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Una sera sul pianeta Flaming Lips

Siamo stati alla data milanese della band psichedelica guidata da Wayne Coyne: un'orgia di colori, unicorni, arcobaleni e di personaggi allucina(n)ti

Foto: Kimberly Ross

Foto: Kimberly Ross

Più che il concerto dei Flaming Lips l’Alactraz sembra ospitare un convegno della FIMI. In coda c’è Bianconi dei Baustelle con addosso un cappottone scamosciato che a occhio e croce peserà come lui. Entri dentro e ti si parano davanti due terzi dei Ministri, al bar becchi Dell’Era degli Afterhours e uscendo dal bagno Dente. Il premio speciale va a Caparezza. Pantaloni baggy, felpa acrilica verde, occhiali e capelloni raccolti in un codino sulla nuca. Se ne sta appoggiato alle transenne del front of house a fianco al mixer: vestito così sembra un fonico. Ridiamo ingiustamente di lui, se ne accorge. Sono scene da festa delle medie e manco a volerlo anche il palco sembra presagire uno spettacolo per eterni adolescenti. Ai lati svettano due giganteschi funghi gonfiabili e dal soffitto cadono centinaia di corde parallele che poi si riveleranno essere immensi fasci di LED colorati.

Ovviamente nessuno di questi arnesi serve al gruppo spalla, tale Georgia. Nel suo live elettronico ma un po’ troppo caciarone e incolore si fa accompagnare da un’altra ragazza che non presenterà né ringrazierà mai. Fastidioso? Un po’. Fortuna che non passa molto dalla fine dell’act di apertura al momento in cui Wayne Coyne sale sul palco, saluta tutti, spara due coriandoli con quegli arnesi che alle feste in casa fanno puntualmente strage di timpani e poi abbraccia uno dei due funghi giganti. Mancano ufficialmente 15 minuti all’inizio, infatti, terminate le tenere effusioni con l’elemento scenografico, il cantante sparisce dietro le quinte per ritornare puntuale poco più tardi. Ci teneva soltanto a intrattenere il suo pubblico prima di uno spettacolo che punta già tantissimo sull’intrattenimento. E infatti già sulla prima Race For The Prize un tripudio di coriandoli sparati da cannoni a CO2 e palloni colorati sovraccarica le sinapsi di chi guarda e le memorie dei telefoni di chi filma. «Vorrei ringraziare sia voi che Babbo Natale qui in prima fila», scherza Wayne indicando uno dei tanti del pubblico che sono arrivati travestiti. «È anche grazie a lui se siamo felici oggi, si starà prendendo una vacanza meritata dopo un dicembre movimentato.» Un minuto prima sei all’Alcatraz e subito dopo ti ritrovi catapultato nell’universo psichedelico fatto di unicorni e arcobaleni che Wayne e i suoi hanno costruito con gli anni, mattone di zucchero su mattone di zucchero. Ma la psichedelia rimane ormai un elemento più visivo che sonoro della loro estetica, visto che il nuovo Oczy Mlody è tuttora l’opera più elettronica e meno rock mai firmata dagli eterni ragazzi dell’Oklahoma.

Coyne non è mai stato un mostro di capacità vocale, e sicuramente la combinazione inverno + tour intensivo non ha aiutato. Fatto sta che al terzo pezzo in scaletta, There Sould Be Unicorns, Wayne è già quasi senza voce. Eppure, con il sostegno dei compagni (quasi tutti hanno un microfono davanti al naso) e distogliendo spesso l’attenzione cavalcando unicorni meccanici in mezzo al pubblico o camminandoci proprio sopra dentro palloni trasparenti lo show tocca quasi le due ore senza che nessuno se ne accorga. Una fetta consistente della scaletta proviene da The Soft Bulletin, At War with the Mystics o comunque loro album usciti dopo il 2000, eppure il picco di scompensi emotivi arriva dritto dalla splendida cover di Space Oddity di David Bowie. «Sono undici anni che la suoniamo dal vivo» confida Wayne col fiatone al microfono dopo il pezzo. «Ogni volta ci diciamo: “Ok, forse dovremmo smettere di farla”, ma alla fine non riusciamo a rinunciarci.» E nessuno osa fiatare, perché usciamo tutti da lì come bambini dopo il circo. Merito anche di Babbo Natale fra il pubblico e Caparezza dietro al mixer.

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