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Il Wacken non è il Coachella dell’heavy metal

Gli acuti dell'ex chitarrista degli Scorpions negli anni '70, "The Final Countdown" e la band con il miglior nome del giorno: i finlandesi Steve'n'Seagulls. Il report del primo giorno

Wacken 2015 - Foto di Pep Bonet

Wacken 2015 - Foto di Pep Bonet

Da tempo le mie magliette mi chiedevano di portarle al Wacken, il festival metal più importante che ci sia. Anche il più fangoso, stando al primo giorno, o almeno un valido candidato nella sfida tra i festival più fangosi del mondo (ehi, voi di Glastonbury, siete avvisati).

Gli scrosci di pioggia sono di casa, in questa campagna a nord di Amburgo (Germania settentrionale, verso la Danimarca), terra di graziose casette nordiche, mucche e trattori. Pascoli tranquilli, dove per 4 giorni all’anno si aprono le porte dell’inferno, inteso come genere musicale – perché lo sappiamo tutti: all’inferno si ascoltano i cori parrocchiali, non gli Ac/Dc, se no che supplizio eterno sarebbe?

Wacken 2015 - Foto di Pep Bonet

Wacken 2015 – Foto di Pep Bonet

 

Capiamoci: il Wacken Open Air Festival non è il Coachella dell’heavy metal. È più il suo Burning Man – un cortocircuito, un posto dove l’anomalia diventa norma e la tua eccezione va sempre bene, qualunque essa sia. È un posto in cui ascoltare il meglio del metal (e affini), comprare magliette e patch, farsi un tatuaggio (ho visto un ragazzo farsi imprimere uno smile su una chiappa), mangiare ottima carne arrostita e curiosare tra le bancarelle che vendono corni (da cui bere la birra) e pellicce. Ci sono i black metaller così come i ragazzi vestiti da pirati – che la prima sera si son radunati attorno ai tavoli a suonare canti celtici con chitarra e tamburello (se volete continuare la rima con derivati della canapa indiana, fate pure).

Insomma è una esperienza religiosa (sempre sold out dal 1990) scandita essenzialmente da due liquidi: la pioggia e la birra. La prima, in questo capriccioso clima costiero, a volte la si riesce a evitare. La seconda (chiara, tedesca, sincera) è disponibile ovunque, senza limiti, fin dal primo mattino. È la prima cosa che ho visto non appena sono entrato al Wacken: un addetto stampa che mi dava il benvenuto porgendo un pacco da 24 lattine da mezzo litro. La seconda é stata Joey Tempest degli Europe. Ho aperto la porta di un furgone a cui dovevo scroccare un passaggio e ci l’ho trovato lì, con gli occhiali da sole d’ordinanza. Il sole, ovviamente, non c’era.

Wacken 2015 - Foto di Pep Bonet

Wacken 2015 – Foto di Pep Bonet

Uli Jon Roth
In due parole: highway star
Era il velocissimo chitarrista degli Scorpions negli anni ’70 e non ha perso quel gusto, quell’impronta pulita (ispirata alla musica classica). Propone un viaggio in quegli anni, tutto basato su pezzi degli Scorpions. Non aspettatevi Wind of change: restiamo in grandi cavalcate anni ’70, con assoli affilati che il maestro esegue con la fascia legata sulla nuca e la flemma di un saggio giapponese. Ha due chitarristi che lo affiancano, perciò può andare un po’ dove vuole. Ci va con scale sempre legate con scioltezza, fluenti e sinuose. Se può infilarci degli acuti (anche un’ottava sopra al normale, a colpi di Whammy) non si tira indietro.

 

Wacken 2015 - Foto di Pep Bonet

Wacken 2015 – Foto di Pep Bonet

Europe
In due parole: che bei cougaroni
Molti di voi ne saranno sorpresi, ma gli Europe stanno bene. Dalla reunion del 2003 a oggi hanno continuato a fare album e gli album hanno continuato a esser buoni (e sempre più con sonorità anni ’70). Il concerto di questa sera lo potrete rivedere a novembre, quando faranno un re-release dell’ultimo album accompagnata da (per l’appunto) un dvd live. È uno spettacolo che convince, soprattutto perché gli Europe sono riusciti a trovare un suono attuale e un piglio che non li fa sembrare delle vecchie glorie sotto naftalina, nemmeno quando Joey Tempest ricorda che la prossima primavera ci sarà il trentennale di The Final Countdown (sì, l’hanno suonata in chiusura. Non hanno fatto Carrie).

Sanno bene quali movimenti fare e quali corde toccare per funzionare al Wacken. Hanno scelto una scaletta generalmente più pesante e forse, sapendo di essere registrati, recitano un filo più del solito. Le pose di Joey Tempest sembrerebbero cliché dell’hard rock, se solo non fosse stato lui a inventarle, influenzando più generazioni di cantanti. Il pubblico risponde bene, per gli standard tedeschi. La gente si diverte un mondo quando, in mezzo a Rock the Night, a Joey Tempest viene l’idea di fargli cantare Du Hast dei Rammstein. A un frontman che tira fuori una furbata del genere c’è solo una cosa da dire: sei un genio Joey.

Band con il miglior nome del giorno: i finlandesi Steve’n’Seagulls

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