l’album Lo spirito continua. L’importanza di questo LP (pubblicato nel 1986 dall’etichetta olandese De Konkurrent e poi ristampato nel 1989 dall’italiana TVOR con copertina differente) è verificabile secondo due ordini di misurazione. Il primo, ex post, certifica che a oltre 35 anni dall’uscita resta uno dei più citati e amati dagli appassionati del genere. Il secondo è legato all’accoglienza e all’unanime consenso che il disco incontra all’epoca. Maximum Rock’n’Roll e Flipside, in America parlano del disco. La stampa italiana tributa le giuste lodi a questi 10 brani che divengono instant classics (come La vittoria della sconfitta, Dritto contro un muro, Lei ha bisogno di qualcuno che la guardi e la title track, giusto per citarne una manciata). Pur restando legati al punk, i Negazione iniziano a mettere d’accordo punk e thrasher (in un certo senso proprio come negli Stati Uniti stavano cominciando a fare band come DRI, COC e tutta la compagnia degli acronimi) con una furia, una tecnica e una violenza irresistibili. Senza dimenticare la vena poetica, intimista, riflessiva, soprattutto nei testi.

La caratteristica dei Negazione, comune agli altri gruppi “storici” di quell’ondata made in Italy, è il sound personale. E con esso la ferma volontà di non relegarsi in una nicchia di genere, spingendosi a sperimentare e inglobare influenze sempre nuove. Da questa volontà nasce l’album numero due, ovvero Little Dreamer (1988, il primo per la label tedesca We Bite, che segue il singolo interlocutorio Nightmare dell’87 su New Beginnings Records): una collezione di nove pezzi in cui è presente più che mai un piglio metallico – che fa storcere il naso ad alcuni fan di vecchia data – ma anche una ricerca di soluzioni ancora più imprevedibili, come l’incredibile e frenetica hardcore ballad Il giorno del sole e la chiusura affidata a Serenità di un attimo, costruita su arpeggi acustici ad accompagnare un vero e proprio parlato-recitato, con coretti melodici in background, cinguettio di uccellini e rumore del mare.

Alcune recensioni arrivano a sbilanciarsi definendoli l’avanguardia dell’hardcore europeo e paragonandoli agli Hüsker Dü per la risolutezza nel travalicare paletti e stilemi di genere, oltre che nel non volersi confinare entro una “scena” che sembra farsi più asfittica verso il tramonto degli ’80. Lo confermano le loro dichiarazioni in un’intervista del 1989 per Metal Shock, con Guido “Zazzo” Sassola (voce della band) che spiega: «”Scena” definisce un’area ristretta di persone e non tiene conto dei fruitori di questa musica che non vi sono direttamente coinvolti. […] Noi siamo stati parte integrante di qualcosa, e adesso siamo parte integrante di noi stessi».

All’indomani della pubblicazione di Little Dreamer, quando i tempi sembrano maturi per un altro salto in avanti, una serie di intoppi – principalmente l’ennesima defezione di un batterista (questa volta Fabrizio Fiegl) – frenano il decollo dei Negazione. Ma il nucleo storico (Zazzo, Tax e il bassista Marco Mathieu) resiste e assolda Elvin Betty (Gow, Magnifica Scarlatti, Aeroplanitaliani) a completare la sezione ritmica. Con lui vengono incisi Behind the Door e Sempre in bilico, rispettivamente un 12” e un 7” pubblicati all’unisono nel 1989 – una mossa particolarissima, peraltro, e decisamente anticommerciale.

Trovata una nuova stabilità con Jeff Pellino alla batteria (Giovanni Pellino, poi noto come Neffa in veste di rapper della prima ora, producer e cantautore), i Negazione nel 1990 registrano e fanno uscire il loro album 100%. Nell’arco di otto pezzi (nove nel CD, che include come bonus una cover di I Think I See the Light di Cat Stevens: altra scelta del tutto imprevedibile per una hardcore band) la formazione torinese porta a compimento un processo evolutivo in atto da anni. A livello di atmosfere e tematiche, la rabbia c’è ancora, ma non è più totalmente intrisa di nichilismo e livore, subentra una sorta di sguardo verso un potenziale futuro positivo, una speranza in ciò che verrà e una riconquistata fiducia nella vita.

Musicalmente i Negazione si presentano nella loro versione più rock in senso lato, con pezzi più diretti e dritti al punto, ma non per questo “facili” o banali – questo perché, come spiega la band in un’intervista del 1989 su Mucchio Selvaggio, «il collante che unisce i primi 45 giri a questo album è, di base, sempre la stessa energia. Sono i risvolti ad essere differenti. Qualcuno non l’ha capito. Una parte del pubblico è rimasta legata alla velocità, all’irruenza dei primi Negazione».

100%, oltre a contenere l’ultimo inno generazionale dei Negazione Brucia di vita, è anche il disco che sembra aprire vie verso orizzonti di pubblico più ampi e nuovi consensi. Con un nuovo batterista (Massimo “Massimino” Ferrusi), il 14 settembre del 1991 la band sale sul palco del Monsters of Rock a Bologna. Il cartellone prevede AC/DC, Metallica, Queensrÿche e Black Crowes. I Negazione vengono aggiunti all’ultimo momento e, infatti, non figurano sui manifesti ufficiali. È un classico momento magico, al netto delle critiche dei soliti duri e puri che li accusano di essersi venduti e di avere tradito lo spirito dell’hardcore e del punk, che prelude però alla fine.

Il gruppo, sorprendendo molti, si scioglie a meno di un anno dal live al Monsters of Rock. Le motivazioni le ha spiegate Tax a Rolling Stone: «A noi più di tutto interessava continuare a crescere, era il nostro obiettivo… però, arrivando al Monsters of Rock, venimmo avvicinati da realtà a cui noi non eravamo abituati o pronti – intendo di major discografiche, agenzie di booking per i concerti e management. […] Arrivammo a un punto in cui non ci divertivamo più […]. Eravamo un po’ scoppiati e alla fine abbiamo deciso che era meglio finire così l’avventura dei Negazione».

Una scelta dolorosa, ma anche saggia: mollare quando si è ancora al top è il modo migliore per salutare.

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