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Non ascoltate ‘Shabrang’ di Sevdaliza, potrebbe devastarvi

Il disco della cantante iraniana è «una lettera d'amore a me stessa». Paragonata a FKA twigs, amata da Billie Eilish, scrive canzoni in bilico fra arte concettuale ed electro pop, rarefatte, struggenti, a tratti disperate

Sevdaliza

Foto: un particolare della copertina dell'album 'Shabrang'

Questo articolo parte con un disclaimer: l’album di cui ci accingiamo a parlare, Shabrang, è bellissimo e consigliatissimo, A meno che non siate parecchio giù di corda. In quel caso, fuggite alla velocità della luce, perché le atmosfere profondamente malinconiche, oscure, struggenti e a tratti disperate delle canzoni che lo compongono rischiano di darvi la mazzata finale. E non dite che non vi avevamo avvertiti.

D’altra parte, la direzione che prende il mood del disco è dichiarata fin dal titolo: la sua autrice, Sevdaliza, lo ha battezzato così in onore di un cavallo della mitologia persiana – è nata a Teheran da genitori iraniani, per poi trasferirsi con la famiglia a Rotterdam a 5 anni da rifugiata politica – dal manto nero come la notte, montato da un eroe che deve attraversare una montagna in fiamme per difendersi dalle accuse di violenza che gli muovono. La copertina è un primo piano dell’artista, che fissa l’obbiettivo con aria altera e triste e sfoggia un occhio visibilmente pesto, mentre sul retro ha un enorme livido sul collo. E ognuna delle canzoni è intrisa di una costante lotta tra il bene e il male, sullo sfondo di un metaforico deserto popolato da creature misteriose.

In alcune dichiarazioni che hanno preceduto la pubblicazione del disco (uscito venerdì scorso), ha affermato che si tratta di una «una lettera d’amore a me stessa. È come se guardassi la vita che si dipana davanti a me, e non per me. Tentando sempre di muovermi verso la luce, alterno speranza, fede, paura e distopie. Mi sento privilegiata eppure incompresa. Una concorrente sfavorita». Anche il processo creativo sembra essere particolare: «È quest’album che ha scelto me, non viceversa», ha detto in un’altra intervista.

Ma chi è esattamente Sevdaliza? Trentatré anni, ex giocatrice della nazionale di basket olandese, poliglotta (parla olandese, farsi, inglese, francese e portoghese), ha cominciato a fare musica da indipendente, ispirata soprattutto dal trip hop anni ’90, ma è molto difficile definire la sua musica e la sua estetica, perennemente in bilico tra l’arte concettuale e l’electro pop. È una sorta di seguace di FKA twigs, ma meno eterea e più androgina e dark, e non a caso tra i suoi più grandi fan c’è la pop star dark per eccellenza, Billie Eilish. Ha pubblicato il suo primo vero e proprio album, ISON, nel 2017; per la precisione era un visual album, che ha definito una sorta di «dipinto in movimento da guardare tutto d’un fiato» e in cui immagini che sembrano uscite dall’incubo di un Goya post apocalittico sfumano e si trasformano lentamente.

La creatività scorre nelle sue vene, letteralmente e in senso figurato. Non a caso, tra le sue maggiori influenze cita la lunga stirpe di poeti persiani e artisti che può vantare come antenati, il che spiega anche le atmosfere rarefatte e delicate e le dichiarazioni sibilline che rilascia ciclicamente alla stampa, e soprattutto i testi astratti e onirici. In Lamp Lady, ad esempio, racconta la storia di una donna che vende mandarini sotto un lampione, chiedendosi che cos’altro ha la vita da offrirle; in Human Nature la bellezza di essere egoisti; in Joanna descrive un personaggio che è “il male incarnato”. C’è anche una canzone in farsi, Gole Bi Goldoon, in omaggio alle sue origini e alla cosmologia zoroastriana che ha battezzato l’album. Può sembrare tutto fin troppo pretenzioso e artefatto, ma dove le parole falliscono a descrivere il progetto, l’orecchio arriva a comprenderlo in ogni sua sfumatura e a innamorarsene.

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