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Perché ‘Black Rose’ dei Thin Lizzy è la canzone di San Patrizio definitiva

Phil Lynott e la sua band hanno scritto il più grande pezzo di rock irlandese di tutti i tempi, un’ode a chi racconta storie, agli oppressi e agli ubriachi

Ne hanno dovuta sopportare di roba gli irlandesi. L’Inghilterra. I Troubles. Il crollo della Tigre Celtica. Enya. Non hanno una storia facile. Anche i neri, per lo meno quelli che vivono nei Paesi a maggioranza bianca, hanno dovuto ingoiare un bel po’ di schifezze. Quindi, se fingiamo che sia vero quel che dice il protagonista del romanzo di Roddy Doyle The Commitments, ovvero che gli irlandesi sono i neri d’Europa, allora è normale pensare che Phil Lynott, il nero irlandese frontman dei Thin Lizzy, ha dovuto ingoiare più merda degli altri. Outsider tra gli outsider, ha trovato un modo per cavarsela fondando una rock band scandalosa, triste, piena di eccessi da ragazzacci. Chi nasce con la camicia, insomma, non può suonare il blues.

Una volta Sigmund Freud ha detto che gli irlandesi sono indifferenti alla psicanalisi. Almeno così dice l’irlandese-americano interpretato da Matt Damon in The Departed. In realtà, non è dimostrato che Freud l’abbia davvero detto. È una sciocchezza, un mito culturale, qualcosa di molto irlandese, molto rock’n’roll e molto Phil Lynott. Quindi, anche se è impossibile far stendere un irlandese sul lettino dell’analista, si può supporre che quando un popolo nasce sfavorito, cerca di sopravvivere inventando storie ed esibendo un po’ di swag. È quel che ha fatto Lynott scrivendo Róisín Dubh (Black Rose): A Rock Legend, title track dell’album omonimo dei Thin Lizzy, la miglior canzone irlandese di tutti i tempi.

Ok, i Thin Lizzy. Se non siete grandi appassionati di musica forse ricorderete il loro singolo del 1976 The Boys Are Back in Town, dall’album Jailbreak. La canzone (in grande successo) e l’album (un successo più modesto) sono magnifici esempi di hard rock sfrontato e sono stati i loro unici successi in America. Nel Regno Unito e in Europa hanno continuato a richiamare pubblico fino al 1983, e una versione del gruppo è tutt’ora in tour. Nel 1986 Lynott, sopraffatto dall’alcolismo e dalla tossicodipendenza, è morto tragicamente a 36 anni a causa di polmonite e insufficienza cardiaca, circostanza che l’ha elevato o relegato nella categoria delle vecchie leggende di un tempo passato.

Black Rose fa parte proprio di queste leggende del passato. È una canzone che parla di canzoni, un mito sui miti, un’ode incasinata, epica ed esageratamente melodrammatica all’Irlanda suonata dalla più irlandese delle rock band. Lynott racconta storie di re e regine mentre i chitarristi Scott Gorham e Gary Moore suonano riff che sono la versione modificata – e incredibilmente distorta – di melodie tradizionali irlandesi, accompagnati dal ritmo incessante del batterista Brian Downey.

Poi Lynott, che è sempre stato o borioso o timido, e che qui è un po’ tutte e due le cose, omaggia l’eroe folk Cuchulain, nero e accigliato ma sempre vincente, che muore nel verso successivo del testo (non c’è fatalista più grande di un irlandese). Intanto, le chitarre duellano con fraseggi modali celtici e Lynott, un punk fatalista con la testa piena di film di cowboy, fumetti hendrixiani, eroi erranti e la perfetta poesia sentimentale irlandese,  trova la chiave che lo porta in un pub paradisiaco dove tutti gli hooligan della storia bevono e ballano insieme. È qui, in questo pub, che è ambientata Black Rose. Una volta arrivato sul posto, Lynott dice a tutti di stare zitti e ascoltare. “Play me the melodies, so I might know”, canta. “I want to tell my children oh”.

È esattamente quel che di lì a poco faranno Moore e Gorham. Suonano le grandiose, eterne e sentimentali melodie di Danny Boy, Shenandoah, Wild Mountain Thyme e The Mason’s Apron, quest’ultima così velocemente che vi verrà automatico pensare a sudati ballerini irlandesi che sbattono i piedi sul pavimento e fanno volare scintille, persi in una assurda danza heavy metal.

Poi la musica si ferma e arrivano degli accordi indistinti di tastiera. La voce di Lynott si perde nell’eco, come se stesse cantando dalla cima della montagna di Mourne, e le sue parole attraversassero verdi vallate per arrivare nei cuori del bambini che suoneranno cover delle sue canzoni: gli U2, i Metallica, i Mastodon, gli Smashing Pumpkins, i Def Leppard, i Replacements e tanti altri che hanno trovato del romanticismo tra le chitarre distorte e i sentimenti sdolcinati di queste canzoni. Gorham e Moore volteggiano intorno al cantante, accennando frammenti di Whiskey in the Jar. Tornato sulla terra, Lynott inizia a fare l’appello e, nel suo classico stile, elenca i nomi di alcune leggende irlandesi facendo giochi di parole che avrà rubato a qualche barzelletta:

And it was a joy that Joyce brought to me
George, he knows Best
Oscar, he’s going Wilde
Brendan, where have you Behan?
Synge, playboy of the western world
Van, he is the man

E se a questo punto della canzone non desiderate di essere irlandesi, forse avete bisogno di un altro drink. E se, per grazia del signore, siete davvero irlandesi, allora siamo noi a dovervi offrire da bere.

Ah, nel frattempo il furbo Phil si intristisce e ci ricorda che nel mondo c’è chi soffre per le carestie, che la vita è dura, che Best, Behan, Synge, Wilde e lui stesso non sono ancora troppo vecchi e che c’è tanta strada prima di arrivare a Tipperary. Riempite i bicchieri, allora, signori e signore. Cantate una canzone gioiosa e combattete le stronzate che vi circondano con tutte le sviolinate che riuscite a inventare perché la fine sta arrivando. Ma prima che sia troppo tardi, fate un brindisi a chi racconta storie, a Cuchulain, alla capacità di sopravvivere con quel poco che si ha, a Phil Lynott, ai Thin Lizzy, alla parte verde smeraldo del vostro cuore, agli oppressi e agli ubriachi. E a questa canzone.

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