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Come gli U2 hanno reinventato ‘The Joshua Tree’

Il nuovo tour mette insieme pezzi classici con innovazioni tecnologiche. Ma non aspettatevi niente contro Trump

Gli U2 sul palco di Vancouver. Il tour arriverà in Italia a luglio con due date a Roma. Foto Danny North

Bono ha avuto parecchie cose a cui pensare prima di partire con il tour celebrativo per i 30 anni di Joshua Tree. C’erano questioni logistiche, tipo se fosse una buona idea passare i primi 25 minuti dei concerti su un piccolo palco B senza nessuno schermo, o se nella scaletta ci fossero troppe canzoni oscure. Ma il suo dubbio più grande riguardava l’idea stessa del tour: «Non è da noi fare un party di compleanno autocelebrativo», dice. «Non sapevamo come fare un tour in onore di Joshua Tree senza risultare nostalgici. È un ossimoro».

Ma poco dopo essere salito sul palco del BC Place Stadium di Vancouver lo scorso 12 maggio, Bono ha smesso di preoccuparsi. Il gruppo ha navigato attraverso la sua opera del 1987 – che li ha trasformati in una delle più grandi band del pianeta – con una produzione innovativa, che tratta della politica di oggi, dalla crisi dei rifugiati alle questioni femminili. «Le persone non hanno mai tirato fuori il telefono, incredibilmente», dice Bono. «Mi sono sentito davvero sollevato a fine concerto e tutti, dalla band al nostro staff, pensava che fosse stato bellissimo!».

Lo show inizia con Larry Mullen Jr. che cammina verso un piccolo palco secondario, a forma di albero, e attacca con la violenta intro di Sunday Bloody Sunday prima di essere raggiunto dai suoi colleghi. Così inizia un mini set di canzoni pre-Joshua Tree suonate in ordine cronologico. Il minimalismo di questa parte rende quello che segue ancora più incredibile: sul main stage la band parte con Where the Streets Have No Name, sotto un enorme schermo 8K che proietta le immagini alla risoluzione più alta che abbiate mai visto in un concerto da stadio. Gli U2 hanno collaborato di nuovo con il fotografo e filmaker Anton Corbijn, chiedendogli di tornare nel deserto della California, lo stesso in cui aveva scattato la copertina originale del disco, e di realizzare 11 nuovi cortometraggi per dare vita alle canzoni dell’album. «Fai fatica a credere che il vero Joshua tree non sia lì», dice Bono. «Ti sembra di poterlo toccare».

Un’immagine dalla prima data del nuovo tour degli U2. Foto Danny North

Durante le prove, gli U2 si immaginavano come la folla avrebbe reagito a canzoni un po’ meno note, come Red Hill Mining Town, che non hanno mai suonato dal vivo. Alla fine, proprio per quel pezzo è uno dei punti più alti: accompagnato da una banda militare sullo schermo, Bono riesce a far sua la canzone, evitando tutte le difficoltà del pezzo, anche le note più alte. Suonare la chitarra per lui è un po’ complicato ora, soprattutto dopo l’incidente in bici del 2014 quando si è quasi distrutto il braccio sinistro. «Il gruppo sicuramente non ne sente la mancanza, posso farlo solo a casa», dice. «Non penso sia necessario».

Ci sono state altre sorprese: l’anno scorso Bono ha attaccato Donald Trump sul palco, ma ha deciso di smettere di parlane in modo esplicito. «È molto importante che le persone che hanno votato per Trump si sentano le benvenute. Penso che siano state raggirate, ma le capisce e in parte capisco anche le ragioni di queste persone». La band parla di politica in altri modi: durante Ultraviolet Light (My Way) si vedono immagini di donne importanti, da Rosa Parks a Lena Dunham. «Tutto il terzo atto riguarda la questione del futuro, che appartiene alle donne», dice Bono. C’è anche un filmato emozionante su una giovane ragazza in un campo profughi della Giordania. «A volte quando suoniamo devo evitare di guardare gli schermi, non potrei parlare». Il concerto si chiude con The Little Things That Give You Away, una ballad da Songs of Experience, il tanto atteso seguito di Songs of Innocence del 2014 che Bono sostiene essere quasi finito. «Pensavo fosse già chiuso l’anno scorso. Il problema è che abbiamo 15 canzoni e dobbiamo scendere a 12». Le notizie dicono che abbiano lavorato con una serie di producer come Danger Mouse, Paul Epworth e Ryan Tedder. Hanno anche richiamato Steve Lillywhite, che ha collaborato con loro nei primi tre album. «Sono molto orgoglioso delle canzoni di Songs of Innocence, ma la produzione avrebbe dovuto essere più grezza», dice Bono. «Steve è il migliore per registrare in studio con noi che suoniamo tutti insieme».

E se il successo del tour di Joshua Tree 2017 portasse a un tour per il 30esimo anniversario di Achtung Baby nel 2021? «Non ci ho pensato», ride Bono. «Ma, per esempio, se mi avessi chiesto cinque anni fa se avessi in mente un tour come questo avrei risposto allo stesso modo. Magari quello per Zoo TV potremmo ribattezzarlo Zoo.com».

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