Valerio Ferron, il “violinaio” star di Instagram

Ha poco più di 30 anni e costruisce strumenti per musicisti che hanno fatto la storia. Non si riconosce nella società dei social media, eppure ha un seguito enorme: «abbiamo capito che c'era bisogno di rappresentarci, far vedere che questa cosa esiste e che sta succedendo proprio adesso».

Foto di Aleksandra Radonich, via Facebook


Nella capitale mondiale della liuteria, a pochi passi dalla cattedrale di santa Maria Assunta, c’è una piccola bottega. Una sala con un enorme tavolo da lavoro, poche sedie e due strumenti in vetrina. È pulita, silenziosa e si vede tutto: non ci sono filtri con il mondo esterno, solo una grossa porta di vetro con una maniglia della stessa forma delle effe dei violini, l’ossessione del giovane liutaio che sto per intervistare.

Anzi, che credo di dover intervistare, perché non ho sue notizie da giorni. Valerio Ferron ha poco più di trent’anni, un talento enorme e un rapporto complicato con la tecnologia: è difficile raggiungerlo al telefono e risponde raramente alle mail. Chiariamoci, lo snobismo non c’entra niente, è che proprio non ci pensa. Nella sua testa c’è il legno, la vernice, i fori di risonanza attraverso cui cercava di guardare da bambino, mentre maneggiava per la prima volta il violino della sorella.

Strano, mi dico, perché non sono stato mandato qui per un incontrare un eremita fuori dal tempo: Ferron, nell’estate del 2016, è diventato una star di Instagram, dove si fa chiamare, con un po’ d’autoironia, @violinaio. Tutto è cominciato con un breve video – 28 secondi – girato dalla moglie Aleksandra e finito nella pagina ufficiale di Instagram. 908mila like, 5 milioni di visualizzazioni, un trionfo. Quando gli chiedo come ha fatto, lui si gira verso la moglie e lascia che sia lei a raccontarmi tutto. «Facevo la fotografa in Serbia, e ho imparato a usare i social network per pubblicizzare il mio lavoro, e così alcuni galleristi in giro per l’Europa mi hanno proposto di esporre per loro», mi dice. «Ho pensato: perché non dovrebbe succedere lo stesso con Valerio? Lui ha un modo speciale di fare questo lavoro, e appena l’ho visto ho capito che dovevamo rappresentarci, far vedere che questa cosa esiste e che sta succedendo proprio adesso».

Foto di Aleksandra Radonich via Facebook

Quindi dietro di voi non c’è nessun esperto di comunicazione, avete fatto tutto da soli. Pensi che ti abbia aiutato la popolarità dei social media?
L’idea non è mai stata quella di venderci, anche perché io non mi rivedo molto in quel mondo. Non uso le macchine, mia moglie dice che mi manca solo la candela. Ma devo dire che ogni tanto penso a quei lavori che oggi sono considerati “antichi”, magari potrebbero avere una seconda vita grazie ai social media.

Partiamo dall’inizio. Come hai capito che saresti diventato un liutaio?
C’era già un violino a casa, lo suonava mia sorella e per un po’ ho fatto la stessa cosa anche io. Ricordo che passavo ore a guardarci dentro, mi incuriosiva capire come fosse costruito. A un certo punto mi sono detto: “Voglio creare il suono”. Volevo capire come fosse possibile che un pezzo di legno potesse produrre un suono divino. Perché il violino è lo strumento che più si avvicina al divino.

Non hai mai pensato di costruire strumenti più “popolari”?
Il violino è come una scultura. Una chitarra può essere eseguita bene anche in fabbrica, in catena di montaggio. Ci sono grandi chitarre costruite così. Con il violino non funziona allo stesso modo.

Ti senti libero artisticamente? Gli strumenti ad arco hanno una forma tradizionale, scolpita nell’immaginario collettivo.
Direi di sì, ci sono molte libertà: nel modello, nella bombatura – che può avere linee o altezze particolari, curvature che cambiano il suono.

Cosa ti hanno detto famiglia e amici quando hai annunciato che saresti venuto a Cremona per studiare liuteria?
All’inizio tanti amici mi han guardato un po’ storto, come se cominciassi un percorso assurdo. Ma io ero talmente sicuro… ho trovato dentro di me una chiarezza che faccio fatica a spiegare. Io lo sapevo e arrivato qui ho avuto solo conferme. Ho conosciuto gente che veniva da tutte le parti del mondo, ho fatto ricerca tecnica e artistica, studi affascinanti.

Qual è stato il momento più difficile?
Direi iniziare l’attività con Alexandra. Ci siamo conosciuti quando facevo ancora l’ultimo anno, e in quel periodo ho provato con alcuni concorsi. Non è stato facile: mi è capitato di vincere contro alcuni dei miei insegnanti, ma devo dire che mi hanno aiutato a farmi vedere.

Quando avete aperto la bottega?
Nel 2011. Prima di iniziare siamo stati da un liutaio che mi offriva 300€ al mese, per lavorare 8 ore al giorno. Io ero tentato, pensavo di accettare, ma è stata mia moglie a darmi la forza di rifiutare anche quando avevamo 20€ in tasca. Mi diceva sempre: “Noi dobbiamo rischiare”. Aveva ragione, senza di lei sarebbe stata un’altra storia.

Hai iniziato a 24 anni, quando hai capito che potevi vivere solo del tuo lavoro?
Diciamo che fino a tre anni fa eravamo sempre alla rincorsa. Ora le cose sono cambiate: il segreto è reinventarsi. Questo lavoro è sempre un punto di domanda, ma noi siamo pronti a fare le valige e andarcene. Siamo liberi: a me bastano il banco, una candela e un pezzo di legno.

Che cos’è che ti rende diverso dagli altri?
Io ho sempre avuto quest’ossessione per la manualità. Faccio tutto a mano: anche la vernice, con i pigmenti e l’olio di lino, e il filetto, che molti acquistano già fatto. In realtà si vede, ci sono le imperfezioni. Ma è proprio questa la differenza con le macchine. Io avevo dentro una foga, una voglia esagerata di costruire. Era così anche a scuola, i professori mi dicevano sempre: “non è una gara!”. Ma per me non era così, io costruivo anche a casa.

Come fai a scegliere il legno giusto? È una cosa razionale?
Io ho la fortuna di aver “ereditato” il legno da un liutaio che ora è morto. Questo abete che vedi qui sul tavolo è stato stagionato nel ’75, è una bella fortuna. Ovviamente non uso solo il suo, e per scegliere analizzo subito il peso, la lucentezza e le venature. Più il legno è pesante più è difficile che vibri. Ma c’è anche un elemento magico, qualcosa che senti al tatto. Io non sono uno di quelli che va con il frequenzimetro, non credo tanto alla tecnologia. Il legno va scavato e lavorato, il suono cambia con ogni intervento del liutaio.

È vero che non esistono due strumenti identici tra loro? Non è frustrante?
Nel momento in cui un artigiano lavora il legno non potrà mai farlo due volte nello stesso modo. Non mi frustra per niente, è un modo per dare a ogni strumento la sua personalità. Certo, nonostante questo aspetto incontrollabile ci sono degli standard. Uno Stradivari ha un timbro specifico, caldo, con dei Mi diretti e potenti. Il Guarneri è più mistico, oscuro.

Un tuo strumento è mai passato di mano?
Per il momento no.

Ti darebbe fastidio?
Dipende dal motivo. Se il cliente si libera del mio violino per farsene fare un altro… allora va bene (Ride). Ma è difficile che succeda: scegliere di ordinare uno strumento così non è banale, e il rapporto con il cliente è continuo nel tempo. Ormai siamo quasi una famiglia, alcuni tornano a trovarmi tutti gli anni.

Sei stato premiato da Uto Ughi e uno dei tuoi ultimi clienti è Ivry Gitlis, due leggende. Come ci si sente a entrare a far parte di una storia così antica?
Ivry Gitlis è una persona incredibile. Qualche mese fa era proprio lì, dove sei seduto tu. Abbracciava il mio violoncello e ci parlava, è stato molto emozionante. Quella sera in bottega c’erano uno Stradivari, un Guarneri, un Amati, uno Storioni… tutta la scuola di liuteria di Cremona e Ivry Gitlis, che magari il giorno dopo sarebbe partito per andare a suonare alla Carnegie Hall di New York. Siamo stati insieme tutta la notte.

Che cosa ti ha detto?
“Adesso lo so perché sono venuto a Cremona”. È una persona semplice, spontanea. Mi ha chiesto che cosa rappresenta per me il violino, poi ha detto: “Questo è l’inizio di una nuova vita. Lo sai che i tuoi strumenti ti somigliano?” Ero senza parole, essere accoppiato a questi nomi è assurdo.

Tu costruisci strumenti antichi in una bottega all’ombra di una cattedrale. Ti senti fuori dal tempo?
Sì, la ricerca mi ispira. Ho chiesto a Ivry Gitlis cosa pensasse degli strumenti moderni. Ha detto: “Voi liutai dovreste piantarla di copiare Stradivari! Dovete essere voi stessi, con i vostri errori”. Straordinario.

Il liutatio è più un artista o un artigiano?
Non mi piace dirmelo da solo, ma secondo me noi liutai siamo artisti. Il violino è una scultura che oltre alla bellezza delle forme ha anche il suono.

Un consiglio per chi vuole fare la tua vita.
Studia, metti te stesso in quello che fai e inizia subito a lavorare. Prima di tutto, però, è importante capire se si hanno davvero le capacità. Io ho iniziato come musicista e ho avuto la fortuna di capire in tempo che non era quella la mia strada. L’importante è non perdere tempo, essere liberi di sbagliare.