Perché dobbiamo prendere sul serio le canzoni «di genere assurdo» di Morgan | Rolling Stone Italia
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Perché dobbiamo prendere sul serio le canzoni «di genere assurdo» di Morgan

Le avete ascoltate e vi sono sembrate bizzarre? Lo sono, ma dietro ci sono anche ricerca su suoni e sintesi vocale, l’idea che l’editing sia un’arte, un esperimento produttivo e distributivo

Morgan

Foto: Paolo Gepri

Sul retro copertina il titolo era riprodotto in un carattere ridotto rispetto a quello scelto per le altre canzoni, come se fosse un accidente, come se fosse un glitch. La scritta diceva Fitter Happier. Era il 1997 e i Radiohead mettevano dentro a OK Computer una traccia bizzarra, un elenco di imperativi della società contemporanea: più in forma, più felice, più produttivo. Al posto di farli declamare da Thom Yorke, li facevano recitare da una voce robotica. Si chiamava Fred, era il sintetizzatore vocale del computer Macintosh. L’uso di quella voce umana-ma-non-troppo non sminuiva il concetto, lo rafforzava semmai, rendendo l’elenco ancora più alienante.

Fitter Happier m’è venuta in mente ascoltando le tracce elettroniche che Morgan sta pubblicando su Instagram. Sono talmente bizzarre da aver provocato in molti una reazione di rifiuto, specie in chi s’aspettava canzoni tradizionali come Il senso delle cose. Lui le chiama «canzoni di genere assurdo». Sono collage sonori che vanno dallo strambo all’esilarante in cui si fa uso della sintesi vocale, la tecnica text-to-speech usata dai Radiohead nel 1997 che permette a una macchina di trasformare un testo scritto in un suono parlato più o meno naturale (lo abbiamo a disposizione tutti, Google Translate è ad esempio in grado di farvi ascoltare il testo che avete digitato, in lingua originale e tradotta).

C’è una grande differenza fra quello che hanno fatto i Radiohead nel 1997 e quel che sta facendo Morgan. Il gruppo inglese ha usato la speech synthesis per rafforzare il senso del testo, lui la usa per frantumarlo, per creare un’esperienza nonsense accostando parole in modo apparentemente casuale – nel caso di Ano, una serie di lemmi presenti alla lettera A del vocabolario. È un invito ad astenerci per pochi minuti dalla ricerca di senso nella musica, quella ricerca che negli ultimi anni è diventata quasi ossessiva nei media e nei social, trasformati in un grande Genius che mira a spiegare anche l’inspiegabile. Possiamo liquidare queste bizzarrie elettroniche come divertissement senza spessore o liquidare la componente aleatoria con cui sono state realizzate come priva d’interesse. Oppure possiamo accoglierne l’invito a pensare alla parola non come significato, ma come suono che può attivare sensazioni o pensieri, esattamente come un accordo di chitarra. E semplicemente divertirci.

 

 
 
 
 
 
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Sulla sintesi vocale, nel 2019 Morgan ha scritto un testo per il Festival della Tecnologia presso il Politecnico di Torino e l’ha fatto leggere da un programma di dettatura vocale: «bisogna chiamare in causa la filosofia, la scienza cognitiva, la logica, la musica, la glottologia, l’informatica, la linguistica, la grammatica generativa, la comunicazione». Qui ci si limiterà a notare un altro paio di cose. La prima è che mettere la sintesi vocale al centro di composizioni, anche se giocose come queste, riflette l’importanza che la voce umana ha assunto negli ultimi anni nella ricerca tecnologica quale interfaccia fra uomo e intelligenze artificiali, basti pensare ad esempio alla diffusione sempre più capillare degli assistenti vocali. In campo musicale, la ricerca sull’intelligenza artificiale si è orientata anche alla riproduzione di parti canore composte e intonate da macchine che risultino credibili, ovvero indistinguibili da quelle di un essere umano. A quanto pare ancora non ci siamo, ma prima o poi ci arriveremo. Come dice Morgan, «in principio era il verbo e ora è tornato». Non molti artisti pop stanno sperimentando con la sintesi vocale, la qual cosa rende questi giochi sonori ancora più interessanti. Sarà un’idea romantica, ma piace pensare che l’arte può contribuire anche solo in piccola parte alla conversazione sulla voce nell’era digitale.

Morgan finora ha pubblicato tre pezzi di «genere assurdo» – Ano, Sottochiave spazionave, Che succede – e ha annunciato che saranno contenuti in un album intitolato Mr. Agon e il Sacro Silenzio, dove Mr. Agon è ovviamente l’anagramma di Morgan. Come ha spiegato in un commento di Instagram, Ano è la ritmica, Sottochiave spazionave è il testo, Che succede è il suono. Sono tutti frutto di un processo elaborato di editing. La parte musicale di Che succede, ad esempio, è ricavata dalla elaborazione del timbro e delle altezze di una singola nota suonata con un basso elettrico Alembic.

 

 
 
 
 
 
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Mi viene in mente un racconto musicale che fa girare la testa e che è contenuto ne L’audiolibro di Morgan. Si intitola M.S., sigla che potrebbe stare tanto per Music System quando per Morgan Sound, ma pure per Musica Sociale e Musica Sentimentale, i due poli fra i quali si divide la produzione del musicista. In quel racconto, praticamente un viaggio dentro i meccanismi creativi dell’artista-come-editor, Morgan dice di avere una cinquantina versioni di una multi-sessione che chiama Maître à penser, lo stesso titolo di una delle tracce di Mr. Agon. Le multi-sessioni, guarda caso un’altra MS, sono «un mondo di suoni, di loop, di voci». Possiamo considerarle jam di un solo musicista, giochi creativi, canzoni prima di diventare canzoni. Le versioni di Maître à penser sono di lunghezza variabile, dai 3 ai 27 minuti. È musica che sfugge al controllo, dice Morgan, è quasi irripetibile. È una materia sonora informe e in continua trasformazione, frutto tanto del disordine quando della voglia di divertimento, gli stessi elementi di cui sono fatti gli assurdi collage elettronici finiti su Instagram. Questo magma prende una forma determinata proprio grazie all’editing che, come ha detto Morgan, «è la vera composizione di oggi».

In definitiva, però, le tracce «assurde» sono soprattutto gesti musicali divertenti e forse un po’ dadaisti. Il loro stile si riverbera nel modo in cui Morgan le presenta al pubblico, disseminando i commenti di componimenti in rima, frasi ironiche, calembour, assurdità. Se queste tracce rappresentano un modo per superare le gabbie tradizionali del processo produttivo, in un certo senso il modo in cui vengono pubblicate su Instagram dopo aver ricevuto un certo numero di commenti forza le gabbie del processo distributivo. Lo è considerando in special modo il modo caotico e anticonvenzionale in cui Morgan ha diffuso musica negli ultimi anni. È l’artista italiano a cui si rimprovera più spesso di avere smesso di pubblicare musica inedita – l’ultimo disco di canzoni autografe è Da A ad A del 2007. In realtà non si è mai fermato, solo che non ha usato come medium l’album. Basti pensare all’audiolibro del 2020 che era pieno di musiche, di idee, di cose, di racconti sonori e sì, anche di canzoni.

 

 
 
 
 
 
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Ci possono essere mille motivi che spingono Morgan a non pubblicare un disco tradizionale. Lui dice ad esempio che le 1000 canzoni inedite che ha in archivio «i discografici non le meritano, il pubblico sì». E in un commento su Instagram ha scritto che «pubblicare per pubblicare non ha alcun senso soprattutto per uno come me che viene da un ventennio di pubblicazione con le major. Il concetto di casa discografica significa distribuzione e promozione. Non ci vuol nulla a pubblicare una cosa. Il punto è il potere di distribuzione e di promozione». Questo flusso produttivo disseminato in modo caotico su varie piattaforme è sia un gesto in linea con l’idea che il disco sia un contenitore inadatto al prodotto finale di quelle che Morgan chiama multi-sessioni, sia una ricerca di un modo alternativo per trarre un guadagno dalla musica registrata in tempi in cui lo sforzo di scrivere, produrre, incidere, promuovere un album tradizionale non è più ripagato economicamente e anche dischi notevoli una volta pubblicati vengono risucchiati dal grande nulla o se preferite dal flusso della musica che, a parte notevoli eccezioni, consuma le novità nel giro di pochissime settimane.

Morgan sta saggiando la disponibilità del pubblico a pagare la musica in modo alternativo rispetto ai 10 euro di abbonamento a un servizio di streaming o all’acquisto di un CD. Solo che lo fa in modo caotico e macchinoso. Un esempio: affinché sia possibile ascoltare gli inediti che ha presentato al Festival di Sanremo 2021, come Il senso delle cose, chiede il versamento su conto corrente bancario di almeno 5 euro. Al raggiungimento di 5 mila euro una nuova canzone verrà pubblicata in formato digitale (il 18 gennaio era stata raggiunta la cifra di 4200 euro circa). Sabato scorso Morgan si è sfogato nel gruppo Facebook che contiene istruzioni e aggiornamenti sulla raccolta fondi: «Chiuderò questo gruppo per irriconoscenza. Coloro i quali intendono proseguire nell’interesse verso il mio operato sapranno come organizzarsi e dove trovarmi, gli altri vadano pure a quel paese (che gli somiglia tanto, canterebbe Battiato e scriverebbe Sgalambro dopo aver letto Baudelaire)».

Il materiale che sta pubblicando a titolo gratuito è quindi una sorta di teaser: ho questi progetti, ci dice Morgan, non credete che valgano qualcosa? Lo ha scritto ieri su Instagram. Citando alcune delle cose che ha condiviso del suo lavoro degli ultimi due mesi, compresi «i 3 pezzi assurdi elettronici di alea e sintesi vocale», ha aggiunto un significativo «a buon rendere». Nel 2021, spingere 2000 persone a scrivere «lo voglio» al fine di ascoltare un pezzo inedito non è difficile, convincerle a spendere dei soldi per la musica lo è. Nei commenti al post, a chi gli scrive che è «un peccato che tra tanta robetta che esce, di continuo, uno come te non riesca a pubblicare album», lui risponde che «ho giusto quest’oggi avuto uno scambio con il direttore della Sony Music e mi ha ribadito il loro disinteresse a pubblicarmi».

 

 
 
 
 
 
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E così queste brevi composizioni sono un modo per sbirciare nell’archivio di registrazioni che prima o poi Morgan metterà a reddito. Su Instagram ha annunciato un piano a dir poco ambizioso che dimostra un’ampiezza d’interessi, passioni e talenti fuori dal comune, un progetto talmente ampio da spingere alcuni a pensare che no, non può essere vero. Oltre a rielaborazioni di musica di grandi compositori che prende il nome di Musica Seria e di cui si sentono da tempo i frutti su Instagram, il piano comprende album intitolati (si noti la ricorrenza delle iniziali M e S, che rappresentano quello che l’artista chiama albero MS) Musica Sua, Musica da Stadio, Musiche Stanche, Musica Sentimentale, Musica Sociale, Musica Seminale, Musica Suonata, Musica Scientifica, Music Specimen, Musica Scolta, Musica Straniera. Fuori dall’albero MS si trovano altri progetti: Morgangel (concept album triplo), l’EP Quello che ha perso Sanremo, gli 8 volumi di reinterpretazioni di cantautori Romnag Catna (che sta per Morgan Canta), i 17 volumi di Morgan Plays Bach, il doppio L’audiodisco di Morgan, il terzo volume delle cover di Italian Songbook, This time la luna e Fuori dall’appartamento, ovvero la versione riarrangiata con featuring e inediti del primo disco solista Canzoni dell’appartamento.

Alto e basso, pop e colto, inediti e riletture. Un sacco di musica, di tutti i tipi. Un po’ troppo, dite? Invece ci sta, stiamo pur sempre parlando di un musicista che dice «io non vivo, io scrivo». O forse il piano sarà disatteso, come è accaduto in passato, ma non è questo il punto. Il punto è che oggi la musica è andata dappertutto e Morgan l’ha capito.

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