'Nightclubbing' di Grace Jones è il genitore 1 di tutti i dischi fluidi | Rolling Stone Italia
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‘Nightclubbing’ di Grace Jones è il genitore 1 di tutti i dischi fluidi

Figura androgina, sound contaminato, atteggiamento iconoclasta. C'è stato un tempo in cui non erano la regola, ma l'eccezione. Era il tempo di Grace Jones e di quest'album che compie oggi 40 anni

Grace Jones

Foto: George Rose/Getty Images

Oggi il mondo della musica pullula di figure androgine, gender fluid, sottilmente ambigue. La stessa cosa vale per il sound sempre più contaminato da diversi stili, a volte con un approccio dissacratore e iconoclasta, con musica nera e bianca che si compenetrano esplodendo in una tavolozza di colori. Negli anni ’80 erano poche le figure in grado di compiere questa magia, che ai più risultava scioccante: una di queste era Grace Jones.

C’è un album che ne sintitetizza la storia e di cui oggi cade l’anniversario: trattasi di Nightclubbing, anno 1981. È una vera e propria pirotecnia autobiografica, un manifesto d’intenzioni, uno zenit esistenziale e creativo scolpito nei solchi. La parabola ascendente di una ragazzina ribelle in una famiglia rigida che si rade i capelli a zero e decide di fare la modella mettendo tutti in crisi per il fatto che non è lei a indossare i vestiti, ma sono i vestiti a sparire sotto le sue forme di pantera sinuosa: pantera appunto, non si sa se maschio o femmina. Come Amanda Lear, nascono dei dubbi di genere che la Jones cavalcherà diventando l’icona di una nuova umanità priva di orientamento fisso, che sfugge alle etichette, prendendosi gioco del vouyerismo della gente.

Nightclubbing è proprio questo. Un album giusto al momento giusto, e soprattutto assolutamente libero. Dopo la sbronza disco dance di inizio carriera, quando si concentrava principalmente su cover, Jones prende sempre più confidenza con i propri mezzi e nel 1980 pubblica Warm Leatherette, l’LP che cambia le carte in tavola rivolgendosi sì alla new wave imperante ma ribaltandola come un calzino, creando uno stile che tenta di inglobare tutte le influenze più importanti del periodo, anche quelle più “estreme”. Non a caso l’album prende il titolo da una cover dei Normal, ovvero la band del capoccia della Mute Records, Daniel Miller, rimasta nella storia per un unico geniale e alienante singolo di minimal wave perfetta. Jones decide che deve rimanere anche nella storia del dancefloor e ne fa una versione spezzata, funk, con influenze black e digitali, dove l’apatia originaria è tramutata in azione volitiva.

È l’antipasto del Nightclubbing-pensiero: se infatti il precedente disco prende come leitmotiv il testo di Warm Leatherette, ovvero la perversione di Crash di Ballard in cui si consumano amplessi in incidenti stradali autoprocurati, qui il filo conduttore è una delle canzoni del periodo berlinese di Iggy Pop, quello di The Idiot, album scuro scritto a quattro mani con Bowie, manifesto di una post umanità in balia della notte. Mentre la versione di Iggy Pop è frantumata e decadente, quella di Grace Jones è invece cantata da una mistress carichissima e in cerca di una preda da divorare. Se è vero che Ian Curtis morì con in sottofondo il vinile di The Idiot sullo stereo, è vero anche che Jones ha inciso una versione assurda di She’s Lost Control dei Joy Division, un dub per fare quasi resuscitare Ian come in un rito magico ancestrale.

È un po’ il trampolino di lancio per un modus operandi rigoroso che altera le versioni originali per trasformarle in qualcosa d’inedito, mai sentito. Nelle sue mani la fioca Walking in the Rain degli australiani Flash and the Pan, da loro usata come lato B, diventa una grande canzone. Non che l’originale non funzioni, ma Jones la trasforma in un vangelo, una dichiarazione di pace e guerra, un inno alla vita come mistero, libertà e paradosso. Quel “Feeling like a woman / looking like a man” è una bomba di fierezza lanciata tra i reazionari e non ci vorrà molto perché diventi un inno gay. La versione di Libertango di Astor Piazzolla (“I’ve seen that face before”) è da urlo: ci si ritrova proiettati tra i vicoli di una fumosa metropoli  mentre si è assaliti da un déjà vu che si vuole affrontare di petto: che è poi lo stesso di ascoltare un pezzo strumentale come quello non solo trasformato in canzone, ma migliorato tanto che oramai tra la massa è considerata quella originale.

Non si capisce in questo disco se gli umori sono giamaicani, francesi, africani, bianchi new wave, folk, funk. Nulla è sicuro. Si viene scaraventati e sballottolati tra il tempo e lo spazio, tra pelle e pelle, in un ambiente post disco che si nutre di macerie sonore e le assembla come un invincibile robot. Di sicuro, Jones è una di quelle interpreti che fanno talmente loro le canzoni di altri da riscriverle a tutti gli effetti anche solo come spoken word. Ma ci sono anche degli inediti, regalati da grandi nomi del rock: Sting le cede Demolition Man, che poi riprenderà con i Police di Ghost in the Machine creando a tutti gli effetti una cover dell’interpretazione di Jones, e Marianne Faithfull, appena ripresasi da una vita di eccessi, le dona la splendida e serpeggiante I’ve Done It Again, ai confini col cool jazz.

Non contenta, Grace è co-autrice di due brani tra i quali l’irresistibile Pull Up to the Bumper, nella quale le allusioni sessuali sono evidentissime e che all’ascolto del suo funk mutante ti porta a contorcerti come un animale in calore. Use Me di Bill Withers è trasformata da supplica di un uomo a imperativo di una donna che chiede di essere usata, ma a occhio e croce non come personaggio passivo. Anzi, l’aura di dominatrix di Grace Jones è evidente, anche se ovviamente pulsa in lei un cuore puro, naïf, senza regole, né pose, come i bambini. Una passione del genere cova in Art Groupie, in cui si rivendica di essere una groupie dell’arte. Le tensioni afro-giamaicane filtrate da un mondo elettronico spaziano in Feel Up, l’unico brano interamente scritto da Grace, invitando appunto a non arrendersi alla manipolazione, di qualsiasi tipo essa sia.

La vediamo sulla copertina dell’album in un ritratto fotografico dipinto, opera del compagno storico, il grande Jean-Paul Goud, come se fosse una versione aliena e black di Marlene Dietrich vestita di Armani: immagine iconica tanto che la copertina viene considerata come una delle più importanti di tutti i tempi.

L’album alla sua uscita diede uno scossone al mondo del clubbing e della musica tutta, portando oltre i limiti di immagine, di sessualità e di sintesi tra le varie anime del mondo, razze comprese: roba che non è riuscita neanche a Michael Jackson. I musicisti ricordano che Grace Jones era sempre sul pezzo in studio, dando dei poderosi input e comportandosi come David Bowie, operando con un “ascolto compositivo” chirurgico. Tutti erano sicuri che ne sarebbe uscito un disco sperimentale, unico, in cui tutti erano in stato di grazia compreso il produttore Chris Blackwell e Alex Sadkin, famoso per aver poi messo mano ai più grandi successi dei Duran Duran.

Ancora oggi Nightclubbing viene citato, premiato, imitato. C’è chi si è formato dopo l’ascolto (i Gotan Project) c’è chi come Lady Gaga, FKA twigs, Mykki Blanco, Sophie ne hanno pescato a piene mani alla ricerca dello stile assoluto (e la lista è lunghissima). Che però, spiace dirlo, è solo di Grace Jones: che non si è mai fermata da quel momento, donandoci altre grandiose perle (Hurricane con Tricky alla produzione è un disco ancora oggi stupendo) ed era recentemente pronta per un tour che ovviamente la pandemia ha messo in pausa. La vedremo di nuovo in giro questa estate, carica come una molla. E pensare che tutto era nato per scherzo, cantando sui tavoli durante un party per una cosa che oggi chiameremo karaoke: ma quando sei “slave to the rhythm”, tutto è decisivo e nulla può ostacolarti.

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