Ornella Vanoni e Orietta Berti, le dive parallele che cantano la nostra estate | Rolling Stone Italia
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Ornella Vanoni e Orietta Berti, le dive parallele che cantano la nostra estate

‘Mille’ e ‘Toy Boy’ guardano al passato e raccontano due mondi diversi, due voci che hanno segnato la canzone in modi opposti. A unirli due coppie di corteggiatori, una più fortunata dell’altra

In un’epoca artistica, come la nostra, in cui la mancanza di prospettive va così spesso e con tanto piacere a letto con l’insufficienza di idee, non suonerà così strano che due dei tormentoni italiani di maggiore rilievo dell’estate 2021 – Mille e Toy Boy – siano entrambi rivolti, per contenuti, ritmi e melodie, invece che al presente, al passato.

Sarà solo leggermente più notevole che entrambi i terzetti che animano questi pezzi abbiano deciso di affrontare il tema dell’attrazione sessuale tra due coppie di giovanotti (Fedez e Achille Lauro, da una parte, e Colapesce e Dimartino, dall’altra) e le gilf da loro anelate: Orietta Berti e Ornella Vanoni.

Sono state vite parallele quelle di Orietta e Ornella. Negli stessi anni una è stata portavoce di un piccolo mondo semi-moderno, la cui cifra artistica era quella della pittura naïf applicata al canto sentimentale della provincia emiliana (“Quando l’amore viene il campanello suonerà”); l’altra è stata interprete delle grandi cose di città come il teatro e la moda, il rossetto e il cioccolato. Ornella musa di grandi autori cambiati come si cambiano reggipetti, Orietta rassicurante nume tutelare del marito Osvaldo Paterlini, con cui guida da 54 anni un indissolubile tandem a scatto fisso.

Eppure entrambe sembrano essersi accordate, proprio nella stessa calda estate, per relazionarsi pericolosamente e contemporaneamente con due coppie di musicisti-corteggiatori che, sommando le loro età, sfiorano appena quella delle donne oggetto del loro comune desiderio.

In Toy Boy Colapesce e Dimartino ripetono sostanzialmente, in musica, l’esperienza di Bozzone, il personaggio interpretato da Carlo Monni in Berlinguer ti voglio bene. Parafrasando uno dei monologhi cardine nel film, in cui l’operaio-poeta pregustava di incontrare in singolar tenzone la mamma del suo amico e collega Cioni (Benigni), i due siciliani inseguono “il brivido blu di una cantata di trent’anni fa”. Ornella è intenta, da dama raffinata qual è, a disprezzare e comprare, esprimendo varie, gustose variazioni sul tema di mamma Colapesce mi tocca, toccami Di Martino, lasciando spazio solo negli ultimi versi (“Ma provate a ritornare / Qualche cosa magari si può fare”) a un epilogo possibilista, che di fatto sancisce il momento in cui il trio dà inizio alla sua collaborazione musicale.

Sono bravi tutti a fare un pezzo rétro, ma non tutti sanno esprimere attrazione fatale rispetto a una signora di 86 anni con tanta coerenza e profondità. Colapesce e Dimartino manifestano la loro sottanza in modo disinvolto e divertito (“Portaci a bere in fondo al mare / Organizziamo un carnevale”), ma ogni volta che Ornella li interrompe, cantando o anche solo parlando, è come se fossero loro – cantautori – a essere suonati dalla voce di lei, strumenti musicali giocattolo nelle sue mani. Magari tutti i citazionisti fossero così ricambiati dagli oggetti del loro tributo.

L’originalità e la riuscita di Toy Boy stanno nel fatto che il passato musicale in cui i due siciliani si rifugiano non è ideale ma reale: gli stilemi o le atmosfere da riverire (la bossa nova italianizzata di Ornella) non sono solo evocati ma personificati. La Vanoni è, in particolare, la personificazione del nostalgismo canoro che, dopo una decina di anni di carriera originale e sperimentale, è stata di fatto la vera miccia dell’esplosione mainstream, post-sanremese, del duo siciliano. Toy Boy è un manifesto ironico di dolceamara presa di coscienza del successo ottenuto con l’uso di quest’arma. E se Musica leggerissima era una letterina d’amore aperta alla musica pop degli ultimi decenni, Toy Boy ne è la postilla sotto forma di sexting rivolta a una singola icona in carne, ossa e qualche ritocco.

Il rapporto tra omaggiata e omaggianti in Mille tutta un’altra storia. Il brano rappresenta mediante immagini che si ripetono, confondono e sovrappongono, tre monologhi interiori di Fedez, Lauro e Orietta. I monologhi maschili, con cui i due ragazzi si fanno avanti in maniera un po’ malaccorta (“Vorrei darti un bacetto ma di un etto / Se ti va ne ho ancora una dentro il pacchetto”), costituiscono le strofe della canzone; quello femminile, limpidissimo e rassicurante, un twist lirico di chiara ascendenza usignolesca, ne è il ritornello.

L’effetto straniante e, al tempo stesso, comico, che rende piacevole l’ascolto di questa imprudenza musicale, è rappresentato dal fatto che alle parole sempre più assurde dei due interlocutori amorosi (“Mi hai fatto bere come un vandalo”), che si alternano quasi in una gara a chi l’ha fatta più grossa, il ritornello (come da definizione) risponde puntualmente la stessa cosa. E tanto sono stressate e scompaginate le espressioni dei ragazzi, tanto è dolce e serena, ogni volta che prende parola, la posizione di Orietta: “Quando sei arrivato ti stavo aspettando / Con due occhi più grandi del mondo”, servita su un piatto d’argento posato su un centrino di pizzo.

Mentre nel videoclip (firmato Guadagnino) di Toy Boy, Colapesce e Dimartino, messi alle corde vocali da Ornella, si divertono a disinnescarsi da soli, vestendosi da giocatori di polo con i cavallucci marini al posto del cavallino, in Mille Fedez e Lauro, perlomeno nell’aspetto e nelle posture, cercano di mantenere una parvenza di proattiva, relativa sensualità. Al primo ascolto Orietta sembra esprimere dunque un’accettazione distratta e un po’ ingenua di questo scenario potenzialmente poliamoroso e multigenerazionale; da mangiatrice di rapper, suo malgrado.

Eppure dopo aver visto la copertina che Francesco Vezzoli ha realizzato per il singolo (ispirandosi alla pittura preraffaellita e mostrando i tre cantanti come le tre Grazie), può occorrere un dubbio di fondo. E se in verità Orietta li stesse elegantemente friendzonando? Se ciò che sembrava libidinosa concessione non fosse altro che un atto di fede monogamica all’unico, solo Osvaldo, ripetuto come un mantra, al cospetto di quelle tentazioni da Santa Orietta, tutto sommato non difficilissime da resistere?

Dopo un secondo e un terzo ascolto, il problema non si pone più. La linea osvaldocentrista ha la meglio. Orietta resta ritta legata all’albero maestro della sua nave coniugale e intona così il suo inno alla fedeltà, esplicito e gioioso almeno quanto lo è, per il sesso vero e proprio, quello di WAP di Cardi B (“Quante stelle ci girano intorno se mi porti a ballare”). Non rispondeva alle provocazioni in modo svampito o dissociato: le stava ignorando, cantandoci sopra nel suo stile. Ha perfino la gentilezza di non applicare alle orecchie tappi antirumore per resistere al canto da sirenetti dei suoi due scalcagnati spasimanti, che la invitano a condividere con loro il tempo di un’estate di gioventù fuoricorso. Orietta è la dimostrazione che quando tutti trasgrediscono la devianza migliore è restare coraggiosamente nella propria comfort zone.

Il problema, tra mille, che Fedez e Lauro sembrano aver risolto non è, allora, l’ebbrezza di un threesome, bensì il raggiungimento di un exploit, se possibile, ancora più straordinario: una hit estiva da regina dell’estate, che debutta prima in classifica, alla faccia di Baby K e compagnia cantando. Insomma i due si trovano dinanzi un palo irrevocabile e, con esso, un successo irripetibile. E il resto dei guai di Orietta li sa solo Osvaldo.

La differenza principale tra i due modelli di gilf e di donna configurati dalle performance di Orietta e Ornella è che Orietta, nella sua semplicità, nel suo apparente candore, è di fatto imprendibile; Ornella invece, con le giuste argomentazioni, si lascia conquistare. Sembrano Amor Sacro e Amore Profano nel dipinto di Domenichino. Chissà che non dialoghino tra di loro, da una canzone all’altra, più di quanto non facciano effettivamente coi loro compagni di terzetto.

Orietta è stata eroica nell’essere coerente fino all’ultimo rispetto al credo che aveva formulato fin dal lontano 1970 in Fin che la barca va: “Vorrei aprire in fretta il mio cancello / Ma quel cancello io non l’apro mai”. Ornella aveva già detto tutto, a sua volta, proprio nello stesso anno: “Accettare questo strano appuntamento / È stata una pazzia”. Ma non possiamo che essere felici che lo stia accettando ancora.

In questo dittico di brani c’è soprattutto la rivincita di Orietta, e non solo perché Ornella non aveva affatto bisogno di riscatti. Toy Boy è un omaggio così sincero e profondo che deve essere sfumato prima che sia troppo tardi. Mille, invece, è un canto di sexual tension fedifraga che ha come colpo di scena la lealtà, prima di tutto, nei confronti di sé stessi.

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