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Zucchero: «Il nuovo album? Mi stavo rompendo i coglioni»

Il cantautore emiliano racconta il nuovo disco ‘D.O.C.’, «il lavoro di un campagnolo» nato dall'incontro con i collaboratori di Avicii e una strana chiamata verso la spiritualità: «C'è una luce, ma non necessariamente il Dio dei cristiani. È qualcosa di superiore, potrebbe essere lo spirito di mia nonna»

Zucchero

Foto di Robert Ascroft

Un anno fa, Zucchero sembrava scoraggiato. Alla fine del concerto in Piazza San Marco, a Venezia, confessava ai giornalisti di non avere alcuna voglia di pubblicare un altro disco. Farlo gli sembrava inutile in un mondo in cui il pubblico accoglie con la stessa indifferenza album fatti con i migliori musicisti del pianeta e dischi registrati con un Mac e poche migliaia di euro. «Di fare un disco proprio non ho voglia», diceva. Poi ha cambiato idea perché, come dice lui, «dopo un mese in cui non faccio niente mi rompo i coglioni». E allora, eccolo qua il nuovo disco di Zucchero intitolato D.O.C.

Il cantante l’ha presentato oggi a Milano descrivendolo come il lavoro di un campagnolo che non ha mai dimenticato il luogo in cui è nato – Roncocesi, 2000 abitanti, a sette chilometri da Reggio Emilia – e che osserva con sconcerto un mondo impazzito. «Ho messo da parte i doppi sensi. In tempi non proprio sereni la goliardia non va bene. Ci siamo dimenticati di che cosa significa essere liberi. In questo disco parlo di genuinità e autenticità, concetti romantici in un tempo fatto di apparenza, coolness, fake e perbenismo».

Un paio di canzoni fanno pensare che Zucchero, ateo incallito, sia sulla strada della conversione. «Effettivamente c’è qualcosa, una luce uno spirito, quasi come se ci fosse un inizio di redenzione. E non parlo necessariamente del Dio dei cristiani. È qualcosa di superiore, potrebbe essere lo spirito di mia nonna. È una speranza, una luce, magari è fede. O forse sono come mio padre». Zucchero descrive il genitore come Don Peppone in perenne lotta con il Don Camillo di Roncocesi. «Quando i preti arrivavano in casa per la benedizione, li mandava via toccandosi i maroni. Diceva che portavano sfiga. Poi un giorno, all’ottavo anno di una malattia degenerativa, s’alzò traballante dalla sedia e si fece il segno della croce con gli occhi lucidi. Non so cos’abbia visto. Forse era come me, un figlio di buona donna che si è detto: ci provo, metti che Dio esista».

La copertina di ‘D.O.C.’

Black Cat era un’immersione nella musica americana ed era registrato con alcuni fra i migliori produttori statunitensi rock, Don Was, Brendan O’Brien, T Bone Burnett. D.O.C., alla cui scrittura hanno partecipato tra gli altri Francesco De Gregori, Davide Van De Sfroos e Pasquale Panella, mette assieme parti suonate e una patina elettronica che dovrebbe rendere il suono, diciamo così, contemporaneo. «Il punto era fare un album che non suonasse come il precedente. Ho chiamato produttori giovani e pieni d’entusiasmo che hanno collaborato con Avicii e Rag’n’Bone Man. Li abbiamo messi in una stanza accanto nello studio a Los Angeles dove io e Don Was incidevano con strumenti veri. La sera ci incontravamo e mettevamo assieme le due cose».

Black Cat era una specie di kolossal inciso spendendo un sacco di soldi. In un mondo in cui la discografia è diventata relativamente povera, gli artisti un tempo popolari godono ancora dei benefici dei vecchi contratti discografici che riconoscono grandi anticipi con i quali registrare i dischi. Pur avendo a disposizione budget notevoli, Zucchero riesce comunque a sforare e a metterci del suo. «La discografia è crollata dopo l’attentato alle Torri Gemelle. D.O.C. è il mio ultimo album col contratto con la Universal che ho fermato ai tempi d’oro. Poi, che Dio ce la mandi buona. Un contratto così non tornerà mai più».

Intanto c’è un tour mondiale – mondiale davvero, non per modo di dire – che prevede 12 date all’Arena di Verona, dal 22 settembre al 4 ottobre (è probabile che si aggiungano altre date e ci sono progetti per portare il tour in altre località italiane nel 2021). Si ascolteranno ovviamente le canzoni di D.O.C. «Il titolo m’è venuto in mente parlando di prodotti bio coi miei contadini. Poi mi sono accorto che significa anche Disturbo Ossessivo Compulsivo. Va bene lo stesso, mi rappresenta».

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