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Vecchi ma buoni: George Harrison, “The Apple Years 1968–75”

Nient’altro che la verità, in questo cofanetto: Harrison era molto di più che “il terzo Beatle”. Ce ne parla Enrico Brizzi*

Il cofanetto dedicato a George Harrison, leggendario chitarrista solista dei Beatles (25 febbraio 1943 - 29 novembre 2001)

Il cofanetto dedicato a George Harrison, leggendario chitarrista solista dei Beatles (25 febbraio 1943 - 29 novembre 2001)

Strano rimedio per la timidezza, ritrovarsi ancora minorenne a dividere palco e studio con due personalità debordanti come Lennon e McCartney. E ancor più strano vivere per un intero decennio sotto la luce dei riflettori, scrivendo capolavori come Something o While My Guitar Gently Weeps, per essere considerato dal mondo “solo” il terzo dei Beatles: se esistesse un premio dedicato ai grandi talenti presi sottogamba, forse dovrebbe essere intitolato proprio a George Harrison.

Non avere il carisma dell’icona pop planetaria, infatti, non significa essere un semplice gregario, e Harrison lo dimostrò indirizzando il suono dei Fab Four verso le sonorità asiatiche. La fascinazione per l’India fu alla base del suo esordio solista, la colonna sonora Wonderwall Music (1968), suonato per metà da musicisti britannici e per metà da artisti di Bombay e dintorni, che fu anche il primo LP pubblicato dall’etichetta Apple.

L’anno successivo, per la sussidiaria Zapple, pubblicò Electronic Sound, composto da due lunghe tracce di sintetizzatore dal limitatissimo potenziale pop. Nel 1970, però, quando le ceneri dei Fab Four erano ancora calde, George mise da parte le sperimentazioni più indigeste e lasciò il mondo a bocca aperta producendo con Phil Spector All Things Must Pass, triplo vinile dal sapore classico e intriso di dorata malinconia, che raggiunse il primo posto tanto in America quanto nel Regno Unito (a certificarne ulteriormente il successo su tutta la linea, intervenne la reazione piccata di un John Lennon in piena crisi di gelosia): capace di spaziare dal country-folk al chitarrismo più potente, è ancor oggi considerato il capolavoro di Harrison e una pietra miliare del rock.

L’ex ragazzo timido aveva vinto la sua gara e poteva dichiarare a testa alta cosa significava per lui la musica: veicolo per la ricerca della divinità, e non pretesto per sculettare nei club. Era tempo di spendersi per i meno fortunati con il concerto per la gente del Bangladesh, e di tornare a dare voce alla spiritualità induista con Living in the Material World (1973), altro album-meraviglia. Decisamente sottotono i successivi Dark Horse (1974) – che Rolling Stone all’epoca definì “disastroso” – ed Extra Texture (1975), che chiudono la sua stagione con la Apple: depresso e ricacciato nell’ombra, Harrison sarebbe tornato a sorridere solo nella seconda metà degli anni ’80.

*Enrico Brizzi. Scrittore che amiamo. Da Jack Frusciante è uscito dal gruppo (1994) a Lorenzo Pellegrini e le donne (2012). Su Rolling Stone tiene la rubrica Vecchi ma buoni. Questo articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre.

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