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Non è kitsch, non è obsoleta, non è un vezzo: è il momento di rivalutare la chitarra synth

Per aiutarvi a farlo, vi segnaliamo una decina di dischi in cui la chitarra sintetica è usata al meglio. E se questo strumento tanto bistrattato rappresentasse il futuro?

Maestri della chitarra synth: Andy Summers e Robert Fripp nel 1984

Foto: Deborah Feingold/Getty Images

È fuori discussione che la notizia della dipartita di Eddie Van Halen abbia lasciato sconvolti un po’ tutti, anche chi normalmente ascolta della roba che con il rock (anche AOR e per questo non di nicchia) non ha nulla a che fare e ascolta Guaranà e stronzate simili. La morte di Van Halen rappresenta, soprattutto, l’ennesima morte del rock e soprattutto delle sue chitarre. Perché se è vero che la chitarra – dopo anni di crisi del mercato – è tornata a fare numeri a livello di acquisti durante la pandemia (come da articolo proprio su queste pagine) è anche vero che fa una fatica terrificante a ritornare in classifica e a imporsi, sostituita dai microfoni e dalle basi pre inscatolate, relegata quindi – in realtà – a un successo da reparto di hobbistica come potrebbe essere il bricolage o fare il pane in casa col lievito. In un mondo in cui l’elettronica sembra aver trionfato senza se e senza ma c’è quindi un solo modo per le chitarre rock di tornare in auge: la guitar synth.

La chitarra synth ha avuto, infatti, una certa diffusione dai ’70 ai ’90 soprattutto tra quei chitarristi in cerca di nuovi stimoli e intenti ad ampliare il raggio d’azione dei propri strumenti. Veri e propri pionieri di quest’arte sono stati ad esempio Pat Metheny, Steve Hackett dei Genesis, David Gilmour dei Pink Floyd, e in Italia Lucio Battisti, che per primo usò lo strumento in Anima latina, senza contare – negli ’80 – i Pooh periodo Asia non Asia e i New Trolls di America ok. E c’è da dire che in ogni discone che si rispetti c’è un pizzico di guitar synth. Ma tra gli addetti ai lavori è sempre stata materia scottante, qualcosa che creava e crea ancora scetticismo. Un po’ per i suoni, un po’ perché avere una chitarra capace di suonare come un’intera “orchestra” portava molti a dire «meglio suonare direttamente le tastiere». Era vista come un vezzo.

Ma il fatto è che la guitar synth è un mondo a parte, implica un modo diverso di suonare: soprattutto all’inizio, in era pre-midi, già per la grande latenza tra le note suonate e l’effettivo suono prodotto (da molti considerato imbarazzante poiché molto primitivo), averne controllo era complicato. Anche il pubblico l’ha sempre vista come una bizzarria, a volte neanche se ne accorgevano, ad esempio lo storico solo su Girls & Boys di Prince: chi ha mai voluto approfondire da dove veniva quella specie di voce robotica paperosa? Chi ha mai sospettato che il drone di Don’t Stand So Close to Me dei Police venisse da una chitarra sintetica? Eppure i loro suoni da soli fanno metà dei pezzi citati.

Ecco, forse è arrivato il momento di dire che quegli esperimenti in realtà sondavano un futuro di soli guitar synth pronti a difendere il rock e a conquistare il mondo. E allora oggi vi scegliamo una selezione di alcuni dischi bizzarri spalmati sul pane della storia in cui la chitarra sintetica la fa da padrone e con i quali (se non li conoscete) potrete capire meglio come funzionerà forse il futuro (e c’è da dire che nell’hard rock alcuni lo avevano già capito, ad esempio gli Iron Maiden che con le chitarre synth avevano un rapporto ottimo) e acquistarne subito una per rimettere i puntini sulle i, magari non per allenarvi a suonare per la cinquantesima volta Yesterday in cameretta.

“Primitive Guitars” Phil Manzanera (1982)

Il chitarrista dei Roxy Music già dagli esordi aveva sviluppato un suono di chitarra inedito, usufruendo dei sintetizzatori di Brian Eno (in particolare il VCS3) per filtrare il suo strumento. Una volta uscito dai Roxy, ha sviluppato il concetto che lo ha accompagnato fin dai primi tempi in cui tenne in mano la sei corde: ovvero non cercare di suonare come altri chitarristi, ma ispirarsi invece a musicisti assi in tutt’altro strumento (ad esempio Charles Mingus o Mike Ratledge).

Un modus operandi di notevole apertura mentale che trova un compendio definitivo nel suo disco solista del 1982 Primitive Guitars in cui, in effetti, la chitarra elettrica spazia dal creare suoni ambient/etnici fino a situazioni a proto techno, comunque sia all’insegna di un concept in cui le chitarre primitive rappresentano tutti gli esperimenti fatti da Phil dagli esordi fino ad allora concentrati in un bignami essenziale in cui la guitar synth la fa da padrona. Disco eclettico e difficilmente inquadrabile, Primitive Guitars ha la stessa sostanza della copertina in cui la sua celebre Gibson Firebird rosso fuoco viene tramutata in una specie di schizzo di colore sulla tela del tempo, una specie di fulmine di sangue elettronico che ci dice che la chitarra rock ha ancora molti globuli rossi da donare al mondo.

“Desire Caught by the Tail” Adrian Belew (1986)

Adrian Belew è una mosca bianca in un ambiente come quello chitarristico che non ha mai nascosto simpatie reazionarie per quanto riguarda l’uso dello strumento. Bene, il nostro eroe usa invece la chitarra come un generatore di suoni dal quale tira fuori di tutto, anche imitazioni di versi di animali. Il suo set implica l’utilizzo di un arsenale di effetti a pedale al massimo delle loro potenzialità e per questa sua capacità di suonare in maniera surreale è diventato uno dei chitarristi più ricercati al mondo. Inutile ricordare che è stato braccio destro di Zappa, poi scippato da Bowie, poi con i Talking Heads, Laurie Anderson, infine entra in pianta stabile nei King Crimson degli anni ’80 diventandone l’autore di punta.

Ovviamente non poteva che essere un pioniere della chitarra synth, della quale registrerà anche alcuni promo dimostrativi come questo. Ecco, nel disco del 1986 che prendiamo in considerazione il nostro dà davvero il massimo in questo senso, tanto che per la sua natura priva di compromessi gli costerà il contratto con la Island. Il disco si dipana tra arie mediorientali e allucinazioni microtonali, trasformando la sua chitarra in una specie di piffero marocchino impazzito, come a intuire un abbraccio post atomico tra oriente e occidente, una grande affermazione delle possibilità dello strumento col quale evoca artisti egiziani come gli Eek o gli esotismi ibridati alla Fatima Al Qadiri prima che andassero per la maggiore.

“Sand” Allan Holdsworth (1987)

Impossibile quando si parla di guitar synth non citare colui che a questo strumento si è dedicato anima e corpo fino quasi a diventare cosa sola. Anche se sarebbe meglio parlare di Synthaxe, che in effetti è uno strumento a sé, un controller midi a forma di chitarra e la cui tecnica è molto diversa e meno intuitiva. Ma tant’è, il suono che ne deriva è sintetizzato al punto giusto, pilotando soprattutto le patch dell’Oberheim, tanto che gran parte dell’opera di Holdsworth è una specie di roboante, cerebrale e freddissimo tornado elettronico che al meno pratico della faccenda fa venire il mal di testa. Estremo nel suo approccio “raffinato”, il nostro ha avuto estimatori tra musicisti classici e chitarristi come Eddie Van Halen, che andava ai suoi concerti accompagnato dall’amico Steve Vai.

L’eredità di Holdsworth, soprattutto per le nuove leve del suono ultra definito, è contenuta probabilmente nel disco Sand, in cui le possibilità del Synthaxe sono portate al massimo del rigore, mettendo su la scenografia sonora del palco di una fusion digitale del 2000 tanto ostica per i fruitori medi degli anni ’80 quanto rivolta a solleticare le orecchie dei nativi digitali del 2000. Poiché certi suoni sono l’anticamera di quelli dei loro device (poi pezzi come Distance and Desire oggi suonano più attuali e profetici che mai).

“Flaunt It” Sigue Sigue Sputnik (1986)

Non molte band hanno subito capito l’importanza del guitar synth in quanto non solo un elemento parziale del tutto musicale, ma quello che faceva davvero la differenza. Forse gli unici che hanno portato questo concetto allo stato dell’arte (sia a livello di alienazione futuribile che di approccio rock’n’roll a una materia avanguardista non diventando meri intellettualoidi) sono stati i Sigue Sigue Sputnik. Flaunt It rimane ancora oggi capolavoro insuperato in cui la guitar synth, coadiuvata dal campionatore, regna incontrastata. Leggenda vuole che la mitica GR 707 della Roland venne regalata a Tony James, l’ex chitarrista dei Generation X in cui militava Billy Idol, da Mick Jones (ex Clash, poi nei futuristici Big Audio Dynamite). Da quel momento James abbandona il suo stile precedente, classicamente punk e power pop, dedicandosi a decerebrati e ossessivi riff di due note due e a paesaggi sintetici degni della generazione dei videogiochi (Atari Baby è in effetti un’ode in questo senso).

Purtroppo schiacciati dalla loro stessa visione di futuro che si spegnerà col successivo Dress for Excess, i Sigue Sigue hanno portato alle nuove generazioni l’appeal sonoro ed estetico di una chitarra che era, in effetti, pensata per un’era soltanto immaginata e non reale, completamente virtuale, ma oggi quasi iperrealista. Tant è che neanche oggi esiste una cosa paragonabile alla GR 707 (sì, ci ha provato recentemente la Boss con l’interessantissima V-BDN, ma non ha avuto ahimè lo stesso appeal). Così come non è paragonabile l’uso che ne hanno fatto questi weird punkettoni usciti da un film di fantascienza di serie Z, che è poi il nostro presente. Se pensiamo ad esempio che Jimmy Page all’epoca usò la GR 707 per la colonna sonora del Giustiziere della notte 2 o che Ace Frehley (ex Kiss) la maneggiava per i suoi dischi solisti, non troviamo nelle loro prove un risultato altrettanto spaziale, segno che questo spazio i SSS lo vivevano sul serio.

“Bewitched” Andy Summers & Robert Fripp (1984)

La strana coppia di chitarristi più stilosi della storia del rock ha sempre bazzicato la chitarra synth. Fripp già con i suoi frippertronics coadiuvato da Eno portava avanti un’idea di chitarra ambient che chitarra più non era (recuperando i primi esperimenti che Eno faceva proprio col succitato Manzanera) e smanettava coi primi moduli guitar synth portando avanti questa ricerca fino all’entrata di Belew nei King Crimson durante gli anni ’80. Summers viveva l’uso della chitarra synth come una missione, tanto che nei dischi dei Police è difficile distinguere un sintetizzatore dal suo lavoro sulla sei corde se non per una certa “umanità” nelle note che sembrano suonate da un sequencer (prima abbiamo citato appunto Don’t Stand So Close to Me, ma basta ascoltare Synchronicity per capire di cosa stiamo parlando). Insieme scrivono una serie di dischi il cui più massicciamente infarcito di guitar synth è Bewitched, che il duo ritiene anche il suo lavoro più pop, se così si può definire questo viaggione tra il proto glo fi e un art rock a ruota libera. Sicuramente, in molti passaggi, anticipatore di un certo sentire cyberpunk anni ’90 in musica (se ascoltate Train capirete perché).

“Domestic Flights” Franco Fabbri (1983)

Chitarrista, ma soprattutto polistrumentista degli Stormy Six (sì, quelli di Stalingrado), Franco Fabbri traghetta nel futuro la sua band da un esordio rock psichedelico, attraversando la canzone folk di protesta, sostando nell’avant progressive fino ad abbracciare la musica sintetica. Oltre a essere un capolavoro, l’ultimo disco degli Stormy Six Al volo è anche uno dei primi a utilizzare massicciamente la chitarra synth degli anni ’80 in tutti i brani.

In particolare però il nostro Fabbri (ricordiamo grandissimo studioso di musica applicata agli home computer) scrive un album pioneristico in cui questo strumento è fondamentale. Domestic Flights nelle sue texture sonore anticipa la vapor e fa della guitar synth un’orchestra di silicio a prova di bomba. Una pietra miliare del genere, ma soprattutto un punto di partenza per le nuove generazioni che vogliono sperimentare l’ebbrezza di un certo sound alieno, che in realtà – prima che James Ferraro lo strombazzasse al mondo – rappresentava e rappresenta ancora il moderno nelle case di tutti che finalmente da mero oggetto diventa soggetto, voce, punto di riferimento culturale e non solo di consumo.

“Dream Generator” Carlos Alomar (1988)

Carlos Alomar è uno dei chitarristi più importanti del pianeta, se non altro per quello che è riuscito a creare insieme a David Bowie: suoi, per metà, sono infatti alcuni dei brani più popolari dell’inglese. Così è anche il suo chitarrismo, facilmente riconoscibile e proprio personalissimo perché in continua ricerca di tecniche inconsuete.

In un periodo di iato con la collaborazione con Bowie (che si frantumò letteralmente nel 1987 dopo il fallimentare Glass Spider Tour, per poi riprendere durante il periodo di Outside) il nostro decide di incidere un’opera ambiziosa: Dream Generator è registrato quasi interamente con una chitarra synth midi che pilota una serie di sintetizzatori suonando praticamente di tutto. Il risultato è una specie di colonna sonora per videogiochi di fantascienza, tra il new age e il futuribile, tra il pop di plastica e la scultura sonora, un disco che non si preoccupa affatto di sfoggiare anche i preset di fabbrica, ma anzi prevede certe tendenze di oggi che di quello fanno pane quotidiano.

“Glacial Guitars” Chuck Hammer (1985)

Chuck Hammer è un asso della chitarra, uno che per primo ha intuito le possibilità infinite della sei corde, relegata troppo spesso a un discorso meramente elettrico. Ecco che quindi le sue infinite guitar in cui il sustain sembra non fermarsi mai hanno creato centinaia di epigoni, tra i quali The Edge: che ovviamente seguendo il suo maestro non disdegnerà l’uso massiccio di chitarra synth soprattutto nel periodo weird degli U2, cioè quello di Zooropa e di Pop in cui a malapena si distinguevano i suoni di chitarra da quelli dei sintetizzatori. Chuck oltre a collaborare con nomi quali il solito Bowie (in particolare l’epico lavoro su Ashes to Ashes), Lou Reed (periodo Growing Up in Public) e compagnia cantante ha anche registrato dei dischi grandiosi quale questo primo capitolo delle cosiddette Guitarchitectures in cui la chitarra suona come rapide pennellate ambient e robosinfoniche di rara classe e intensità.

“Spike” Agata (2004)

Meglio conosciuto come il chitarrista allucinato dei Melt Banana, Agata oltre ad aver reso la mascherina chirurgica un must in tempi non sospetti è anche uno dei chitarristi più innovativi della generazione 90s. La sua tecnica chitarristica si basa soprattutto sull’idea che la chitarra tutto deve suonare fuorché come una chitarra: riempita di effetti, sezionata da sapienti chopper, campionata e sovracampionata e soprattutto sintetizzata con dei pedali dedicati. Il disco che meglio valorizza le grandi qualità del giapponese, rispetto al suo geniale lavoro nella band d’origine, è questo Spike, uscito per la Tzadik, in cui da solo mette su un intero ensemble elettronico spaziando dal ritmo alle texture fino all’astrazione più completa e fumi noise/space/industriali. Un must senza tempo e senza barriere ideologico musicali.

“Rainbow Bridge” Fire-Toolz (2020)
“Avatar Blue” Spencer Clarke (2019)

Accorpiamo qui due nomi recenti del giro vapor HD, che della chitarra synth hanno fatto tesoro portandola a nuovi livelli. Da una parte Fire-Toolz che con il suo crossover di influenze tra il metal fluo degli Enuff Z’nuff sporcato di growl e la nuova generazione elettronica post fusion usa la chitarra sintetizzata come un modo per esplorare velocemente dei territori musicali che crashano tra loro immersi nella velocità di informazioni dei dati digitali odierni. Dall’altra Spencer Clarke, uno dei padri della vaporwave, che con Avatar Blue gira in tour in coppia con Milan W., chitarrista armato di Casio midi synth guitar con la quale sviluppare pad suadenti elaborati al computer su un nuovo mondo digitale incontaminato. Entrambi i progetti rappresentano la risposta a una crisi di valori musicali che, appunto, si aprono al recupero di vecchie idee futuribili e di nuove soluzioni strumentali/timbriche che le nuove tecnologie mettono a disposizione per la chitarra. Ve ne lasciamo qui un assaggio perché una parola è poca e due sono troppe.

Concludendo: la chitarra synth può salvare dunque una volta per tutte la chitarra elettrica? La nostra risposta è: ovviamente sì. D’altronde le chitarre elettriche, quando vennero messe in commercio, salvarono la chitarra dall’essere seppellita dal fragore delle orchestre jazz e dall’essere individuata solo come esperienza “classica”. Nel nostro caso le recenti tecnologie possono rassicurarci sul fatto che quello che una volta era esperimento ora è invece realtà e la chitarra può finalmente competere con la potenza di un sintetizzatore non solo stando alla pari, ma addirittura superandolo. Quindi alle corde vocali preferite le sei corde: ovviamente sintetiche, non hanno bisogno di AutoTune per fare bella figura.