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Nick Cave: «Ascoltiamo ‘Murder Most Foul’ come se fosse l’ultima canzone di Dylan»

Il rocker analizza l’epica di 17 minuti sull’omicidio di John F. Kennedy. «È come se Bob Dylan avesse percorso una grande distanza per darci conforto, mentre il nostro futuro incerto è temporaneamente sospeso»

Nick Cave

Foto: Kimberley Ross

«È una canzone sconcertante, ma bellissima. Mi ha commosso». Sollecitato dalle domande di alcuni fan, Nick Cave ha commentato sul suo sito The Red Hand Files la nuova canzone di Bob Dylan Murder Most Foul, un resoconto cupo e poetico dell’omicidio di John F. Kennedy.

«Al centro di questa epopea di 17 minuti c’è un evento terribile, l’assassinio di JFK, un vortice oscuro che minaccia di trascinare a sé ogni cosa, proprio come avvenne negli Stati Uniti nel 1963», scrive Nick Cave. «Dylan gira attorno all’incidente in modo vertiginoso e stila una lista di cose amate – per lo più musica – che guardare dritto nelle tenebre e liberarsene». Mentre la canzone si dipana, Dylan getta una cima di salvataggio dietro l’altra e lo fa in modo insistente, come se fosse un mantra, e questa cosa ci risolleva almeno per un momento, ci libera dalla gravosità dell’evento.

«L’implacabile cascata di riferimenti a varie canzoni» continua Cave «è un modo per raccontarci il potenziale che abbiamo noi esseri umani di creare bellezza, persino di fronte al male. Murder Most Foul ci ricorda che non tutto è perduto, la canzone stessa è un’ancora di salvezza che ci viene lanciata mentre annaspiamo, oggi».

«La strumentazione è informe, fluida, molto bella. Il testo ha l’audacia perversa e la giocosità di tante grandi canzoni di Dylan. Ma al di là di questo, c’è qualcosa nella sua voce di straordinariamente confortante, soprattutto in questo momento. È come se avesse percorso una grande distanza, come se avesse viaggiato nel tempo guadagnando in integrità e statura, per darci conforto come una ninnananna, come un canto, come una preghiera».

«Spero che questa non sia l’ultima canzone di Bob Dylan che ascolteremo. Forse però è cosa saggia trattare tutte le canzoni e tutte le esperienze che facciamo con l’attenzione e la riverenza che riserviamo alle ultime cose. Lo dico non solo alla luce del nuovo coronavirus. Lo dico perché è un modo fecondo di vivere e apprezzare il presente, assaporandolo come se fosse l’ultima volta. Bere una cosa con un amico come se fosse l’ultima volta, mangiare con la propria famiglia come se fosse l’ultima volta, leggere qualcosa a un figlio come se fosse l’ultima volta, o anche sedersi in cucina ad ascoltare una nuova canzone di Bob Dylan come se fosse l’ultima. Farlo riempie ancor più di significato quel che facciamo, ci colloca dentro al presente, mentre il nostro futuro incerto è temporaneamente sospeso».

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