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Vasco Rossi e le 6 volte a San Siro: “Musica contro questi tempi pieni di odio”

Dal 1 al 12 giugno il rocker sarà a Milano, per l'ennesimo record della sua carriera. Poi due date a Cagliari. Sarà un live "punk-rock, pieno di pezzi anni '80". Il suo antidoto a un mondo che gli piace sempre meno

“Non sono abituato a essere davanti a tutta questa gente”, dice Vasco, entrando in conferenza stampa con cinque minuti e non di più di ritardo. “Sono trent’anni che lo dici”, ribatte un cronista che sa il fatto suo. “È che non mi abituo mai”, conclude il siparietto il musicista.

Siamo all’interno dello stadio San Siro, teatro  di “un’impresa che nemmeno Vasco Rossi aveva mai fatto”. Dice Vasco Rossi. Sei date di fila o quasi, centinaia di migliaia di spettatori. “Quindi potete sedervi comodi”, dice ai giornalisti accorsi nel ventre dell’arena milanese per raccogliere le sue parole. “Tanto abbiamo prenotato la struttura per due settimane”.

Si comincia sabato 1 giugno, si replica il giorno dopo. Poi altre due doppiette, il 6 e il 7 e l’11 e il 12. Quest’ultima sarà la 29esima di Vasco a San Siro, dal 10 luglio 1990 e l’indimenticabile tour di Fronte del Palco. “Fu una rivoluzione copernicana” ricorda. “Prima solo le star straniere riempivano gli stadi, noi facevamo i palasport o al massimo le curve. Quell’anno, invece, io feci 75mila persone, Madonna 40mila. San Siro era appena diventato di tre anelli, il terzo lo avevo fatto costruire io”, scherza.

In una pausa sbirciamo il palco, davvero enorme. Con una lunga passerella che permetterà al rocker un abbraccio ancora più stretto con il suo pubblico, che comincia già ad affollare il piazzale Angelo Moratti con le proprie tende. “Scordatevi la scaletta dell’anno scorso, il concerto sarà tutto diverso”, dice Vasco. “Sarà un live duro e puro, perché duri sono i tempi e puro sono io”. 

In che senso, azzarda a chiedere qualcuno? “Nel senso che quando sali su un palco per fare musica ti devi spogliare nudo, perché sotto c’è gente che ha pagato un biglietto per te. Devono sentire che sei vero e sincero, per questo dico che sono puro. Quando inizio a scrivere una canzone non so mai dove voglio arrivare, butto giù solo quello che mi viene”.

E i tempi duri, invece? “Questo non è il mondo che vorrei, mi pare che le cose vadano sempre peggio. Ma, per parafrasare Spinoza, il potere ha sempre bisogno che il popolo sia affetto da tristezza. E da paura, aggiungo io. Noi musicanti portiamo invece gioia, almeno per una serata. Con la musica usciamo fuori dal mondo grigio, antipatico, pieno di rabbia che viviamo oggi. Almeno per una sera fuggiamo dalla realtà”.

Questa dimensione politica – anche se Vasco fatica a definirla tale, “faccio un altro lavoro io” – si avvertirà nella tournée, a cominciare dalla scaletta. “Gli arrangiamenti sono molto punk-rock: ho prediletto pezzi vecchi, degli anni ’80, alcuni non li suonavo da un po’. Sarà un concerto essenziale, di canzoni, nel tentativo, come sempre, di creare quell’onda emotiva che accompagni la gente per due ore e mezza. Tutti assieme”.

Si partirà con Qui si fa la storia, che parla della “disperazione che è già qua”. Poi Mi si escludeva, “una canzone che si sta realizzando in modo drammatico”. Vasco ha sperimentato (e raccontato) cosa significhi “la tristezza di sentirsi un estraneo nel posto in cui ci si trova”, e ora vede che la stessa cosa sta capitando a molti. “La canto per ricordare che bisogna cercare di capire le esigenze di tutti. Oggi vedo guerra tra poveri e gente che alimenta la paura degli altri”. Poi parla esplicitamente del “fenomeno della migrazione di massa”. “Penso che questo flusso di persone in arrivo fosse naturale, inevitabile: l’occidente è un’isola felice, rispetto al resto del pianeta. Lo avrebbe capito anche un bambino. Sarebbe davvero importante non perdere l’umanità”.

Poi intonerà Buoni o cattivi, e La verità, “la canzone di quest’anno”. “Oggi in tv i politici, e non solo loro, dicono ogni giorno cose non vere, con le loro facce tranquille. Ormai nessuno chiede più conto di nulla, chi la spara più grossa ha ragione. Non me ne capacito”. Chiude questa prima sequenza Quante volte, “che non cantavo da tanto tempo, e che lascia sempre un po’ di amarezza”. Ne seguiranno tante altre, da Portatemi Dio a Ti taglio la gola. E poi Vivere o niente, “che non la facevo dal 2011”, e Fegato spappolato, “il mio primo rap, anzi trap”.

Dopo San Siro, il live di Vasco si sposterà a Cagliari per due date, il 18 e 19 giugno. “Portiamo lo stesso identico spettacolo, abbiamo anche organizzato una nave del rock che da Genova arriva lì, con a bordo le persone che vorranno fare il viaggio con noi. Non suonavo da nove anni in Sardegna e volevo farlo a tutti i costi, per cui ho chiesto uno sforzo alla produzione. Sono molto contento di questa tappa”. 

Prima di salutare, “che ci sono le prove da fare”, Vasco ricorda il suo ex compagno di viaggio Massimo Riva morto il 31 maggio di 20 anni fa. “Era il mio fratello più piccolo, ha vissuto sempre come voleva. Massimo è una vera icona del rock italiano, era il mio Keith Richards”. Infine un pensiero alla notizia del giorno, la sentenza della Cassazione sulla cannabis light. “Non ha senso. Non solo quella deve essere legale, ma tutta la cannabis”.

 

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