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No, Tim Buckley non era solo il padre di Jeff

Il 29 giugno 1975 un’overdose uccideva il cantante di ‘Goodbye and Hello’ e ‘Starsailor’. È ora di riscoprirne il repertorio, magari partendo da queste quattro canzoni, tutte purezza, vertigine e dolore

Tim Buckley nel dicembre 1968 a Topanga Canyon

Foto: Ed Caraeff/Getty Images

Diceva Italo Calvino che “la poesia è l’arte di fare entrare il mare in un bicchiere”. E per parlare di Tim Buckley, non credo che ci sia un’immagine più facile, quieta e allo stesso tempo complicata da cui partire per spiegare la grandezza di quello che ai più è conosciuto come il papà di Jeff Buckley, così che anche questa affermazione alla fine possa essere versata nel bicchiere. Che si possa in qualche modo sostituire la parola poesia con la voce e la musica di Tim Buckley, e che parlando di lui e leggendone possiate iniziare un viaggio nel suo mondo, come se per la prima volta veniste a contatto con il mare, e senza aver appreso da nessuno iniziaste a nuotare, come si fa nel grembo di una mamma.

Si dice spesso di questa leggenda del rock, del country, del folk e della psichedelica: è il papà del più famoso Jeff. In realtà Tim Buckley tutto è stato tranne che un padre. Tim ha abbandonato Jeff che ancora doveva nascere per inseguire il suo sogno da musicista. Sono uniti dal numero 29, il giorno della morte di entrambi (29 giugno 1975 l’uno, per overdose di eroina e alcol, il 29 maggio 1997 l’altro) e dalla straordinaria intensità “angelica” delle loro voci. Certo Jeff si è preso la rivincita e, cosa rara in questo mondo, non è più ricordato come “figlio di”. È Tim oggi a cui ci si riferisce come “padre di”.

Ma torniamo al bicchiere. Alcuni non sanno chi sia Tim Buckley, né conoscono una sua canzone. Rare volte capita che Buckley papà venga preso ad esempio come musicista o autore, di rado viene accostato a grandi come Tom Waits, Bob Dylan o Leonard Cohen. Eppure bastano pochi brani per scoprirne la genialità, la profondità e l’originalità. Ha fatto con la voce quello che Hendrix ha fatto con la chitarra, diceva uno dei suoi collaboratori. E se questa affermazione sembra assurda, si ascolti Dolphins, brano di Fred Neil contenuto nell’album Sefronia del 1973: quanta straordinaria modulazione della voce, quanto andare verso l’alto e cadere vorticosamente, come il più bello degli angeli e allo stesso tempo il più peccatore. Quanta purezza nella voce quando sussurra “I’ve been a-searchin’ for the dolphin in the sea” e quanta vertigine c’è al minuto 2:39, per il cambiamento della tonalità e per la disperazione. È come se un angelo iniziasse a sbraitare. Avete mai sentito un angelo sbraitare e rendere il dolore una forma di liberazione? Tim Buckley possiede una voce angelica e la capacità di esprimere il dolore della dannazione.

Da Dolphins del 1973 passiamo a Song to the Siren del 1970. “Saliva in lui una vaga insoddisfazione mentre contemplava i moli, il fiume e quei bassi cieli, ma continuò a vagabondare qua e là, un giorno dopo l’altro, come se davvero avesse cercato qualcuno che gli si sottraeva. Voleva incontrare nel mondo reale l’immagine incorporea che il suo spirito contemplava senza posa. Non sapeva dove né come cercarla, ma era guidato da un presentimento, ed esso gli diceva che questa immagine gli sarebbe venuta incontro senza alcun atto manifesto da parte sua”. È come se la curva musicale di Song to the Siren seguisse le parole del Ritratto dell’artista da giovane di James Joyce. Il testo della canzone è un continuo richiamo al viaggio, al sogno e alla salvezza. È un Dedalo che riesce a uscire dal labirinto (il suo stato d’animo) col figlio Icaro volando, dopo aver costruito un paio d’ali.

Arriviamo al 1969 e all’album Goodbye and Hello che contiene una delle più belle canzoni d’amore mai scritte, Phantasmagoria in Two. Della stessa bellezza e con la stessa atmosfera struggente uscirà undici anni dopo solo Love Will Tear Us Apart dei Joy Division. Qui la musica dolce, dolcissima, accarezza i sensi, quelli terreni, la voce di Tim è disperata, lacerata, struggente e fa sentire il timore della solitudine, dell’abbandono, della richiesta di essere amati e compresi, come se la sua voce fosse pelle che trasuda dolore.

Ritorniamo al 1973 e a una cover di Tom Waits. Anche Tim, come il figlio che rifarà Hallelujah di Leonard Cohen, sceglie di confrontarsi con un gigante. Waits narra d’amore facendo sì che il tempo non sia più ferita, ma dolce momento di intimità con sé stessi. Tim riversa in Martha tutta la sua voglia di riprendersi gli errori passati, cambia la musica, mette i violini al posto del pianoforte, la sua voce è un prendersi il ricordo e trasportarlo nel futuro. Se in Tom Waits il ricordo non ferisce, in Tim Buckley è un coltello che va a riaprire una ferita. È la stessa cosa che Jeff Buckley ha fatto con Hallelujah. Entrambi sembrano tendere a un’altra dimensione. Sono accomunati dalla voglia di raggiungere il sole, ma le loro ali di cera si sono fuse, facendoli cadendo in mare. Tim Buckley è riuscito a far entrare il mare in un bicchiere, ma somiglia anche al Leopold Bloom dell’Ulisse di Joyce, quando dice sconsolato “mi par d’esser stato mangiato e vomitato”.

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