Se avete sempre voluto chiedere a Brian Eno che cosa lo ha spinto a fare musica, la risposta la trovate nel nuovo libro Cosa fa l’arte – Una teoria incompiuta (Mondadori), scritto con l’artista Bette Adriaanse. L’ex Roxy Music e inventore della musica ambient, in queste 121 pagine agili e intervallate da disegni e schemi (quasi fosse un libro per bambini), propone un’idea semplice e nello stesso tempo radicale: l’arte è una tecnologia emotiva che appartiene a tutti. E se lo dice uno dei produttori più influenti della musica contemporanea, che ha ridisegnato il sound di artisti che vanno da David Bowie ai Talking Heads, passando per David Byrne, U2, Coldplay e James Blake, un po’ di credito bisogna concederglielo.
Il libro, nato come dialogo tra i due autori nell’arco di un lungo periodo, parte da un’osservazione vagamente antropologica: «L’arte sembra essere un’attività umana universale». In ogni cultura, spiegano, gli esseri umani costruiscono maschere, costumi e rituali, e in questo modo fingono di essere qualcos’altro: «Un animale pericoloso, uno spirito, un’altra persona». Così, per loro, nasce l’arte: nella simulazione.
Per Eno e Adriaanse «l’arte è un simulatore». In altre parole, un dispositivo che permette di vivere emozioni, come nei sogni o nei videogiochi, dove possiamo sperimentare paura, amore, tragedia, eroismo restando comodamente seduti su una poltrona: «Attraverso l’arte possiamo sperimentare emozioni senza subirne le conseguenze». Perché, secondo i due, la funzione dell’arte è di espandere la nostra capacità di sentire: «L’arte espande il nostro repertorio emotivo». Insomma, una palestra per l’immaginazione e per l’empatia.

Per chiarire il concetto, usano l’esempio di un cacciavite. Lo stelo è la parte metallica che entra nella vite e svolge la funzione pratica dell’oggetto. L’impugnatura, invece, è la parte che si tiene in mano, quella che può essere modellata, colorata, resa più creativa o più interessante. È lì che, secondo loro, comincia l’arte: non nella funzione dell’oggetto (lo stelo), ma in ciò che aggiungiamo oltre la pura utilità (l’impugnatura).
Ecco perché la tesi del libro è sovversiva: l’arte non appartiene agli artisti. Perché, pagina dopo pagina e disegno dopo disegno (e pochissimi testi), ci illustrano che l’arte è un comportamento umano diffuso, che facciamo continuamente, come quando raccontiamo storie, organizziamo feste, decoriamo una stanza, balliamo insieme ad altri: «Il gioco è il modo in cui i bambini imparano. L’arte è il modo in cui giocano gli adulti».
Il risultato è un piccolo volume pieno di diagrammi, liste e intuizioni, più che di teoria sistematica esposta con tono professorale. Non a caso nel sottotitolo ammettono di esporre «una teoria incompiuta». Ma forse è proprio questo il punto. Per Eno e Adriaanse l’arte non è qualcosa che si può definire una volta per tutte: «L’arte non è un oggetto: è qualcosa che accade», sottolineano.
Accade, cioè, quando immaginiamo qualcosa che non esisteva, costruiamo alternative possibili e trasformiamo la realtà in un gioco collettivo. In pratica tutti noi siamo spinti all’arte, in ogni sua forma, per provare a vivere in un ambiente diverso. E questo, per Brian Eno e Bette Adriaanse, sarebbe il vero potere dell’arte: non decorare il mondo, ma provare a cambiarlo.















