Ode a ‘Be Here Now’, il tonfo memorabile degli Oasis | Rolling Stone Italia
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Ode a ‘Be Here Now’, il tonfo memorabile degli Oasis

Non è un flop qualunque, è il flop che ha ammazzato il rock del Novecento. È un enorme, assurdo, costosissimo pasticcio drogato, un monumento a un’epoca di eccessi che non tornerà più

Noel e Liam Gallagher

Foto: Jill Furmanovsky

Be Here Now ha compiuto 25 anni. È il terzo album degli Oasis e una delle bombe più clamorose delle storia del rock. Era il 1997 e i rissosi e sbevazzoni ragazzacci di Manchester erano sul tetto del mondo. Venivano da due dischi perfetti, Definitely Maybe e (What’s The Story) Morning Glory?. Poi, ad agosto 1997, hanno sganciato Be Here Now, che non è un tonfo qualsiasi: è un tonfo leggendario. È un dinosauro tempestato di strass sparato in una piscina per bambini. È un enorme, assurdo, costosissimo pasticcio drogato, un monumento a una tradizione di eccessi rock destinata a scomparire.

Non è un flop. È il flop per antonomasia. Il flop che ha ammazzato il Ventesimo secolo. Non ce ne sarà più uno simile, per la stessa ragione per cui non ci sarà mai più un Hindenburg. L’esplosione di un solo dirigibile basta e avanza per rovinare il divertimento a tutti quanti.

All’epoca parlai del disco su Rolling Stone come di un concept su quanto lunghe sono le canzoni. Noel Gallagher, il grande autore che ci aveva regalato Wonderwall, Slide Away e Live Forever, prediligeva ora epopee chitarristiche da svitato, canzoni di tre minuti dilatate fino a durarne sei. Al povero Liam non restava che cercare di scalare coi pattini questa montagna di pensieri profondi. Gli Oasis erano talmente fieri di questa roba da scrivere la data d’uscita in copertina, manco fosse un fatto storico da commemorare, un giorno da tramandare ai nipoti, il D Day della lesione della cartilagine nasale. E come titolo scelsero il cosmico Be Here Now, che in realtà significava Here We Were While We Were Getting High.

Com’è potuto accadere? «So dove abbiamo smarrito la strada», ha detto Noel Gallagher a Q nel 1999. «A casa dello spacciatore, ecco dove l’abbiamo smarrita»

Noel non scherzava: Be Here Now è il disco da far sentire a un marziano appena arrivato sulla Terra che vuole sapere cos’è la cocaina. Come ha detto Noel, «quando ti danno un assegno in bianco per registrare un album e tutto il tempo che vuoi in sala d’incisione, difficilmente ti concentrerai. Dietro l’angolo ci sono un pub e un Kentucky Fried Chicken, chiaro che t’inpigrisci. Be Here Now non è ispirato quanto i primi due album. Non ci impegnavamo granché in studio. Finito il tour precedente ci siamo quasi sciolti, per poi dirci: “Ops, ci siamo dimenticati di dividerci”. Se non altro è stato un bene per il conto corrente».

Ristampato per il venticinquennale, Be Here Now è un monumento all’epoca in cui i rocker potevano ancora pubblicare dischi incasinati come questo certi che le persone sarebbero comunque corse a comprarli. Come milioni d’altri fan nel mondo, anch’io ho preso Be Here Now il giorno stesso in cui è uscito. Sono tornato a casa, l’ho messo sullo stereo e ho immediatamente rimpianto i 20 dollari spesi.

Se negli anni ’90 i Gallagher sono diventi eroi popolari è perché hanno sperimentato tutti gli eccessi tipici del rock, dalle risse sul palco ai matrimoni con le attrici. Altre band bevevano e si facevano e indulgevano ad atteggiamenti decadenti per fuggire dal male di vivere o dalla pressione della fama. Loro lo facevano per divertimento. Amavano la mamma, odiavano i conservatori, non sapevano che cosa fosse l’ironia, volevano vivere per sempre e intanto scazzottarsi. Sempre pronti a spararle grosse sui Blur. Mai misogini, anche perché l’unica volta in cui hanno cantato di donne è stato quando avevano bisogno di Sally o di un’Elsa per sniffare Alka-Seltzer. Facevano guitar rock con un approccio pop. Essere loro fan era uno spasso.

La cosa si faceva più ridicola di settimana in settimana. Durante le session di Be Here Now, Noel comprò una villa a Londra che chiamò Supernova Heights, con tanto di nome scritto in vetro colorato, il rifugio perfetto dove poteva andare una Kate Moss per qualche settimana senza essere notata. Stranamente, da quelle parti girava droga. Come ha detto al Guardian nel 2000, «mi sa che ho perso anni seduto in quel posto con le tende tirate dicendo stronzate su alieni e piramidi, sui cerchi nel grano o sul fatto che siamo stati o meno sulla Luna, ehi, aspetta un attimo, rivediamo le immagini al rallentatore».

Nel frattempo, Liam s’innamorava dell’attrice Patsy Kensit, un matrimonio che il fratello ha riassunto come «la bambola bionda e il pazzo con la barba». Anche l’adorazione di Noel per i Beatles superò il limite quando il chitarrista affermò che gli Oasis erano più grandi di Gesù. Ha poi chiarito: «Intendevo dire che eravamo più alti. Credo che Gesù fosse 1 e 73, io sono 1 e 78».

Ok, c’erano segnali di pericolo. Poi è arrivato il singolone in slow motion D’You Know What I Mean? dove per cinque, sei, sette minuti Liam cerca di convincerti che l’inno ti farà andare fuori di testa, non appena Noel si prenderà la briga di scriverlo. Dal mix emergono rumori d’elicotteri forse pronti a una missione di recupero dei fratelli nel caso il loro rock geniale causi una rivolta giù in strada. Al sessantesimo “All my people, right here, right now, d’you know what I mean?” il concetto stesso di “my people” comincia a sembrare forzato e si perde la linea sottile che separa “right now” da “fra un mese o giù di lì”.

L’ha detto Noel a Q: «Ero convinto che avrebbero passato tutti gli otto minuti e i tre assoli perché sopra c’era il mio nome e io ero il re del mondo. Chiaramente non è successo». Peggio ancora, D’You Know What I Mean? uscì nella stessa estate di Do You Know (What It Takes) di Robyn, con la svedese che ha finito per umiliare i bardi di Manchester.

Se quello era il singolo è perché era molto più orecchiabile di orrori come Don’t Go Away, Fade In-Out o i nove minuti orchestrali alla Sgt. Pepper di All Around The World – paradossalmente, due di queste canzoni sono state poi lanciate come singoli, nella terza c’è Johnny Depp alla chitarra. Noel riempie il disco di citazioni tipo “Sing a song for me / One from Let It Be” o “There’s blood on the tracks and they must be mine / The fool on the hill and I feel fine”. Forse c’era bisogno di meno Fool on the Hill e di più I Feel Fine. In totale sono 71 minuti di esplosioni sonore su esplosioni sonore, con Owen Morris che riempie ogni minimo spazio del mix con sovraincisioni di chitarra.

Il pezzo più cinico e sopra le righe è It’s Getting Better (Man!!), un riempitivo di sette minuti che finisce per essere uno dei momenti migliori del disco perché se non altro gli Oasis ricordano come si fa rock. Alla fine degli anni ’90, ferveva nel mondo della musica il dibattito come dovessero suonare i gruppi rock, se dovesse o meno suonare… rock. Che è un quesito strano, visto quanto fanno schifo i gruppi rock quando smettono di fare rock. È come suggerire a una squadra di baseball di scendere in campo e giocare a croquet (i Red Sox potrebbero effettivamente prenderlo in considerazione). Be Here Now è un caso di studio sull’imperativo categorico: suona rock. Le canzoni veloci e un po’ sceme sono sempre migliori di quelle lente e altrettanto sceme e It’s Getting Better (Man!!) ne è la prova.

Be Here Now, la canzone, è un’altra bella botta, con alcuni fra i migliori “come on” di Liam e il “you betcha” più accattivante dai tempi di Rock of Ages dei Def Leppard. The Girl In The Dirty Shirt è più hard, con le armonie dei fratelli che fanno pensare che, chissà, magari erano nella stessa stanza quando l’hanno registrata (come no). Insomma, un disco decente di mezz’ora lo si può anche ricavare: quei tre pezzi più metà di Magic Pie e magari un terzo di D’You Know What I Mean?. E però gli Oasis erano famosi per essere accessibili, perché mai fare tanta fatica per ascoltarli?

Nel 1997, le migliori band britanniche cercavano di essere rilevanti evitando di rimanere intrappolate nella champagne supernova della notte precedente. Ovvero: esperimenti audaci come Blur uscito a febbraio, OK Computer dei Radiohead a maggio, Vanishing Point dei Primal Scream a luglio, This Is Hardcore dei miei amati Pulp in inverno. Tutti classici. Gli Oasis, che pure erano più popolari di tutte queste band messe assieme, improvvisamente non erano più in grado di competere in questo campionato. Mentre i loro nemici Blur centravano una hit a sorpresa negli Stati Uniti con Song 2, col gancio “Non è stato facile, ma niente lo è”, gli Oasis sembravano dire: “È fin troppo facile, quindi rendiamolo inutilmente difficile”, senza essere in grado di cavarci fuori un “woo-hoo” decente come i loro rivali.

Be Here Now è stato l’ultimo sussulto della formazione classica degli Oasis, con la magia di Bonehead alla chitarra. Noel ha poi dichiarato di aver imparato la lezione. «Ho iniziato a scrivere canzoni su cose concrete e non su stronzate astratte». E invece il singolo successivo, Go Let It Out, ha dimostrato che Noel e le stronzate astratte erano ancora follemente innamorati. La coppia non si è più separata e va bene così, sul serio. Come ha detto lui stesso una volta, «devi essere quel che sei». Di Be Here Now ci resta il fatto che è una gigantesca, ridicola, auto-parodia degli Oasis. Lo potevano fare solo in quel momento storico e in quel luogo, poteva farlo solo questa band, con questa quantità di sostanze chimiche. Il 1997 è stato pieno di musica mediocre che oggi nessuno ricorda più. E invece Be Here Now è stato un flop memorabile.

Tradotto da Rolling Stone US.

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